InFormaGay InFormaGay mensile di informazione e prevenzione gay e lesbico Redazione: via S.Chiara, 1 10122 TORINO - ITALY tel +39.11.436.5000 fax +39.11.436.86.38 Mail: C.P. 689 10111 TORINO CENTRO Martedì 14 marzo 1995 numero 4 DIRETTORE: Simona Pace ART DIRECTOR: Andrea Curti HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO: Fosca, Francesco Pivetta, Franco Mittica, Il Carabiniere Misterioso, Lucilla Sciola, Marlisa Trombata, Mauro De Toma, Mirko Medusa, Mirtha, Osram, Roberta Lazzeri, Sten, Vladimir Guadagno SPECIAL THANKS TO: Davide C., Zia Molly, Cristina PER CYBERGAY SI RINGRAZIA: Wockner Int’l News Copyright (c) 1995 Rex Wockner and Affiliates. All rights reserved Informagay è un’Associazione aderente a FORUM AIDS ITALIA e ad AZIONE OMOSESSUALE (articles without date and font are produced by members of the InformaGay staff) --------------------------------------------------------- --------------------------------------------------------- -- Editoriale Probabilmente il prossimo numero lo impagineremo indossando delle chicchissime casacche a righe (rigorosamente in scala di grigio) e guardando il cielo da dietro le sbarre...... Scherzi a parte, credo che i fotomontaggi di questo mese siano veramente degni di nota e spero apprezzerete lo spirito satirico che li ha generati (noi crediamo fortemente nel potere catartico della risata). La polemica che mi ha fatto riflettere di più è quella sul diritto all’inseminazione artificiale, soprattutto perchè gli unici che dovrebbero avere potere decisionale, i bambini intendo, non possono parlare perchè non sono ancora nati. Se potessero, credo, direbbero che siamo tutti degli imbecilli. E a proposito di diritto alla vita, sono convinta che l’uso, quindi anche la possibilità di acquisto, dei profilattici sia un modo di esercitare questo diritto: checchè se ne dica, di vita ne abbiamo una sola. Anche questa volta siamo riusciti ad inventarci una nuova rubrica, ironica e quindi tutta da ridere che troverete a pagina dodici. Last but not least, un grazie a questa meravigliosa Redazione per l’impegno con cui affronta ogni nuovo numero. Simona NOTA DELLA REDAZIONE Ci scusiamo con Francesco Merlini per aver utilizzato la frase: «La destra fa finta che gli omosessuali non esistano, la sinistra fa finta che esistano» come titolo di in ciclo di incontri con i partiti organizzati da InformaGay, frase che, in assoluta buona fede e senza valutare le conseguenze, è stata tratta dal suo saggio non ancora pubblicato “Verso un radicalismo gay”, che Francesco Merlini aveva mandato in visione alla nostra associazione. La Perla del mese La Levi’s censura spot troppo audace La stampa, 21/4/1995 Luca Dondoni MILANO. I ragazzi italiani sono molto più pudici e moralisti di quanto sembri e a confermare questa tesi espressa anche da parecchi sociologi, arriva una conferma niente meno che dalla Levi’s Strauss. L’azienda con un nome che in tutto il mondo è sinonimo di jeans ed è da sempre attenta a tutte le nuove tendenze dell’universo giovani, ha volontariamente cassato la messa in onda del nuovo spot per la campagna pubblicitaria ‘95 dopo aver letto i risultati di una ricerca di mercato su un campione di centinaia di ragazzi. Ma che cosa aveva di così estremo lo spot incriminato? Innanzitutto ricordiamo che negli ultimi mesi la Levis ha deciso di spostare il tiro della semplice pubblicizzazione dei jeans con bellissimi filmati realizzati dalla Bbh inglese, a spot che in qualche modo toccassero argomenti sociali. Così, tra la fine di marzo e la prima settimana di aprile avete visto in onda sulle reti Fininvest e statali quei minifilm dove un ragazzo o una ragazza si recavano in farmacia ad acquistare dei profilattici lanciando un messaggio di prevenzione nei confronti dell’Aids. Fino a qui tutto bene. I ragazzi apprezzavano, le reti televisive anche. L’ultimo spot però, denominato «Taxi», non ce l’ha fatta. La storia. Una bellissima ragazza di colore coi tacchi a spillo, minigonna vertiginosa e magliettina aderentissima aspetta un taxi in una street newyorchese. Pochi secondi e un classico cab giallo si ferma, la ragazza sale e si siede accavallando vistosamente le gambe. La telecamera si sposta sullo specchietto retrovisore dove lo sguardo allupato del tassista fa intendere tutto. La ragazza si accorge delle attenzioni del guidatore e inizia a truccarsi. Prima l’ombretto, poi il mascara e il tassista sempre lì, allupato, a guardare nello specchietto. Passano i secondi e con il sottofondo musicale dei Freak Power con «Turn on tune in cop out» l’atmosfera si fa calda, rovente. A questo punto il tassista che non ha smesso neppure per un secondo di guardare le grazie della bellona si volta per farle delle avances ma accade qualcosa. La bella mulatta per terminare il make-up improvvisato tira fuori da una borsetta un rasoio elettrico e si fa la barba. Il tassista capisce di aver caricato un travestito, fa la faccia scura e si ferma. Buona l’idea, ottima la regia dell’inglese Ballie Waish che nel curriculum ha videoclips per Boy George e numerosi gruppi pop e perfetta la performance del transessuale Zaldy. Mezzosangue filippino-cinese trasferitosi dal Connecticut a New York da qualche anno Zaldy è famoso come modello/a per molti stilisti emergenti americani che lo preferiscono al più noto RuPaul visto al Sanremo ‘94 in coppia con Elton John. «I ragazzi italiani non hanno gradito l’eccentricità dello spot “Taxi” - ha spiegato Federica Ribes dell’ufficio della pubblicità della Levi’s Italia - preferendo di gran lunga i contenuti sociali dello spot dove si facevano vedere i profilattici. Non usarlo per il mercato italiano ci è sembrata la giusta conseguenza». Il nuovo corso del moralismo adolescenziale passa anche dai jeans. La perla del mese: Federica Ribes di Mirko Medusa «Consigli per gli acquisti», «ci vediamo fra un po’...», «a tra poco», «non andate via», sono alcune tra le svariate frasette megiche a cui ci siamo abituati nel corso di questi ultimi anni e che ci avvisano che, dopo un quarto d’ora di programma, sta per andare in onda un fiume di spot pubblicitari. E quindi venghino signori, si accomodino nel variopinto mondo dei sofficini che ci fanno sorridere (e meno male, visto e considerato che sono immangiabili), del detersivo che lava più bianco del bianco (e mi piacerebbe tanto sapere che razza di bianco aveva in mente il creativo che ha studiato questo genialissimo slogan), e poi giù, attraverso la carta igenica che ancora un po’ arriva da Aosta a Reggio Calabria srotolata da un povero cagnolino ignaro, e ancora gli assorbenti che ci vengono serviti all’ora di pranzo o di cena su un bel piatto di spaghetti al sugo (di che colore il sugo ?). E naturalmente non ci si può scandalizzare per le mammine che nelle pubblicità, trasmesse sempre e rigorosamente all’ora dei pasti, accarezzano i pannolini sporchi di «pipì santa» per dimostrare che trattengono il bagnato (e meno male che non hanno ancora inventato quelli che trattengono le puzzette o saremmo costretti a vederle impegnate a ficcarci direttamente il naso). Queste baggianate ovviamente non disturbano nessuno. Cioè, il fatto di vedere pubblicizzata una qualsiasi cosa che in tivù appare meravigliosa, allettante, godereccia, strepitosa, stra-stra-strafiga (si può scrivere stra- figa?), e che poi quando la vai a comprare, ti ritrovi a guardare la solita cosuccia che non vale nemmeno un decimo di quello che pensavi di gustare, o indossare, o regalare, quello non è scandaloso vero ? Così come non sarà mica scandaloso che la modella della pubblicità di un supermercato per vendere la pasta debba appoggiare il pacchetto sulle tette che schizzano fuori da una scollatura che arriva pressoché all’inguine ? No, signore e signori. E’ scandalosa la pubblicità in cui appare un transessuale che si trucca su un taxi e che alla fine di tutta l’operazione, si rade. Potrei capire se lo scandalo derivasse dal fatto che il transessuale in questione si rada con un rasoio elettrico o tutt’al più che si faccia la barba solo dopo l’applicazione del make-up ma a parte questo ho trovato il nuovo ex-spot (si fa fatica a dirlo vero ?) molto gradevole, così come lo era quello del farmacista che vendeva i preservativi al ragazzino che, si scoprì alla fine, aveva serie intenzioni di utilizzarli con la di lui figliola (e fare una seconda puntata per farci vedere come va a finire?). Per concludere, è ovvio che la nostra «Perla del mese» la scagliamo contro la signora Ribes (toh, che dolce !) perché crediamo poco alla versione data (i ragazzini che si scandalizzano..... Ma dai !). Ho invece trovato interessante l’articolo di Luca Dondoni per i particolari che ci ha svelato ; su un solo punto non concordo con lui : infatti ho come l’impressione che questo non sia «il nuovo corso del moralismo adolescenziale...» ma bensì la solita, trita e ritrita i p o c r i s i a dei «grandi". Ciao e... alla prossima ! Mirko Medusa Ode alla liberazione di Francesco Pivetta Io li ho visti. Li ho visti vomitati fuori dalle stazioni ingorde, scesi di corsa dalle locomotive dagli ampi petti e, scalpitanti, dirigersi all’appuntamento comune. Ho visto i gay e le lesbiche del movimento arrivare a Milano con automobili ad iniezione elettronica, discendere da autobus ancora vocianti di canti. Sono stati abbracci e baci, i modi dell’incontro omosessuale per il 25 aprile di cinquant’anni dopo. Sono stati presi accordi, stipulati patti, srotolati striscioni, alzati verso il cielo bandiere di un popolo impudico, deciso a gridare la gioia d’esserci, di sfilare danzando, di sfidare la città intera tuonando più delle nubi grevi, più delle sirene ululanti, più dei clacson impazziti. «Basta pregiudizi e discriminazione/il 25 aprile è liberazione»: questo il primo distico lanciato a passo di corsa, da omerici eroi alla presa dei Bastioni di Porta Venezia. Così come l’ho visto, quel piccolo grande popolo degli amanti del proprio sesso. Hanno sfilato compatti e poi su in salita tra gli ippocastani rosa e bianchi di fiori, tra giardini in tumulto per il nuovo verde di primavera, superando operai comunali, gonfaloni di città decorate per il coraggio, partigiani dai candidi capelli, sorridenti tra le rughe. Hanno raggiunto le bandiere rosse degli eterosessuali accomunati per un giorno, quello, dallo stesso grido di battaglia e di trionfo. «Diritti civili agli omosessuali/davanti all’amore siamo tutti uguali». Così cantavano tra i tigli e le robinie in profumo, coprendo l’asfalto di tutti i colori dei loro stendardi, sciogliendo l’immensa bandiera che di Stonewall riprende l’inclito nome. Correvano i bambini, sì bimbi divertiti, sotto l’immane arcobaleno di tutti i gay e le lesbiche d’ogni paese, alla confluenza di Corso Venezia. Il fiume in piena del popolo in rosso, le insegne della quercia, quelle con falce e martello, i volti impressi del Che e gli striscioni degli studenti s’aprivano in correnti ruscellanti e scorrevano a lato, davanti e dietro al lago omosessuale. Oh, pensavo, potrò mai vedere con gli occhi del cieco vate che, disceso dal sacro Olimpo, cavalca queste onde? Eccolo il divo Vladimir dalla lingua saettante di lussuria. Scatena la folla in festa per l’“Orgoglio, orgoglio gay”! Vladimir, gola bianca di mandorle, Vladimir coscia lunga, nella città di Mieli, Vladimir a gambe larghe, calzate di rete, radicate nella strada, a ricordare con la sua divisa da acchiappafantasmi uncinati che il nazifascismo non passerà più-stop-no more-nisba. Giunge sui tacchi a spillo il biondocrinito Andrea, arrivato dalla città eterna in paillettes cangianti e boa del color del vino di Samo. Sfila l’efebo “camp”, stola rosa di peluche e fermagli da balia dovunque, anche là nell’omphalos caro ad Apollo pitone. Compare Deborah, vestale virtuosa, nel senape del suo montgomery. Stringe volantini al petto Stefania, occhio di cerva, sorriso acerbo, cuore gonfio. Daniela, dea cerulea, pelle di pesca, innalza lo striscione di Azione Omosessuale che ha ricamato in notti fiorentine e balza vociante davanti al viola di quelli di Babilonia. Marco, in rosso, tuona come Ares. Scuote la lancia di legno Gioacchino. E poi Piero, che su questa pietra costruirà una fortezza salda alla visibilità; Andrea, da Torino, sì danzerai e danzerai ancora e non per una sola estate; Gabriele che «chi non salta un fascista è»; Franco che, ti prometto, questa notte sarai in paradiso con me. Eccoli gay e lesbiche d’ogni nome, età e città ridere a bocca larga, a bianchi denti tra la tribù degli Orsi dalle spalle larghe e dal folto pelo e quella dei Rospi in attesa del bacio fatale. Appare Grillini, quattrocchi, gorgogliante di gioia e le Camille del Towanda. Li ho visti partire per la loro guerra: d’amore, di ricordi, di voglia di futuro. Giovanette comuniste, occhi grandi, giovinetti autonomi delle università guardavano quel popolo a bocca aperta. Nel gran miscuglio della zuffa gioiosa la sinistra guardava e non capiva. «Come mai, come mai sempre in culo agli operai» gridavano gli alleati etero agitando falce e martello. «Come mai, come mai, sempre in culo agli operai/d’ora in poi, d’ora in poi, lo vogliamo pure noi» rispondeva chi, diverso, faceva di quell’accusa una virtù provocatoria. Sfilavano centinaia di nastri rossi, i nastri della solidarietà anti Aids, le insegne rutilanti di chi, una volta tanto, è gioioso perché ha imparato a pensare positivo. Non tacevano i gay e le lesbiche del movimento: erano lì a ricordare che l’«omosessualità non è un tabù/triangoli rosa non ne vogliamo più» e via di corsa, aggirando la Scala, a ricordare le migliaia e migliaia di morti passati in altre stagioni dai camini di Auschwitz. A ricordare che nelle vie e nelle piazze di Milano, in un’altra gloriosa primavera, etero ed omo combatterono per quel riscatto che adesso veniva proclamato a gran voce. Li ho visti in Piazza Duomo cantare e ridere, giocare e commuoversi nell’infinita folla di coloro che hanno deciso che la Democrazia non è uno scherzo. Hanno detto no ad altri inverni del nostro scontento. Hanno tutti dichiarato mai più gli urli neri delle madri a cui la barbarie ha strappato i figli caduti per la libertà. Hanno voluto tutti, gay e non gay, desideranti e desiderati sciogliere il veto antico e riprendere quelle cetre che 50 anni fa, lievi nel vento erano state appese alle fronde dei salici. Gay venticinque il manifesto 22/4/95 L’Arcigay-Arcilesbica aderisce alle manifestazioni antifasciste del 25 aprile a Milano e a Napoli. Per noi infatti questa ricorrenza ha un significato particolare, legato alle persecuzioni nazifasciste contro gli omosessuali. L’appuntamento quindi è per le ore 13 a Milano (per i circoli del centronord), davanti alla libreria Babele in via Sammartini; mentre a Napoli i circoli del centro-sud si trovano alle ore 14 davanti al Maschio Angioino. L’invito per i circoli Arcigay e Arcilesbica è quello della massiccia partecipazione ai cortei milanese e napoletano, anche come premessa alla manifestazione del «Gay pride» il primo luglio a Bologna. Franco Grillini, Arcigay-Arcilesbica Quel triangolo rosa Laddove finisce la terra e incomincia il cielo c’è un orizzonte piatto che tutti vedono ma che nessuno riconosce. Quando si parla di Olocausto, le cifre affiorano subito alla memoria: sei milioni di ebrei, centomila nomadi, migliaia di oppositori politici, duecentocinquantamila malati di mente... ma moltissimi, sistematicamente, dimenticano gli omosessuali seviziati, umiliati, eliminati nei campi di sterminio. Era un triangolo rosa il simbolo della loro infamia. Quando sono tornati a casa (quelli che sono riusciti a tornare a casa) forse hanno fatto vedere a parenti e amici il numero della matricola tatuato sul braccio, ma del triangolo rosa è difficile che abbiano raccontato. Quei diecimila o quindicimila omosessuali che sono passati attraverso i forni crematori o nelle fosse comuni dei senza nome, sono i morti più dimenticati, i meno celebrati nella memoria collettiva, i più oltraggiati dall’oblio. Il 25 aprile il movimento omosessuale scenderà in piazza. Circolo «Mario Mieli», Roma “Io, omosessuale liberato” la repubblica 26/4/95 C’è anche la Karl du Pigné, che giura di chiamarsi davvero così, ed è inutile volerne sapere di più. Svetta con i suoi quasi due metri sul corteo di reduci dei lager e pensionati della minima: berretto da Luftwaffe, parrucca bionda, stola viola di pelliccia e due gambe vertiginose con una minigonna grossa come un filo interdentale. Intorno a lei il popolo gay, spezzone vivace ed articolato che grida ai ragazzi della Celere: «c’è un gay anche tra voi» e quelli si guardano l’un l’altro insospettiti. La Karl arriva da Roma, dal Circolo «Mauro Mieli»: «Il 25 aprile per me è un giorno di liberazione e di liberazione omosessuale, anche. Un giorno in cui i gay scelgono di far sapere che esistono e che sono visibili. Anche se io —concede la Karl— forse sono un po’ più visibile degli altri». Per il movimento gay, spiega accanto a lei la segretaria del Circolo, è un momento importante, è nata una federazione di diversi circoli che si chiama Azione Gay e si presenta con un volantino autoironico, in alto c’è un cesto di verdura e la scritta «qui c’è dentro un finocchio», e sotto il simbolo del movimento, «qui dentro invece ce ne sono tanti»; la prima uscita pubblica sarà un convegno a Roma sul tema «Labirinti di passione». Ma scusi, signora Karl Du Pigné, voi siete tutti di sinistra o giù di lì, ma a Milano è nata da poco «Forza Gay» che sarebbero gli omosessuali di Forza Italia, e Forza Italia è stata appena cacciata fuori da questo corteo a sputi e spintoni. Cosa sono, contraddizioni in seno al popolo gay? «No, guardi —va giù piatta lei— io non credo proprio che un gay si possa riconoscere in una forza di destra. E se succede vuol dire che c’è qualcosa che non funziona...» Errata corrige: Il giornalista qui a fianco è stato giudicato “gravemente insufficiente” per i seguenti motivi: Il Circolo si chiama Mario Mieli e non Mauro Mieli; Deborah Di Cave non è la segretaria, ma la presidente del suddetto circolo Non è Azione Gay, ma Azione Omosessuale (la “o” va maiuscola) “Qui c’è dentro un finocchio” era in origine “Qui dentro c’è un finocchio” Rimandato a settembre! Milano da bere di Sten 25 aprile 1995, cinquantesimo anniversario della liberazione, visto che al centenario non è detto che abbia ancora voglia di fare casino, mi sembrava giusto esserci... e così: Milano. Ritrovo per la partenza un po’ assonnato, tutti vestiti a strati come le cipolle, un tacito accordo ci univa: non parliamo del tempo, facciamo finta che questa pioggerellina non esista! E infatti... l’arrivo all’After Line, (locale gay che generosamente rimaneva aperto in un giorno festivo: cappuccino £ 5000) è stato asciutto!!! Non so da che parte cominciare, eravamo tanti, e dopo qualche ora anche stanchi, ma tutti in strada per gridare «Basta pregiudizi e discriminazione!», ma non solo «Orgoglio gay, fiero di essere quello che sei!» e poi una marea di altri cori per esprimere la rabbia e la dignità di una minoranza, lo slogan che preferivo in assoluto faceva più o meno così: «Fascisti tremate! Siamo delle checche, vi spaccheremo il cranio con i tacchi e le borsette!» e la cosa più divertente era sentirlo gridare da qualche ragazzo alternativo di un non ben definito centro sociale con gli occhi allegri di birra e di “maria”. Il vero significato di questa manifestazione pubblica che spinge migliaia di persone in pellegrinaggio verso la piazza del Duomo sta proprio nel riconoscere che di una liberazione ne abbiamo ancora bisogno, quella dai pregiudizi, verso la tolleranza. Una vera via crucis, con una partenza alquanto difficile e tante tappe a causa della moltitudine dei gruppi mescolatisi nel corteo. C’era un po’ di tutto dai partigiani agli autonomi, omosessuali compresi. Un gran minestrone di voci, simboli e colori, ma bisogna riconoscere che le più simpatiche erano le checche (!), al punto da coinvolgere nei cori anche i seguaci del Che!! In realtà c’era anche chi, approfittando del dì di festa, era in giro a passeggio col vestito della domenica e i capelli arrangiati dal parrucchiere. Un po’ spaesato, devo ammetterlo, ma comunque con l’ombrello in nuance. Per chi invece di guardare curioso, partecipava è stata una bella occasione per socializzare, lo scambio dei volantini e poi di dove sei? Hai una sigaretta? Gente da tutta Italia per sbraitare «Chi non salta è un fascista eh! eh!» imitando un drago cinese impazzito per il centro di Milano. Guardandomi intorno mi sono resa conto che tutti gli striscioni urlavano: noi siamo qui e, anche se diamo fastidio, esistiamo! Chiunque non si sentisse allineato, per qualunque motivo, era fuori, a farsi vedere. Chissà che seccatura per le persone perbene dover udire tutti quegli schiamazzi entrare da una vetrata socchiusa e disturbare per una attimo la voce della televisione. Qualche nonnetta invece dalla finestra applaudiva, forse perché il marito aveva fatto la resistenza o forse per la saggezza raggiunta con l’età... È capitato che al passaggio della schiera di Azione Omosessuale qualche genitore preoccupato, tappando le orecchie al figlioletto, cercasse di spiegargli che le due signorine con la divisa e la minigonna, quelle con la parrucca bionda, le calze a rete, il boa di struzzo e tacchi alti erano in realtà due poliziotte di un metro e ottantacinque col trucco un po’ pesante!!! Il nostro bivacco è stata la fortuna per i chioschetti aperti ad ogni angolo che per l’occasione si erano premurati di farsi dare il listino prezzi da Chez Maxime!!! Ma già si sapeva che c’è chi specula anche sugli ideali! E poi in fondo si salta meglio a stomaco vuoto! Il percorso che per altro non era lunghissimo, ci è costato un tempo enorme e così quando finalmente siamo arrivati alla meta i bei discorsi erano già alle ultime battute. Milano da bere. In effetti ci aspettavamo tanta acqua, una bella pioggia acida per tutto il giorno, ma anche la natura ha un’anima ed ha cominciato a piovere solo quando Scalfaro si è avvicinato al microfono. «Ma io continuerò a donare figli alle lesbiche» IL GIORNALE 5/4/95 Giorgio Di Gregorio ANDORA. «Anche se l’Ordine dei medici ha stabilito un codice, io non lo accetto. È la classica soluzione all’italiana, non possono imporre ad una donna che desidera avere un bambino quello che deve o non deve fare. Suona come un affronto alla sua libertà. Quanto è stato deciso è assolutamente proibizionista». Giuseppe Ambrassa, il ginecologo settantenne di Andora pioniere della maternità «fuori dalle regole» per aver aiutato lo scorso anno una coppia di giovani lesbiche di Imperia a mettere al mondo una bimba, non condivide l’operato dei colleghi e si aspetta maggiore chiarezza sulla vicenda da parte della Legge. «Con quale diritto un organo professionale vieta la fecondazione di donne omosessuali o in menopausa avanzata? Quale forza legale può avere questo codice messo a punto in modo assolutamente arbitrario ignorando il diritto alla libertà di tanti cittadini? A questo punto spero soltanto che una qualsiasi legge in materia venga pronunciata da organi costituzionalmente competenti senza la dettatura da parte di forze private». Ad Ambrassa però non resta che uniformarsi alla decisione dei suoi colleghi. Lui che il 28 giugno del ‘94 finì su tutti i giornali per aver fatto nascere Sara da una coppia di lesbiche grazie al processo di inseminazione artificiale, scatenando forti critiche, non disobbedirà agli ordini, anche se probabilmente consiglierà alle sue clienti di sconfinare in Francia o in Spagna dove esiste una sorta di «paradiso della fecondazione artificiale». «Ancora in questi giorni mi hanno telefonato delle donne per chiedermi consigli e farsi raccontare l’esperienza di altre madri che hanno praticato la fecondazione in vitro. Sono molto preoccupate dai provvedimenti decisi dal consiglio nazionale della federazione dei medici, ma io ho consigliato alle mie pazienti di andare avanti e di non mollare per nessuna ragione al mondo. Purtroppo anche all’estero, dove fino a qualche tempo fa era più facile avere figli ricorrendo all’inseminazione artificiale, le norme stanno diventando sempre più rigide». Il ginecologo di Andora, che proprio di recente è balzato agli onori della cronaca dopo la notizia che la coppia di lesbiche di Imperia sarebbe intenzionata a mettere al mondo un altro bambino, se aiutasse nuovamente le ragazze correrebbe il rischio di essere radiato dall’albo. Alcune regole del nuovo codice deontologico, infatti, riguardano proprio il concepimento di un bambino in coppie omosessuali. «Avrebbero fatto meglio a studiare una carta di autoregolamentazione contro l’aborto anziché mettere in discussione importanti traguardi raggiunti dalla scienza, che ha consentito anche a donne non fertili di avere un bambino - aggiunge Giuseppe Ambrassa - Ritengo sia più grave dal punto di vista morale interrompere una gravidanza. Questa secondo me è una vera violazione delle leggi della natura». Così ci discriminate Repubblica sab 8/4/95 Alcune decine di gay e lesbiche torinesi hanno manifestato ieri mattina, davanti all’Ordine dei medici, in via Caboto per protestare contro il tentativo di regolamentare il ricorso alle tecniche di fecondazione assistita. Secondo queste nuove regole, d’ora in poi solo le coppie eterosessuali infertili (anche non sposate) potranno usufruire dell’inseminazione artificiale. Esclusione assoluta, dunque, per le single e per i componenti di coppie gay e lesbiche. I manifestanti hanno distribuito ai passanti un volantino in cui gridano le loro ragioni: «È la prima volta che l’Ordine dei medici riconosce pubblicamente l’esistenza di coppie gay, ma lo fa solo per meglio discriminarci». Una scelta, secondo InformaGay, «pericolosa anche sotto il profilo sanitario. L’inseminazione fai-da-te, che in questo modo viene incentivata, espone madri e figli ai rischi di malattie a trasmissione sessuale». da Genova di Giovanna Rossi Il Consiglio nazionale della federazione dei medici ha, in attesa di una legge, provveduto a regolamentare la fecondazione assistita. In pratica solo coppie eterosessuali non fertili vi possono accedere. Il provvedimento è stato accolto con favore e molti interventi dei mass-media non sembrano discostarsi da quanto pensa il ministro della sanità. D’altronde da tempo l’opinione pubblica veniva invogliata allo stupore, alla perplessità verso interventi sempre più “al confine” descritti in diretta proprio nei loro aspetti più sconvolgenti. Mi pare necessario fare alcune osservazioni. 1) La necessità di una legge è indiscutibile, il permettere che la fecondazione assistita sia un business privato, non sottoposto ad una regolamentazione che tenga presente aspetti etici e sociali piuttosto che l’economia o solo la ricerca nella migliore delle ipotesi, è stato ed è grave, in questo campo come in altri campi della medicina. Di fatto la necessità di pensare una legge, pensare e fare una legge in rapporto alla società, in favore della maternità, in difesa dei diritti dei bambini e delle donne è di drammatica utilità ma non è accettabile che al suo posto, in attesa di essa, si ritorni a semplici postulati che ripropongono gli stereotipi più retrivi, miopi al reale, semplici da far accettare a chiunque non sa pensare e vedere, in palese sintonia con un unico credo, quello espresso dal Papa. Questo, poi, fatto da un Ordine che esprime in questo modo la precisa collocazione dei suoi membri, o perlomeno dei suoi dirigenti, e si presenta con un potere decisamente fuori luogo, ma sintomatico di quanta confusione c’è nell’attuale sistema. La mancanza di una legge ha portato, come scriveva Stefano Rodotà, a pericoli, gli stessi pericoli che affrontavano le donne prima della 194, quando o emigravano all’estero o ricorrevano all’aborto clandestino. Non solo, in questo caso era necessaria la riflessione consapevole di una società verso possibilità prima impensabili. Riflessione, non retrocessione a schemi. Quanti non sono stati turbati dal trapianto d’organi? Quanti dalla manipolazione genetica? Quanto è utile che il dibattito sulle donazioni, sulla spina tolta in rianimazione sia un dibattito profondo, collettivo e non solo appannaggio di una commissione etica che risponde ad una cultura sola (mi riferisco all’ultima, criticata perché soprattutto formata da credenti, non solo da personaggi come Levi Montalcini ma dalla stessa O.M.S., che comunque consiglia la compresenza di esponenti di culture diverse, credenti, non credenti, minoranze, ecc.)? Se è utile non si può intervenire in questo modo: questo è un modo per riproporre una politica che segue la norma cattolica. Segue la logica del reprimere, imporre regole che restaurino una famiglia di un certo tipo, cancellino, ricaccino nel ghetto, nel silenzio, nel nascosto ogni diversità, tolgano diritto di esistere a tante esistenze, interrompano una riflessione, un dialogo tra realtà diverse, single od omosessuali, famiglie allargate, impediscano una collettiva presa di coscienza del valore della maternità (e quindi della cautela da avere anche nel campo dell’inseminazione) dando l’equazione che se si è nella famiglia cristiana tutto è garantito buono, fuori no. Ora l’insensatezza di prese di posizione del genere è pari allo scandaloso tempismo con l’enciclica papale. I medici da sempre sono in contatto con le difficoltà, le sofferenze, le tragedie famigliari, e sanno che le mostruosità non sono appannaggio di questa o quella categoria; possono esserci situazioni a cui non si è dato e non si danno sufficienti mezzi, ci può essere solitudine, silenzio, complicità, timore. Mi rifiuto di pensare che l’intera popolazione medica risponda in modo così conservatore, miope, che ubbidisca: questo vorrebbe dire che deve essere messa in crisi. 2) L’attacco alla donna viene confermato da questa decisione: se una donna desidera la maternità ora avrà solo la possibilità della coppia. Se sta scritto che la figura paterna è importante sta altrettanto scritto il danno del padre padrone, della famiglia che distrugge e non è nido, ma carcere od orrore. Come non è pensabile di mettere in discussione che un uomo e una donna possano avere dei figli ma dar loro cultura, società e strumenti per averli nel miglior modo, così non è pensabile negare la maternità alle coppie gay, alla donna, ma dare luce a un nuovo modo di concepire la famiglia, in cui la figura paterna rientri in una realtà più allargata e non chiusa come nella conservatrice immagine e realtà della famiglia ancora una volta riproposta. GIOVANNA ROSSI (Genova) Compagna di una donna medico Donne, non contenitori ambulanti di Roberta Lazzeri L’ordine dei medici si è sentito in dovere di dare norme per il concepimento in caso di gravidanze assistite. Il fatto preoccupante è vedere riaffermata ancora una volta la convinzione corrente che le donne non sono esseri umani, ma semplici trasportatori e contenitori di qualcos’altro. Neppure lontanamente si prende in considerazione che si parla di persone che in quanto tali hanno una loro volontà, dignità, senso di responsabilità, tutto ciò che si attribuisce agli esseri umani. Molte volte mi stupisco di notare come troppo spesso ci si dimentichi che l’umanità è formata da due generi, con caratteristiche specifiche diverse, certo, ma con pari umanità. Si tratta ancora di affermare la centralità della donna e sembra assurdo che ciò debba ancora essere riaffermato. E questo atteggiamento, pur grave, non è tutto: si sono sentiti in dovere di escludere le singles e le lesbiche. Perché? Se il problema è che hanno deciso che è meglio avere due genitori e di sesso diverso, allora perché non proibire il divorzio alle coppie stabili eterosessuali con figli di età inferiori a 18 anni (o è ancora troppo presto?): o perché non proibire a madri e padri di morire prima che i figli abbiano raggiunto la maggiore età (chi non rispetta questa norma verrà severamente punito): o non proibire alle donne violentate di rimanere incinte!? Se il problema, invece, è quello del concepimento eterologo, allora per una donna omosessuale e per una donna singola (possibile trovare una donna doppia?) il concepimento sarà identico a quello di una donna con marito sterile: eterologo e, scusate se qui entro nel merito, questa soluzione non è forse migliore quando il marito non c’è? onde evitare che il poverino si senta rinfacciare ad ogni pie’ sospinto che “lui” non è stato buono? non sarebbe più paritario per la coppia optare per l’adozione? o forse il problema è sempre lo stesso? rinchiudere tutto all’interno della famiglia regolare, con tanto di patente di normalità e considerare come aberrante tutto quello che ne sta fuori? E qui non posso tacere, perché queste norme sono figlie del nostro tempo, di una mentalità corrente che ritenevo superata da almeno un ventennio, e che invece vedo riaffiorare con la stessa arroganza e protervia che aveva venti anni fa, e allora devo fare appello all’intelligenza della gente, uomini e donne, affinché non si facciano risucchiare in un vortice così nero, perché se si lascia passare anche solo uno di questi discorsi, poi ci ritroviamo con i triangolini di vario colore applicati alle tute da lavoro e con marchi identificatori stampigliati a fuoco sulla pelle. La decisione di portare avanti una gravidanza “capitata” oppure di scegliere di avere figli deve essere sempre e comunque della donna, sia essa sieropositiva o no, sterile o compagna di uomo sterile, lesbica o single, che va ben informata su tutto, non solo sulle possibilità che ha di avere un figlio più o meno sano, o di avere parti plurigemini, ma anche e soprattutto su quello che rischia lei come persona affrontando una gravidanza. «Io, prima figlia di 2 lesbiche» la stampa gio 20/4/95 di Pierangelo Sapegno ANDORA. Sul balcone, la mamma ha messo i gerani e zia Maria li bagna quando c’è sempre il sole. Esce in pantofole e guarda il cielo, con i capelli un po’ scarmigliati, la vestaglia sgualcita e il silenzio che c’è. «Io le guardo dalla finestra, le mie due donne, e penso che le amo, e penso che sono stata anche fortunata» dice Lucy. «Vede, zia Maria è mio papà». Cioè no, perché il seme non l’ha dato lei: «Per forza, no?». Ma è come se lo fosse. «Io in casa ho visto sempre e solo loro» dice Lucy. Il mondo delle donne deve essere fatto come una mattina in campagna. Un po’ di miele e un po’ di sole. Quasi vent’anni fa quando la signora Elisa, maestra d’asilo, e la sua amica Maria, studentessa di lettere, bussarono alla porta di Giuseppe Ambrassa, ginecologo specializzato nella fecondazione artificiale, avevano un po’ di timore e un po’ di speranza. Erano state in collegio insieme, dalle suore, e si erano conosciute là, in quei corridoi e in quelle stanze che odoravano di cera con i crocefissi appesi ai muri, tra le preghiere e le piccole camere con quei soffitti così alti, i banchi di legno scuri e i libri. Maria aveva avuto una storia finita male con un ragazzo, ed Elisa l’amava in silenzio. «Ooh, erano belle da svenire» ricorda Ambrassa. Erano molto affettuose e ripetevano: «Noi due ci amiamo». Elisa disse: «Cerchiamo dei figli». Poi aggiunse, come per giustificarsi: «Io sento la maternità». Ambrassa sorrise, lisciandosi il pizzetto: «Certo, è la natura. Adesso ci proveremo». Elisa e Maria si guardarono. Dottore, speriamo che sia femmina. Oggi che la scienza le ha esaudite, Lucy ha già compiuto 18 anni e studia lingue. È battezzata e cresimata, e ogni tanto nel silenzio della sera prega la Madonna che le conservi la mamma e il papà, cioè la zia. «Io sono come le altre ragazze della mia età, anche se sono nata per inseminazione artificiale da due lesbiche. Una, Elisa, è la mia mamma. L’altra, Maria, la sua compagna. E io la chiamo da sempre zia». Lucy è bionda, piccolina e con gli occhi bruni che ti accarezzano. Quando qualche anno fa si è innamorata per la prima volta di un ragazzo, il cuore le ha fatto strani scherzi, e poi gli occhi e i sensi, e allora lei è andata dalla mamma a chiederle che cos’era e che cosa doveva fare. «Vedi, figlia mia, esistono tanti tipi d’amore. Tua mamma non ha mai conosciuto quello che provi tu», le disse la signora Elisa. Non è che Lucy fino ad allora non sapesse che era la figlia di due lesbiche. L’aveva dovuto imparare in fretta, quando aveva dieci anni appena, perché a scuola i genitori degli altri bambini e i suoi compagni di classe mormoravano e spettegolavano. «E un giorno tornai a casa piangendo dopo aver bisticciato con la mia amica. Lei mi aveva detto: stai zitta tu che non sei normale. E mia madre mi prese sulle ginocchia e mi disse semplicemente: tu, figlia mia, vieni dal freddo. Sei figlia della scienza». Così, adesso che gli anni sono passati e che la casa delle donne è diventata quasi come una casa delle fiabe, Lucy dice: «Io non mi sento figlia di due lesbiche. Io mi sento figlia della scienza, e sono orgogliosa di esserlo». E poi adesso quella strana famiglia, dove non si guarda mai una partita di calcio alla televisione e dove i ruoli sono così insoliti, è diventata una casa da raccontare, di una dolcezza un po’ triste, e di una calma quasi irreale, così incompleta, come se fosse un mondo monco, un cielo chiaro che non cambia mai, senza le tensioni e gli odori che porta un uomo. Vivono in una città del basso Piemonte abbastanza grande da passare inosservate. Eppure i vicini le conoscono e lo sanno e non dicono più niente. Elisa ha aperto una boutique per articoli d’infanzia che è diventata la più importante della città. E zia Maria ha lasciato l’insegnamento e vive in casa, bagna i gerani la mattina e prepara le marmellate. Hanno quasi cinquant’anni «ma non hanno perso la loro bellezza», come dice il dottor Ambrassa. Ogni tanto c’è qualche uomo che le ronza intorno, anche se non serve a niente. Ne ridono alla sera, davanti all’abat-jour, quando infilano i piedi nelle pantofole. Tutte e tre non stanno mai in silenzio, e si sono abituate a un modo strano di scherzare, come si fa tra le donne, senza alzare mai la voce. Sono battute e racconti da sussurrare. E c’è un disordine pulito nella casa, dice Lucy. Ogni tanto passa il nonno, che la vizia ancora come una bambina, e il fratello e la sorella di Elisa: e si fanno grandi mangiate attorno al tavolo della cucina. «Mamma è apprensiva, un po’ rompipalle come tutte le mamme. Si lamenta se la mia gonna è troppo corta e se faccio le ore piccole con il fidanzato. Quando io ho conosciuto il mio ragazzo, con lei non sono riuscita a parlare delle mie prime esperienze. L’ho fatto con la zia. Non so come sarebbe se ci fosse un uomo, e confesso che non me lo sono mai chiesto. Io non ne sento la mancanza». Davanti ai suoi occhi, la mamma e la zia sembrano come due sorelle che si vogliono un bene grande così. Eppure, c’è qualcosa di più che ha colpito la memoria di Lucy. Lei, dice, non ha mai assistito ad una lite in casa. Vabbè, può capitare anche a un uomo e a una donna quando si è fortunati. «Ma soprattutto io non mi sono mai sentita contesa da papà e mamma, non ho mai vissuto quelle tensioni che mi raccontano le mie amiche. Quando le ascolto io capisco che la mia vita mi ha risparmiato certe cose. Fra due donne insieme c’è meno conflittualità». In fondo, nelle parole di Lucy, c’è uno strano orgoglio, come se queste donne fossero riuscite a mettere su il loro ideale di famiglia, senza l’altra metà del cielo. Come a dire che anche questo potrebbe essere un peccato da rischiare. E poi, che effetto le fa, a Lucy, la parola lesbica? «Nessuno» risponde. Vergogna? «No, e perché dovrei? Mia mamma lo è ed è una donna stupenda». Anche se i suoi giorni saranno diversi, se il suo futuro avrà un altro volto. Quando si sposerà, vorrà avere tanti figli e la faccia di un uomo che le dorme accanto. Ai suoi bambini racconterà con orgoglio la sua storia, quella casa con i gerani e zia Maria in vestaglia sul balcone a guardare il cielo. Ripeterà anche a loro che è venuta dal freddo, come le diceva la mamma tenendola sulle ginocchia, per spiegarle che l’unico uomo che c’era nella sua vita era un signore sconosciuto che le aveva donato la sua parte. Chissà che non provi un po’ di nostalgia per le marmellate e le chiacchiere di niente sulle poltrone della sala. E speriamo che sia femmina. «Esistiamo soltanto per i divieti» Manifesto mar 4/4/95 di Gianni Rossi Barilli Disobbedienza civile. È la parola d’ordine lanciata da Arcigay-Arcilesbica dopo che il consiglio nazionale dell’ordine dei medici ha deciso di vietare esplicitamente l’accesso alla fecondazione assistita alle coppie omosessuali. E nella foga di proibire, fanno notare in molti, ha trascurato un piccolo dettaglio: per quanto le tecniche di procreazione artificiale abbiano fatto passi da gigante, non c’è ancora nessuna metodica per consentire a una coppia di maschi di farsi inseminare con qualche chance di successo riproduttivo. Infatti, l’Ordine dei medici, dice no alla provetta selvaggia per le coppie omosessuali, quando il problema esiste praticamente solo se la coppia in questione è formata da due persone di sesso femminile. Ma, a parte questi irrilevanti dettagli (anatomici e non), le organizzazioni del movimento gay e lesbico non possono che prendere come un’iniziativa discriminatoria l’opera di supplenza svolta dai medici in assenza di norme precise emanate dal Parlamento. «Che senso ha occuparsi di coppie omosessuali per stabilire le regole - si domanda anzitutto il presidente di Arcigay-Arcilesbica Franco Grillini - quando queste “entità” non sono in alcun modo riconosciute sul piano giuridico? Siamo al paradosso: le coppie formate da persone dello stesso sesso, in Italia, esistono solo se si tratta di negare loro qualcosa». In cosa consiste la disobbedienza civile per boicottare l’improvvido afflato etico dei medici italiani? Arcigay- Arcilesbica ha già fatto sapere che metterà in circolazione il kit «fai da te» per l’inseminazione artificiale, con relativo manuale pratico già pubblicato in numerosi paesi occidentali. E, per il resto, inviterà tutte le donne single, lesbiche o no, a ricorrere in sede legale contro la decisione dell’Ordine dei medici. «Il divieto alle donne lesbiche e le single di accedere all’inseminazione assistita - conclude Grillini - è inefficace perché qualsiasi donna può procurarsi il seme in vario modo senza aspettare il placet dell’Ordine; è pericoloso sul piano sanitario, perché l’inseminazione “fai da te” non è controllata, soprattutto per quanto riguarda le malattie a trasmissione sessuale; infine, è illegittimo sul piano legale, perché si sostituisce al parlamento arrogandosi il diritto di interpretare il presunto comune sentire della maggioranza degli italiani». Va notato che le norme di autoregolamentazione dei medici italiani, nel caso delle donne single o lesbiche (distinzione capziosa, che già da sola rivela considerazioni pregiudiziali), introducono un concetto curioso: non tutte le donne fertili hanno il diritto di partorire, o almeno di farlo con la benedizione della scienza moderna. Un principio di questo genere potrebbe avere conseguenze ben più pericolose dei guasti che si propone di riparare. Paolo Hutter, militante omosessuale e consigliere comunale del Pds a Milano, ritiene a questo proposito che «la decisione dell’ordine dei medici di limitare la fecondazione artificiale non è contro gli omosessuali, ma contro l’autodeterminazione della donna». E se fosse contro entrambi? Alle complicazioni concrete che possono sorgere all’altolà dei medici si riferisce il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma chiedendo: «Con quali mezzi stabiliranno che una coppia è effettivamente eterosessuale e che non è composta magari da due amici, un gay e una lesbica che, per aggirare gli ostacoli, si spacciano per coppia felice? Casi di questo genere già si verificano quando in gioco c’è il diritto di cittadinanza per i coniugi di cittadini italiani. Accade spesso che un gay e una lesbica si sposino per simili ragioni». Insomma, a parere del Mario Mieli, che se la prende con i sussulti della morale cattolica ma anche con la mancanza di iniziativa dei partiti della sinistra, decisioni come quella dell’ordine dei medici rappresenteranno per molti omosessuali una ragione di più per restare clandestini. Se, d’altro canto, qualcuno si ponesse il problema di verificare quali siano i reali orientamenti sessuali di chi domanda la fecondazione assistita, dove si andrebbe a finire? CAROL “POPPER” THE POPE. di Mirko Medusa È un tiepido pomeriggio di maggio e qui a Roma si respira qualcosa di più inebriante della sola aria. È l’avvenimento dell’anno, se ne parla da mesi ed infine il momento è arrivato: dopo “The Boss” che scalda ancora i nostri cuori col vento caldo del Rock, milioni di ragazzi e di ragazze stanno arrivando da ogni dove per assistere all’unico concerto italiano di Carol “Popper” The Pope e del suo gruppo “The Poppettes” al secolo Ruini “The Shock” e Martini “The Chuck”. La “città aperta” è stata letteralmente invasa da orde di fans scatenatissimi che si strappano di mano le svariate quantità di gadgets frettolosamente messi in commercio dalla “Vatican Records” in occasione dello show di questa sera: t-shirts con l’immagine sacra di Carol e il suo gruppo, immortalati in millecentosei posizioni diverse, ripresi da ogni angolazione, una roba da far invidia alla più aggiornata edizione del kamasutra. E poi ancora spillette, adesivi, boxer, tanga (bellissimi quelli con Carol con la bocca spalancata... molto invitante). Ma il gadget che riscuote più successo è senza alcun dubbio quello rappresentato da una confezione color del cielo con tanto di nuvolette, che porta la dicitura “D.I.O.” e al cui interno fanno bella mostra di sé ben sessantasei preservativi variamente colorati (D.I.O. sta per Do It Always - che si legge Olueis ed è appunto per la pronuncia che la “o” finale trova la sua giustificazione). Ho incontrato “The Pope” nel suo albergo dove ero l’unico giornalista autorizzato ad intervistarlo in esclusiva per i lettori di “InformaGay”. Era teso ma disponibilissimo a rispondere alle mie domande che peraltro, come avevo precedentemente concordato con il suo agente travestito da guardia svizzera, non sono mai state troppo aggressive. MM Caro “Carol".... TP Chiamami solo Caro, fratelo. MM Caro, come ci si sente a sei ore da quello che sicuramente sarà l’avvenimento Rock dell’anno? TP Fratelo, o sorela, come vuoi tu... Mi sento come una debutante al suo primo balo in società. Tutta un fremito. Per fortuna ho con me due amici che sanno come prendermi e mi rendono tuto più facile. Mi prendono sempre per il verso giusto sai? MM Come ti spieghi tutto l’affetto che i ragazzi e le ragazze dimostrano per te e la tua musica? TP Vedi, io parlo dritto al loro picolo cuore con loro linguagio semplice, a volte un po’ crudo, e con mie parole dà loro speranza per un futuro migliore, senza guere, senza malatie, senza riserve. MM A proposito di malattie, come nasce la Fondazione “UT-CAPTU” (Use The Condom As The Pope Use). TP A un certo punto dela nostra cariera ci siamo resi conto che la musica non poteva trasmetere tuto e così abbiamo deciso di fare qualcosa in più nel campo della prevenzione sopratuto della malatia del secolo, l’AIDS, e così abiamo deciso di agire aprendo una fabrica di preservativi (la DIO - n.d.a.) e di andare in giro per il mondo a difondere informazioni utili a far sì che i ragazi sappiano che da questo male ci si può difendere. Sta uscendo uno spot di publicità progresso finanziato dalla Fondazione in cui si vedranno due ragazi che si spogliano mentre una voce fuori campo dirà: “Spogliatevi pure di tuto ma prima di farlo ricordatevi di indossare qualcosa". A quel punto uno dei due ragazi metterà il preservativo e il resto non ve lo dico per non privarvi del piacere di scoprire il gran finale su musica di Wagner. MM Ho saputo che aprirete il concerto di questa sera con un medley di “Don’t worry, be pig!” e “The condom I like more, is pink” due pezzi altamente provocatori che potrebbero procurarvi una serie di guai con l’associazione “Mamma domani” che si sta muovendo affinché i vostri dischi non vengano più distribuiti in Italia. TP La scelta non è casuale. Vogliamo dimostrare che abbiamo coragio da vendere e che non siamo disposti a scendere a compromessi con quelle asociazioni che vorebero mettere un bavaglio alle nostre urla di libertà. Nostro slogan dice “No metere il bavaglio, metti il preservativo". Ricordi, sono le parole di “Give me the cock”...carino... MM Sì, lo trovo molto carino. TP Ma no, dicevo tu, TU carino. MM Grazie. Il vostro ultimo album, “FUCK AND BE FREE” ha venduto qualcosa come dieci milioni di copie nel mondo: ritieni che il successo sia dovuto alla musica o ai testi delle dieci canzoni che contiene? TP Un po’ ala musica, un po’ ai testi, un po’ ai dieci preservativi in omagio, uno per canzone. È stata una splendida operazione comerciale, meglio di primo album “PRAY TO BE FREE” dove regalavamo dieci ostie alla violeta per una comunione profumata. Forse dovevamo metere dieci gusti diversi. MM In “Take me back” ad un certo punto dici «... e non ti preoccupare se la gente pensa che non sia giusto, prendilo finché ce n’è e ti sentirai un re...»: a che cosa ti riferivi? Al gusto della vita? TP Oooohhh fratelo, sei proprio un po’ gnochetto! Maché gusto dela vita, mi riferivo a quela parte del corpo che usa il preservativo come vestitino! Credevo fosse chiaro... MM Non osavo immaginare.... TP Se vieni in stanza con me, io ti dimostro l’inimaginabile. Sai, credo che siamo tuti frateli e sorele e dobbiamo dimostrare di amarci l’uno con l’altro e con l’altro e con l’altro... (nel frattempo mi accarezza una coscia - n.d.a.). MM Questo significa che non ce l’hai più con gli omosessuali e le lesbiche? TP Ma allora non hai capito proprio un uccelo! Non ho mai avuto niente contro omosesuali e lesbiche. Era mio vechio agente un po’ bigoto che mi faceva dire un saco di putanate in questo proposito. Era una vera palla! Non mi dava la posibilità di esprimere mia vera personalità: sempre stesso vestito lungo e bianco, stesso cappellino, stessa piazza per concerti che facevo sempre la domenica matina da dietro una finestra e nesuno poteva vedere come muovevo bene mio culo quando mi esibivo. Un vero spreco. Poi mi sono deto: “Carol, adesso basta! Devi fare qualcosa per liberarti di lui” e così ho fatto. MM Cosa? TP Presentato lui Madonna e detto che era molto, moltissimo più importante di me. Lui ha creduto e adesso lei è sua pupilla. Infati non so se hai notato che Madonna si sta rimangiando tuto quelo che ha sostenuto fino a ieri e adesso adiritura vuole sposarsi (risate) la pazza! MM Tralasciando la musica, per concludere, hai qualche particolare piccante da rivelare ai nostri lettori a proposito della tua vita sentimentale? TP Niente di particolarmente “scandaloso” posso però dire, e non mi stancherò mai di farlo, che bisogna vivere la propria vita con un certo ordine e quindi che gli uomini si uniscano con gli uomini e le donne con le donne... o si crea veramente una confusione, ma una confusione!!! Rinfrancato da quest’ultima dichiarazione, mi avvio verso l’albergo dove mi rilasserò un paio d’ore prima del grande evento. Mi distendo un po’ sul letto e mi addormento. Quando mi risveglio, sono le dieci del mattino, mi butto giù dal letto, mi lavo la faccia e mi affaccio alla finestra. Fuori, anziché il cupolone di San Pietro, c’è il cupolone della Maria Ausiliatrice. Non sono a Roma ma a Torino, non c’è stato nessun concerto di Carol “Popper” The Pope. Accendo la tivù in tempo per l’angelus durante il quale The Pope riprende a sparar cristiane sentenze su omosessuali, lesbiche, aborto, famiglia e vattelapesca. Non una parola a proposito di “Give me the cock". Il sogno è finito ma l’incubo continua. Mirko Medusa Tra Torquemada e Voltaire c’è di mezzo lo yogurth di Lucilla Sciola Perugia, 3 aprile, 1995 Egregio Signor Coda Nunziante, il contenuto della sua, che non potrei definire lettera, ma proclama alla Nazione —che per sua memoria le allego alla presente— ha ritenuto la mia attenzione. Questa mia vuol essere un contributo al dialogo ecumenico tra cristiani. Il lessico con venature enfatiche della sua prosa, con Dio, Patria, Famiglia e Vinceremo (grazie per gli omissis del Duce) mal si accorda , a mio modesto avviso, con il civettuolo “Flash”, che segue il profetico “Famiglia domani”, con il quale ha voluto etichettare le sue opinioni. Che ne direbbe, invece, di un onomatopeutico GOT MIT UNS? Sente come suona bene con il tintinnio del marco in ascesa, come sottofondo? È chiaramente lacunosa la sua conoscenza del ruolo effettivo delle risoluzioni del Parlamento Europeo. Ben lungi infatti dall’avere una valenza legislativa, si riducono i realtà alla conta delle opinioni di maggioranza e minoranza, dopo dispute più o meno tribali, che ricordano il nostro parlamento. A conferma dell’inesistente valore legislativo di tali risoluzioni, cito quelle contro la mafia, i crimini di guerra in Bosnia e il genocidio in Ruanda. Ma l’infamia più grossa è l’omosessualità, secondo lei. San Paolo docet. Ricordo alcuni brani del Vangelo a proposito dei Farisei: «chi di voi è senza peccato..., non giudicate, per non essere giudicati..., non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio...., date a Cesare quel che è di Cesare...» per finire con: «...verrete giudicati dopo i ladri e le prostitute...». Quanto ai fondi richiesti per la sua iniziativa, perché non creare uno spot, interpretato da un adepto locale del Ku Klux Klan, con cappuccio d’ordinanza, che bofonchi: “ho bisogno di te, per discriminare?” Se ha raccolto, a suo tempo, adesioni sostanziose negli USA la richiesta di fondi per la vedova del Milite Ignoto, perché non dovrebbe raccoglierne maggiormente una tale iniziativa concreta, visti i tempi favorevoli? Sento odore di nostalgia nell’aria per le stelle rosa naziste, le prigioni fasciste, le castrazioni, per il gaudio musicale della Cappella Sistina. Comprendo quanto sia difficile stanare gli omosessuali, ma l’inventiva del nostro Bel Paese ha delle risorse incredibili. Geniale la bambola esplosiva per i bambini ROM! A quando i gadgets fallici alla polvere pirica per i gay? Potreste finalmente identificarli dai loro moncherini e per gli ecclesiastici un “imprimatur”, impresso a fuoco nelle reverende natiche, renderebbe più assolvibili eventuali tentazioni. Escludo il ricorso a campanellini appesi al collo degli omosessuali, come ai tempi degli appestati, per ragioni di quiete pubblica. Tra un Torquemada dell’Inquisizione che affermava: “non condivido le tue idee, e quindi ti garroto” e un Voltaire che sosteneva: “non condivido le tue idee, ma darei la mia vita, per farle rispettare”, tengo ad attestare e praticare la mia certissima opzione per quest’ultimo. Ho molti, fraterni, validissimi amici omosessuali, compresi preti e frati. Con i primi non ho conflitti per l’uomo dei miei sogni (Philippe Noiret), dai secondi non temo avances, riservate —spesso senza costrutto— a giovani agnostici. Il rapporto con loro non è comunque tutto rose e fiori. Non sono mai riuscita ad avere dai primi la ricetta della torta allo yogurth, che fanno molto meglio di me. Confessando ai secondi la mia antipatia per il Papa, ho ottenuto per la mia irriverenza un rosario da recitarsi in polacco. Scommetto una terrina di finocchi gratinati che lei non pubblicherà, né risponderà a questo mio contributo al dialogo. Nell’eventualità che invece dovesse farlo, vorrà dire che avrà imparato a seppellire con una risata i suoi serissimi fantasmi. Cordiali saluti. Lucilla Sciola. Spett.le Redazione, Di fronte ai nuovi “vecchi” attacchi di certo integralismo cattolico, affiancato da cosiddetti nuovi politici, contro l’omosessualità, anche l’A.GE.D.O. (Associazione genitori di omosessuali) ha qualche cosa da dire. Il nostro coordinamento caratterizzato per la sua laicità e apartiticità è strumento di affermazione di diritti civili e sente questo attacco portato alla famiglia non tradizionale come una prevaricazione intollerabile e un serio attentato allo stato di diritto e alla società civile. Le nuove crociate moraliste contro i diritti dei gay trovano, nelle nuove forze politiche con velleità di governo, il brodo politico migliore per cancellare le conquiste sociali costate anni di lotte e sacrifici per una società migliore, che rispetti le differenze e tuteli le minoranze. La “restaurazione morale” a nostro parere dovrebbe prendere le mosse da una severa analisi dell’intimità familiare dei promotori, veri eterosessuali, veri cristiani e veri democratici. Quante loro azioni, contrarie o no alla legge di Dio, non ripugnerebbero le coscienze? Cosa pensano dei loro figli e della loro sessualità? Hanno dialoghi con loro? E se scoprissero che, malgrado la irreprensibile condotta morale, la figlia o il figlio sono omosessuali? Cosa farebbero allora.......? L’A.GE.D.O. può fornire una testimonianza attraverso comprensione, accettazione e presa di coscienza che la omosessualità non è nè disordine morale nè contraria alla legge di Dio. Siamo altresì convinti che contrario alla legge degli uomini, e se vogliamo di Dio, è un atteggiamento prevaricatore, ottuso, disinformato, chiuso e bigotto verso ogni diversità che, anziché arricchimento culturale, diventa il nemico necessario per la difesa del nostro piccolo territorio di tranquillità familistico-borghese. L’A.GE.D.O. di Torino sottoscrive pienamente il testo di ARCIGAY-ARCILESBICA per “l’affermazione dei diritti delle persone omosessuali contro il pregiudizio e le discriminazioni che non riguardano solo gli interessi di una minoranza, ma misura il progresso civile e democratico dell’Italia”. Coordinamento A.GE.D.O. di Torino - Via Basilica 5. Scende in campo il profilattico la stampa, 8/4/95 di Pierluigi Battista ROMA. E così il sindaco Formentini passerà alla storia. Sì, passerà alla storia ma, chiosa con indignato sarcasmo l’Osservatore Romano, soltanto perché verrà ricordato come il primo sindaco di Milano ad aver sollecitato la promozione dei profilattici in tutti i bar meneghini: con ciò facilitando, con deplorevole «cecità morale», la «depravazione» della cittadinanza. Parola del giornale vaticano. E passerà alla storia anche questa bizzosa, biliosa, surriscaldata campagna elettorale. Passerà alla storia perché per la prima volta un candidato è chiamato nei pubblici comizi a pronunciarsi sul fatidico problema : «Che ne pensi dei preservativi?» Il tutto nella pia Padova, con esplicita domanda rivolta da Giovanni Negri, candidato del Polo al pio Gianni Saonara dell’Azione cattolica e candidato del centro-sinistra. Irrompe con fragore nel teatrino della politica un nuovo vessillo, spartiacque simbolico tra due opposte visioni del mondo: il preservativo. Poco ingombrante, più o meno maneggevole, oggetto che sin dal suo apparire ha stimolato le fantasie goliardiche cresciute in tempi in cui la sessuofobia dominava le coscienze non ancora secolarizzate, il preservativo (150 milioni di pezzi venduti ogni anno in Italia, con una media pro capite di 2,6 esemplari) si trasforma in un’imbarazzante bandierina di riferimento. «I ribelli del condom» sfidano le proibizioni contenute nell’Evangelium Vitae. Le aziende di profilattici mettono in premio mirabolanti viaggi ai Caraibi per i farmacisti disposti a violare il veto cattolico e a esporre la preziosa mercanzia sui banconi delle farmacie. E poi c’è la grande tragedia dell’Aids. Con i seguaci del profilattico libero che ne lodano le doti di sicurezza, utilità e praticità. E i detrattori che lo ripudiano come simbolo del disordine trasgressivo di cui l’Aids sarebbe la manifestazione punitiva. Poco a poco, la politica è risultata come invasa e sopraffatta dalla disputa. Rosa Russo Jervolino viene ricordata come il ministro della Pubblica Istruzione che ebbe da eccepire sulla promozione scolastica del preservativo attraverso i richiami dei fumetti di Lupo Alberto. E l’attuale ministro Lombardi viene bacchettato da Avvenire perché sollecita la propaganda dei profilattici tra i giovani in età scolare. Sotto il manto dei tecnicismi e della scientificità (il condom funziona per bloccare il contagio oppure la sua utilizzazione genera illusioni sul carattere innocuo di comportamenti detti «trasgressivi»?) si nasconde però l’ansia di circoscrivere un simbolo di appartenenza, come se la guerra si svolgesse tra la Luce e le tenebre, o tra obbedienza e peccato. Per il ministro laico della Sanità De Lorenzo il preservativo era quel simbolo che poteva essere esibito, accanto al volto del suddetto ministro poi caduto in disgrazia, sulla copertina di un rotocalco. Si deve al cattolico Donat-Cattin, invece, la definizione più rude e liquidatoria: «I preservativi sbordano». Gentilezze di pochi anni fa. Oggi invece si va più sulle spicce. E se il leader dell’Arcigay Franco Grillini si fa paladino del politically correct e propone «una leggina con un unico articolo che imponga l’immagine e l’uso del preservativo in qualsiasi raffigurazione o rappresentazione di rapporto erotico», compresi i fumetti di Dylan Dog e Nembo Kid, la povera Rosy Bindi, nell’altro schieramento, viene crocefissa dai cattolici ultrà per non aver sostenuto in Parlamento posizioni sufficientemente dure sulla distribuzione dei profilattici. Si mobilitano le star come Alba Parietti che si lasciano immortalare assieme all’immagine del preservativo. Si mobilitano i politici con ammirevole zelo. Come il Verde Pecoraro Scanio che distribuisce i veicoli del sesso sicuro davanti al portone di Montecitorio. Ci sono quelli che tentennano, come i responsabili di Alleanza nazionale, divisi tra la divisa cattolica indossata con ferrea disciplina e le antiche memorie di un passato virilista. E così il partito di Fini propone certo meno tasse a chi fa più figli (in tempi di fiacchezza demografica) ma la bresciana Viviana Beccalossi, incarnazione del volto giovane e moderno di quel partito, si dichiara favorevole all’uso del preservativo. Ci sono i post-moralisti del pds che in una Festa dell’Unità trasformano il palco in una cattedra da cui la lucciola Pia Crove insegna alla platea l’uso del profilattico debitamente srotolato e applicato sul microfono per l’occasione. E c’è persino il devoto Alberto Michelini che alla domanda se lui è favorevole o contrario all’uso del preservativo, risponde equanime che lui è contrario ma in taluni casi potrebbe anche essere favorevole. Potenza del maggioritario, in cui si tratta di non scontentare né i laici né i cattolici. Potenza dei nuovi simboli come il preservativo, oggi al centro di una polemica furibonda. Nell’attesa che si accenda la polemica finale: il profilattico è di destra o di sinistra? La guerra dei condom Manifesto sab 8/4/95 di Gianni Rossi Barilli Milano come Sodoma e Gomorra. Non ha dubbi l’Osservatore Romano, che scaglia un apocalittico corsivo contro la decisione del consiglio comunale milanese di dare il via libera alla vendita di profilattici a prezzo calmierato. Una mozione approvata Giovedì sera a Palazzo Marino, su proposta del consigliere di Rifondazione Comunista Davide Tinelli, impegna infatti la giunta Formentini a stipulare una convenzione con ditte produttrici di preservativi e gestori di locali pubblici prevalentemente frequentati da giovani. Con l’obiettivo di installare nei suddetti locali distributori di condom a prezzi modici. Tanto è bastato per scatenare le ire del Vaticano. «È prevalsa la cecità morale» depreca l’Osservatore Romano e ricorda «come sia falso e ipocrita sostenere che il fine di questa e analoghe iniziative è quello di salvare i giovani dall’Aids. In realtà li si aiuta a precipitare nel baratro». Per comprendere la veemenza della reazione conviene ricordare che solo pochi giorni fa, proprio a Milano, la sessuofobia vaticana aveva registrato un rotondo successo, con l’obiezione di coscienza alla vendita dei simpatici tubicini di gomma anti-aids lanciata dai farmacisti cattolici in ossequio all’ultima enciclica di Giovanni Paolo II. Proprio in un momento così felice arriva la scandalosa mozione, avallata anche dal sindaco Formentini e dai suoi consiglieri leghisti. L’Osservatore Romano non può fare a meno di notare che «certi amministratori mostrano di non occuparsi altro che di facilitare la depravazione dei giovani». E parte in una filippica contro il sindaco di Milano, al quale, integralisti e reazionari avevano accordato tanta fiducia. «Un’amministrazione - si rammarica l’Osservatore - che si presentava come l’interprete più accreditata del ‘nuovo che avanza’ e che intanto si proponeva (a parole) di dischiudere nuovi orizzonti, di amministrare la città corrispondendo alle esigenze vere dei suoi abitanti. E che affermava la necessità di non prescindere mai dai valori morali». Formentini il prode, persecutore del Leoncavallo e delle rilassatezze di piazza Vetra, si ritrova così negli impropri panni di libertino e corruttore della gioventù. A capo di una giunta, come conclude velenoso l’Osservatore, «che passerà alla storia come distributrice di preservativi». «L’attuale giunta di Milano - risponde piccato il sindaco - non ha mai preteso di passare alla storia. Semmai è il movimento della Lega che di fatto passerà alla storia con buona pace di quegli ambienti cattolici che stanno alle spalle dell’Osservatore Romano e che sono lontani dalla chiesa reale che opera, pur tra mille difficoltà, in mezzo alla gente». La controversia sui preservativi approda così direttamente all’alta politica. «Io sono cattolico - garantisce Formentini - ma di fronte alla possibilità di salvare anche un solo giovane dal terribile virus, ho ritenuto doveroso approvare la mozione presentata in consiglio comunale». A Palazzo Marino, per inciso, hanno votato contro i distributori di preservativi solo tre consiglieri del Ppi, uno di Alleanza nazionale (mentre l’altra rappresentante di An ha votato a favore) e un’ex leghista. C’è da registrare poi che un cattolico molto più doc di Formentini ha detto di condividere la scelta di distribuire preservativi per prevenire l’Aids. Si tratta di Diego Masi, candidato del centro-sinistra alla presidenza della regione Lombardia. In mezzo a tanti strepiti giace quasi dimenticata l’idea dei farmacisti cattolici di fare obiezione di coscienza contro i preservativi. E molto probabilmente è destinata al fallimento, poiché le verifiche effettuate nelle farmacie di Milano e Roma mettono in evidenza che sui banconi i condom non mancano. Comunque, la Lega italiana per la lotta contro l’Aids (Lila) ha organizzato ieri un presidio di protesta sotto la sede dell’Unione farmacisti cattolici di Milano. Invita a boicottare gli obiettori e a dissipare la confusione montata ad arte sulla sicurezza del preservativo, che rimane finora l’unico mezzo (oltre alla castità) per prevenire la diffusione del virus Hiv attraverso i rapporti sessuali. Analoga indignazione è stata manifestata dal comitato difesa consumatori. Piccole manifestazioni di protesta si sono svolte ieri a Milano, Roma e Torino sotto le rispettivi sedi dell’ordine dei medici. Anche in questo caso c’entra il sesso: le organizzazioni gay e lesbiche hanno voluto infatti ribadire il loro no alla discriminazione degli omosessuali, esclusi dall’accesso alla fecondazione assistita per insindacabile giudizio morale della corporazione medica. I fotografi hanno immortalato la scena, mentre nessun rappresentante dell’ordine dei medici ha cercato il dialogo. Profilattici a scuola il manifesto 16/4/95 Un distributore di profilattici è stato installato nella biblioteca dell’istituto magistrale Gianni Rodari di Prato. La proposta dell’azienda farmaceutica municipalizzata è stata accolta dal preside Luigi Nespoli nonostante le resistenze da parte del collegio dei docenti. Ogni confezione di condom è in vendita al prezzo «politico» di settemila lire. L’installazione del distributore automatico giunge a coronamento di una intensissima attività di educazione sessuale svolta dalla scuola negli ultimi tre anni. In cattedra l’insegnante di scienze e quello di religione. [ansa] NO ALL’OBIEZIONE il manifesto, 7/4/95 Non si placano le polemiche per l’appello del papa rivolto ai farmacisti a non vendere profilattici. L’assessore verde alla provincia di Roma, Paolo Cento, ha detto che «in questi ultimi giorni in molte farmacie sono state tolte dalla vendita le confezioni di profilattici. Questa scelta è gravissima perché priva molti cittadini della possibilità di scegliere liberamente i metodi di contraccezione». «La libertà di scelta e la responsabilità di ognuno —ha proseguito Cento— non può diventare oggetto di crociate anti storiche, prive di qualsiasi fondamento giuridico». Il deputato verde Pecoraro Scanio ha scritto ai sindaci, invitandoli a distribuire profilattici nelle città. «L’obiezione in farmacia —ha detto il deputato— è un grave atto contro la salute dei cittadini, che i sindaci sono chiamati a tutelare». Anche il coordinatore dei verdi del Lazio Angelo Bonelli ha duramente criticato l’appello. «Le farmacie sono luoghi pubblici —ha detto il verde— e devono consentire di acquistare i preservativi». «Come si fa la prevenzione all’Aids —ha concluso Bonelli— in un paese che ha un atteggiamento persecutorio nei confronti degli anticoncezionali? In Italia è semplice, non si fa». Il primo volo di Pegaso di Fosca Marzo 1985, Bologna, riunione di tutti i gruppi gay italiani: nasce l’Arcigay nazionale. Viene definito un primo programma, uno statuto ed una segreteria nazionale: Beppe Ramina Presidente e Franco Grillini Segretario Nazionale. Ma prima, prima di allora, in Italia cosa c’era ? «I problemi che si ponevano ai pochi gruppi che ancora esistevano in Italia nell’84 (gruppi che avevano resistito alla lunga crisi di militanza e di idee dopo la fine della stagione di lotta degli anni 70) erano tali da non poter essere nè risolti e neppure affrontati solo su scala locale: l’esiguità della presenza omosessuale organizzata sul territorio nazionale, la relativa debolezza contrattuale del movimento nel suo complesso, la mancanza di strategia e di programmi condivisa da tutti, l’emergere sempre più drammatico del problema AIDS (che rischiava di travolgere sia politicamente che socialmente il poco che c’era), la mancanza di una rappresentanza riconosciuta e politicamente legittimata. Insomma, il movimento era al lumicino ed occorreva una decisione rapida ed efficace capace di rovesciare il segno e la sostanza della situazione di allora» spiegherà in seguito proprio Franco Grillini in un suo scritto (“ Una nuova idea di libertà “: proposta di costruzione di un nuovo movimento politico, Bologna 10-4- ’89). E proprio la nascita dell’Arcigay segna l’importante linea di demarcazione tra il prima ed il dopo, tra le rivendicazioni provocatorie e piene di vittimismo in nome del diritto alla diversità, spesso sterili ed a volte fin troppo estremiste ed una nuova struttura che finalmente opera a livello nazionale, battendosi per la causa omosessuale. Recitava parte dello Statuto targato 1985: Art.1) L’Arcigay si costituisce in Associazione Nazionale per contribuire alla lotta per l’affermazione delle differenti identità sessuali nel pieno sviluppo dell’autonomia e della soggettività individuale... ed in particolare per la tutela e la promozione dei diritti della persona omosessuale. Art.2) La realizzazione della persona omosessuale è individuata nella lotta ai pregiudizi ed al razzismo sotto ogni forma, nell’organizzazione degli omosessuali, nell’apertura di sedi e centri d’incontro in ogni città, nelle battaglie per i diritti civili degli omosessuali, nell’informazione e nella promozione della conoscenza di queste problematiche nella società,... Art.3) Il raggiungimento di questi obiettivi avviene attraverso il metodo e la scelta democratica, antirazzista, antitotalitaria. Accolto con entusiasmo da tutta la comunità gay italiana, l’Arcigay in poco tempo è presente su tutto il territorio nazionale e già nel 1988 conta circa 10.000 iscritti. Senza dubbio il fatto che l’Arcigay nasca come collettivo interno all’Arci gli dà la possibilità di esprimersi subito come forza politica: «... candidati gay figureranno nelle liste del Pci, di Dp, dei Verdi. Ai partiti non si chiedono parole di solidarietà, ma atti concreti. Come quello del comune di Bologna che mise a disposizione dei gruppi omosessuali una sede pubblica al Cassero di Porta Saragozza, dove ora avrà la sua sede centrale l’Arcigay» (da L’Unità / Mercoledì 24 aprile 1985). Iniziano allora gli incontri con le varie forze politiche del Paese: col Pci, prima con le segreteria poi con altri esponenti, con DP, con il Partito Radicale, primo in Italia ad occuparsi della causa omosessuale, con il Partito Socialista, con l’organizzazione giovanile del PSDI, con i Verdi e persino con la DC. Continua Franco Grillini: «In sostanza l’enorme lavoro che abbiamo compiuto per farci conoscere anche a livello personale da partiti ed istituzioni ha permesso di realizzare un inserimento culturale dell’Arcigay e delle tematiche politiche gay nel mercato italiano della politica, ma non ha ancora inciso sulla possibilità di un nostro accesso alle risorse ed alla possibilità di poter partecipare alla definizione della politica che ci riguarda... Ed è proprio per cercare di dare una risposta a questo problema che abbiamo tentato l’avventura elettorale alle amministrative del 1985 ed alle politiche del 1987» (Franco Grillini - idem). Ma quali erano allora i programmi dell’Arcigay, quali le richieste, quali le mete ? Purtroppo per il mondo gay non troppo diverse da quelli di oggi, come il mutamento del diritto di famiglia italiana, per considerare a pieno titolo uguali coppie sposate, o conviventi, omosessuali e non, il diritto alla casa, la reversibilità della pensione, l’annullamento delle discriminazioni sul posto di lavoro e tanti eccetera eccetera. Un discorso a parte meritano le iniziative dell’Arcigay, tese a scindere in due parti distinte quello che nell’85 era ancora tutt’uno: omosessualità & AIDS. E se al giorno d’oggi finalmente una grande maggioranza di persone è convinta che l’AIDS è una malattia che colpisce ANCHE gli omosessuali, ma non SOLO gli omosessuali è di certo merito dell’informazione capillare fatta in tutti questi anni da gruppi come l’Arcigay. E per finire, dal 1° di maggio dell’anno scorso, Arcigay diventa ufficialmente (era ora !!) anche Arcilesbica e quindi nello statuto di nuova redazione possiamo leggere: associazione di DONNE e UOMINI che si impegnano per l’affermazione dei diritti civili delle persone omosessuali ed in particolare per l’affermazione del diritto all’identità personale. Da segnalare anche nel 1985, precisamente in aprile, anche la nascita dell’Arcigay torinese - Circolo Maurice, che ha svolto un ruolo fondamentale nella vita gay torinese di questi ultimi dieci anni. Ricordiamo, tra le altre, iniziative come: - una biblioteca della cultura omosessuale che raccoglie e mette a disposizione libri, periodici, documenti, videocassette e materiale vario; - seminari sull’omosessualità e sulla sessualità in genere (gravidanza, contraccezione, aborto); -l’Agedo, associazione di genitori di omosessuali, valido aiuto e sostegno per le famiglie che lottano contro le discriminazioni, l’ignoranza e l’intolleranza che i ragazzi gay incontrano nella vita sociale. Dunque auguri a tutti i militanti dell’Arcigay e grazie a... tutto il loro lavoro di questi dieci anni ! E se per lui fosse vero? di Vladimir Guadagno Qualcuno mi riferì degli scherzi che Castagna inscenava nella sua trasmissione su Canale5 “Complotto di famiglia”: un ragazzo o una ragazza si presentava davanti ai genitori con un/una partner dichiarando la propria omosessualità senza mezzi termini. La reazione di genitori era disperata: urla, lacrime e imprecazioni ben inquadrate in primo piano da una telecamera nascosta (messaggio: omosessualità = la peggior disgrazia che può accadere in famiglia). Dopo un po’, deus ex machina, si presenta il “provvidenziale” Castagna che annuncia al papà e alla mamma che si trattava soltanto di uno scherzo architettato e tutto finisce a tarallucci e vino; (messaggio: meno male che si trattava solo di uno scherzo, l’abbiamo scampata bella). Inizialmente avevo attribuito questo cattivo gusto del regista di “Complotto di famiglia” a superficialità e ignoranza, ma dopo che lo stesso scherzo si è sistematicamente ripetuto nel corso di altre trasmissioni, ho iniziato a considerare l’ipotesi di malafede da parte degli autori. Abbiamo scritto varie lettere di protesta alla redazione della trasmissione senza ricevere risposta: malafede e vigliaccheria. Evidentemente Castagna ha un concetto tutto suo dell’omosessualità, ne è terrorizzato (spesso in “Stranamore” tiene particolarmente a ribadire la sua eterosessualità) e cerca di esorcizzare questa sua fobia inscenando lo psicodramma perverso dello scherzo in tv, ovvero: sarò forse gay io, Castagna, beneamato delle attempate? Ma no, ma cosa penso, non può essere che uno scherzo. Castagna non dovrebbe essere così terrorizzato dalla sua omosessualità repressa perché ben pochi gay sarebbero disposti a passare la notte con quella strana faccia dai denti da castoro e dallo sguardo allucinato da cocainomane. Ma la trasmissione del nostro Alberto resta socialmente pericolosa perché banalizza il delicato rapporto tra omosessualità e famiglia. Le associazioni gay e lesbiche hanno attivato un servizio che si chiama A.GE.D.O. (associazione dei genitori di omosessuali) che dà consigli a genitori e figli su come affrontare l’omosessualità nell’ambito della famiglia. Le trasmissioni di Castagna umiliano e mortificano un servizio così utile. Ho già denunciato tutto questo al garante Santagnello attraverso la trasmissione “Il formicaio” su Videomusic grazie a Daniele Formica. Aspetto che qualcosa succeda confidando nel senso di civiltà e rispetto degli italiani. Vladimir Guadagno, Coordinatore Nazionale di Azione Omosessuale Il meglio delle «Albecerate»... E se qualcuno pensa che le “castagnate” siano un piatto prelibato, provi un po’ a leggere le frasi pronunciate da Castagna Alberto nel corso di una puntata di «Complotto di famiglia»...... tra una mossetta e una sghignazzata..... Rivolgendosi a un “complice” che interpretava il ruolo di omosessuale (!!): «Ma questa è una vendetta nei confronti di suo padre? Lo vuole rassicurare? No, non c’è bisogno, è già rassicurato». La madre di un ragazzo che si finge omosessuale dice: «....ma allora mio figghiu è finocchio» e Castagna, sghignazzando, commenta che la signora ha preso un ortaggio e ha sintetizzato tutti i suoi dubbi..... poi..... non pago, insiste sull’ortaggio. Frase storica pronunciata con enfasi da Albecero Castagna: «Non ti ha dato fastidio che un estraneo , che oltretutto sostiene di essere il fidanzato di tuo figlio, ti abbia chiamato ‘mamma’?» Un ospite in studio, riferendosi alla vittima dello scherzo, dice: «...non è perché ce l’abbia con i gay...» e Castagna, prontamente sghignazzando, comincia a farfugliare qualcosa come “no, però...vabbè...così anziché con tre figli e una figlia si ritrova con due figli e due figlie...” Il prode Albecero, nel gran finale, esclama una frase meravigliosa rivolgendosi alla madre del finto gay: «Ha provato un senso di disgusto abbracciando Benny? (Benny è l’attore che interpreta il fidanzato). Poverini! (sghignazzando)...Questi nemmeno per finta possono fare.........» “CASTAGNA, BASTA SCHERZI SUI GAY” Repubblica, 12/4/95 Il figlio o la figlia tornano a casa con un fidanzato dello stesso sesso e lo presentano al genitore. Si scatenano le reazioni sotto l’occhio vigile delle telecamere di Canale5 e poi tutto finisce bene, perché si tratta di uno degli scherzi orditi da Alberto Castagna per “Complotto di famiglia”. Un meccanismo evidentemente ispirato a “Indovina chi viene a cena?” (in quel caso giocato sul razzismo) con Spencer Tracy che si trovava di fronte Sidney Poitier, fidanzato nero di sua figlia. Ma è uno scherzo pericoloso, dice il presidente dell’Associazione Mario Mieli, che ieri in tv ha rivolto un appello al garante Santaniello. L’occasione è stata offerta su Videomusic da “Il formicaio”, la striscia quotidiana d’attualità condotta da Daniele Formica. Dopo aver presentato un filmato sul rispetto per l’amore gay, Formica ha dato la parola a Vladimir Guadagno, presidente del Mieli: «Questo filmato che abbiamo appena visto - ha detto Guadagno - dimostra che la televisione può avere una funzione benefica. Invece c’è bisogno di fare una pubblica denuncia al garante Santaniello il quale è giusto che stia attento alla par condicio, ma deve anche badare ad altre cose che succedono in televisione. Come lo scherzo che si ripete a “Complotto di famiglia” in cui per verificare la reazione dei genitori i figli portano a casa il partner e confessano, papà sono gay, papà sono lesbica. Finché Castagna non rivela che è tutto uno scherzo e la cosa finisce a tarallucci e vino. Non è questo il modo di affrontare un tema delicato ed importante: cosa accade se un adolescente che ha deciso di dirlo in famiglia assiste a questa sceneggiata? Io penso che Castagna abbia dei problemi». Spett.le Fininvest - Canale5 Alla C. A. Redazione di “Complotto di famiglia” Con un certo ritardo sottoponiamo alla cortese attenzione degli autori della trasmissione “Complotto di famiglia” in onda la Domenica sera sulla rete Canale5, quella che, secondo noi, è una questione di estrema importanza. Siamo un gruppo di genitori appartenenti all’A.Ge.Do., l’associazione di genitori di omosessuali fondata qualche anno fa a Milano dalla signora Paola Dall’Orto (di recente anche ospite di una trasmissione di Canale5), che operano all’interno del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma. Il nostro impegno consiste nel parlare con altri madri e padri che come noi vivono la condizione di genitori di figli e figlie omosessuali e anche con gli stessi giovani gay e lesbiche, nell’ottica di rendere più vivibile e visibile un’identità che, purtroppo, ancora si inserisce come elemento di profonda rottura nei rapporti familiari. Non vogliamo farvi qui il lungo elenco delle storie più tragiche e complesse che ci troviamo ad affrontare tutte le settimane, ma solo sottolineare quanto sia ancora difficile per un giovane dire ai propri genitori di essere omosessuale, senza incappare in ricatti e violenze che molto poco sanno di amore materno e paterno. Anche noi abbiamo provato lo sgomento di scoprire che i nostri figli non erano quello che credevamo, ma abbiamo capito che essere gay e lesbica non cambia la dignità e l’amore, il rispetto e la responsabilità che dovrebbero caratterizzare il rapporto genitori-figli. Per questo, ogni volta, parliamo, calmiamo, spieghiamo....... è per questo che trasmissioni come quella di due settimane fa, e molte altre dello stesso tenore apparse proprio nei giorni successivi, con lo scherzo sul figlio gay fatto al padre siciliano, non ci aiutano certo nel nostro lavoro e non migliorano la qualità della vita delle persone omosessuali. Conosciamo la televisione, le sue esigenze di audience e la voglia di ironia e gioco, ma vorremmo che su alcune questioni si pensasse un po’ di più: quanti gay e lesbiche, magari adolescenti, hanno deciso dopo aver visto quello scherzo, di non parlare più coi propri genitori, prolungando una menzogna eterna? E quanti madri e padri hanno rinforzato i loro pregiudizi, riconoscendosi in quel genitore smarrito ed imprecante? Forse non tutto va visto e non basta il commento “politicamente corretto” del conduttore Castagna a ristabilire l’equilibrio ormai infranto di una famiglia: come diceva proprio lui, questi sono problemi veri (comprensivi anche di suicidi), e vorremmo continuare il nostro impegno sociale senza guardare alla televisione come ad un nemico. ROMA 6 febbraio 1995 Per l’A.Ge.Do. Roma Anna Boccaccini Gabriella Possenti Tutti i segreti di greta... svelati ma con pudore L’informazione dom 2/4/95 di Robert Sklar In quest’epoca di biografie che assomigliano piuttosto ad atti d’accusa, quella di Barry Paris dedicata alla «Garbo» (Edizioni Knopf), si distingue per una genuina qualità: il tatto. Gli appassionati di questo genere letterario, e in particolare di tutte quelle storie che circondano la vita delle dive, tuttavia non resteranno delusi: perché in questo libro, che ben racconta il mito della Garbo, non mancano certo gli elementi scandalistici. Ma Paris li affronta in modo satirico piuttosto che usarli a mo’ di vendetta, come si usa fare adesso, nei confronti di una celebrità defunta. Egli arriva comunque a raccontare tutte le storie e, cosa mai avvenuta in questo stile, persino a suggerirne il senso. Una precedente biografia di Paris aveva salvato dall’oscurità la passionale e pungente Louise Brooks, ma la divina Greta Garbo rappresenta una sfida diversa. Sappiamo fin troppe cose di lei e tuttavia comprendiamo ancora troppo poco sia dell’artista che della donna. La figura più leggendaria dell’epoca d’oro del cinema fu infatti, nel suo periodo di maggior fulgore, imperscrutabile; e così è rimasta fino alla sua morte avvenuta nel 1990. Ma Paris utilizza un’ampia quantità di cronache per tracciare e costruire ciò che egli chiama un ritratto-mosaico composto da molti, brillanti pezzi. Figure paterne «Io sono un uomo solo che gira intorno alla terra» ha detto una volta di se la Garbo negli anni vissuti in solitudine. E l’attuale interesse per le diverse forme di identità sessuale getta nuova luce su quel suo costante parlare di se stessa con nomi e pronomi al maschile. Il regista Joshua Logan era colpito dal suo atteggiamento da ragazzo. «In lei convivono contemporaneamente la condannata Camille, la nobile Regina Cristina e la tragica Anna Karenina che all’improvviso si trasformano in Huck Finn. Sfido chiunque a decifrare la persona che corrisponde alla donna che lei ha interpretato sullo schermo». Inevitabilmente cerchiamo dettagli biografici per cercare di ricostruire il personaggio. Nata nel 1905, cresciuta in una famiglia della classe operaia di Stoccolma, Greta Gustafson aveva 14 anni quando morì suo padre. In seguito la sua vita fu costellata di figure paterne: da Svengalis al regista Mauritz Stiller, che guidò gli inizi della sua carriera, al vicino do casa di New York, George Schlee, che ha dominato la maggior parte degli anni successivi al ritiro dalle scene. La Garbo fu una creazione di questi uomini, ma fu anche, decisamente, una creazione di se stessa. I critici e i produttori europei erano estasiati dalla sua rara bellezza, dopo le sue prime due interpretazioni cinematografiche: l’epico “La saga di Gosta Berling” di Stiller (1924) e il film tedesco di G.W. Pabst “La strada infelice” del 1925. «Un viso così si vede una volta ogni cento anni» disse Pabst. Hollywood accolse con scetticismo quella tozza ventenne arrivata con Stiller a New York per stipulare i contratti con la Mgm. Però le incantevoli foto pubblicitarie scattate da Arnold Genthe fecero cambiare a tutti idea, e la carriera hollywoodiana della Garbo fu presto lanciata. «L’essenza della Garbo può essere vista solo attraverso la lente della camera da presa» scrive Paris. Nonostante il suo volto ci renda ancora schiavi, era la sua personalità a creare il personaggio e l’emozione sullo schermo. Gli atteggiamenti maschili o certe forme di dipendenza non bastano a creare leggende nel mondo della celluloide. Leggerezza e rigore L’anziana Marie Dressler, tornata sulle scene a 60 anni nel primo film sonoro della Garbo, “Anna Christie” (1930), rimase stupita dall’etica professionale della star e dell’estremo rigore con cui si applicava al lavoro. «Un attore deve dare fondo a tutte le sue energie ogni minuto per corrispondere alle attese»; «L’arte è per lei l’unica realtà» osservava la Dressler. George Cukor, regista di “Camille” (1937), rimase «impressionato dalla sua leggerezza di tocco e nello stesso tempo dalla sfrenatezza, dalla perversione che caratterizzano la sua interpretazione». Se lei avesse visto se stessa, anche solo per scherzo, come un uomo in un corpo di donna, allora forse la sessualità sarebbe stata un elemento su cui avrebbe potuto giocare in maniera più efficace, un mistero che avrebbe potuto esplorare nel regno del cinema, che è quello dell’apparenza. Paris riporta una cronaca scandalistica ritagliata da un giornale non identificato di Los Angeles del 1930, che alludeva apertamente ad una relazione omosessuale della star. Anche di fronte ad un’occasione di questo tipo, l’autore conserva il suo aplomb. Non che egli voglia negare che la Garbo abbia mai avuto rapporti sessuali con donne o con uomini. Egli sostiene che la sua sessualità implicava (come ebbe ad osservare il suo amico Sam Green) intimità, unione fisica, persino inconsapevole nudità pubblica, ma non necessariamente quell’esperienza diretta che alcuni altri biografi hanno affermato esservi. Tuttavia, le cronache descrivono precisamente la torbida storia d’amore, vissuta sia sullo schermo che al di fuori di esso, tra la Garbo e l’attore John Gilbert sul finire degli anni Venti. Paris definisce le loro scene d’amore in “La carne e il diavolo” (1927) «le più calde della storia del cinema». Il suo erotismo senza precedenti, come egli lo chiama, aveva fondato la sua leggenda. La Garbo ammise più tardi che recitare con Gilbert probabilmente ebbe un peso determinante sulla sua carriera americana. I due presero un appartamento insieme e continuarono a viverci per un po’ persino dopo che lei scomparve nel giorno del loro supposto matrimonio (Paris mette in dubbio che la Garbo avesse mai acconsentito a sposarsi). Paris mostra credenziali solide anche come storico cinematografico; a proposito della carriera hollywoodiana della Garbo, racconta come alla Mgm si tenesse una doppia contabilità per evitare che l’attrice venisse a sapere quanto erano redditizi i suoi film. Descrive poi minuziosamente le circostanze del suo ritiro, in seguito al fallimento del film “La donna dai due volti” nel 1941 e spiega che la sua crisi professionale fu provocata soprattutto dalla perdita, a causa della guerra, del mercato europeo, che negli anni Trenta procurava i due terzi o più del profitto sui suoi film agli studios americani. Dopo la Seconda guerra mondiale, si tentarono di lanciare per lei nuovi progetti cinematografici, ma nessuno è mai decollato. «Il destino le ha regalato esattamente mezzo secolo di riposo» scrive Paris «e il suo unico lavoro è stato capire che cosa farne». Al telefono con Sam Paris elude nel libro tutti quei fatti e fatterelli, da cacciatori di curiosità sull’Upper East Side di Manhattan, i cui dettagli piccanti, sul tipo delle conversazioni telefoniche registrate di Sam Green con miss G., sono già stati ampiamente pubblicizzati dalle riviste patinate. Nonostante alcune finali lungaggini, «Garbo» è un’opera di sostanza che esplora la vita enigmatica di uno dei più famosi miti del nostro secolo. Un libro importante soprattutto per l’umanità e per la compassione che spesso manca del tutto a questo genere letterario. Sguardi domopack.(Sotto lo sguardo... mente). di Mirko Medusa Passa il tempo, passano le mode e finiscono in un qualche archivio da dove poi, quando ci sarà carestia di idee, verranno ripescate, rielaborate e ripresentate ad uso e consumo di chi dà più importanza all’apparenza piuttosto che all’essenza. Evviva le lenti colorate allora! Finalmente, dopo un lungo periodo di studio di marketing e un lancio sotto tono, di cui hanno potuto privilegiare i più attenti consumatori di banalità, siamo giunti all’esplosione finale e quindi non è difficile prevedere che nell’immediato futuro ci si presenterà un panorama di sguardi di plastica da far invidia ad una serie di telefilm americani dove gli attori hanno tutti i capelli biondi, gli occhi azzurri e i denti bianchi e regolari (un’idea geniale potrebbe essere quella di fabbricare dentiere del tipo “usa e getta”). Già adesso, se prestate appena un briciolo della vostra attenzione a chi vi passa accanto nel corso della vostra passeggiatina pomeridiana nelle vie più “fashion” delle vostre città, vi renderete conto di quanti occhi “domopack” vi scruteranno alla ricerca di un vostro cenno di ammirazione. E’ facile che persone da voi incontrate la sera prima e da cui avete notato e siete rimasti attratti dal fascino esercitato dai loro occhi azzurri, oggi li abbiano castani e non è detto che se vi capiterà di incontrarli ancora qualche ora dopo, non vi riservino la sorpresa di elargirvi sguardi violetti oppure, i più originali, giallognoli o argentei. Già, mentre una volta ci si doveva applicare per non sbagliare gli abbinamenti tra i vari capi d’abbigliamento, e mai e poi mai ci si sarebbe sognati di trasgredire con contrasti troppo spiccati, oggi si può decidere se su una giacca bordeaux sia meglio sfoggiare occhi verdi piuttosto che di un bel color nocciola con qualche venatura giallo limone. Si avrà così di che sbizzarrirsi negli elogi (“mio dio che accostamento cromatico divino”) o negli “spetteguless” (“...hai visto che sfacelo ha combinato quella colpita? E dire che per anni ho dovuto spiegargli che i calzini bianchi sotto un pantalone blu ormai li mette solo più la Berluscona !”). A questo punto è auspicabile che in un prossimo futuro a qualcuno venga in mente che si può fare un bel business anche con la pelle colorata cosicché il modaiolo di professione, quello cioè che nella vita non ha altro da fare se non il cercare di apparire al meglio di sé (alcuni tra questi però dovrebbero cominciare a pensare ad una plastica totale), potrà finalmente sbizzarrirsi in un “total-look” cosicché avremo veramente di che ridere per gli accostamenti variopinti che le baraccone del gusto saranno capaci di regalarci. La Lambertucci avrà spunti per una nuova trasmissione il cui titolo potrebbe essere “Più colorati e più belli”, considerati gli scarsi sforzi di fantasia della signora della ciccia, il cavalier Silvio de la Berlusca d’Arcore potrà finalmente evitare di sottoporsi a continue infornate con il risultato di ottenere sempre lo stesso colorito da pollo rosolato, e Michael Jackson potrà raggiungere il suo obiettivo che non è, come i più pensano, quello di diventare bianco ma bensì quello di avere già incorporato un tocco di fard sulle guance diafane. A questo punto, con la prospettiva di un futuro così riccamente variopinto, non mi resta che esprimere un desiderio: vi prego, non propinateci anche un’intelligenza artificiale! Sarebbe terribile trovarsi in un pub, seduti di fianco a un gruppo di extra- terrestri e sentirli parlare di quanto sia interessante la teoria della relatività o di quanto sia bello l’ultimo libro di Tabucchi! No, no e proprio no! Voglio continuare a sedermi in un qualsiasi pub con la certezza che da uno dei tavolini vicini a quello dove sarò seduto io mi arriveranno notizie a proposito delle nuove proposte di “Versaciue” per la primavera estate, potrò godere dei sani pettegolezzi circa l’ultima conquista di quella fulminata del Gianni (“...però poteva anche mettersi un paio di anfibi anziché quelle scarpe lì”), il tutto accompagnato da sfavillanti ed ammiccanti sguardi verdini, azzurrini, violetti e di qualsivoglia colore, purché rigorosamente finti. L’altro giorno, ero seduto al tavolo di un bar con un amico, vittima anch’egli della moda “lentifera”, e gli facevo notare che era piuttosto evidente che il colore dei suoi occhi fosse assolutamente artificiale. In effetti era giorno e intorno alla sua pupilla spiccava il marrone profondo dei suoi occhi (che è il suo colore naturale) e intorno una roba verde o giù di lì. Sapete cosa mi ha risposto? Mi ha risposto che intanto in discoteca, o comunque al buio, non si vedeva mica il marrone, perché la pupilla la sarebbe stata più dilatata! E va bé ma allora, se alla luce fanno quell’effetto bicolore orrendo e al buio non si vede la differenza, a meno che non ci vai proprio a un centimetro di distanza, che cosa te le compri a fare le lenti colorate? Non lo so ma a me questa storia delle lenti ne ricorda tanto un’altra che ha a che vedere con certi fazzoletti messi distrattamente sotto il costume da bagno in quel posticino strategico che crea quella certa illusione che poi, al momento della rivelazione “sotto il costume... niente”, ti vien voglia di scappare. Insomma, non sarebbe meglio essere quel che si è imparando —la butto lì— a migliorarsi in maniera un po’ più profonda? Eh, sì, perché in fondo un buzzurro resta pur sempre un buzzurro anche cambiando colore degli occhi. Mirko Medusa. "Sister, my Sister", il caso vero di due sorelle amanti e assassine il Manifesto, 11/4/95 Il decimo festival gay di Torino ha proclamato vincitore "Sister, my sister", di Nancy Meckler, americana da vent'anni a Londra, regista teatrale al suo primo film. Su dieci lungometraggi in competizione, sei erano a dominanza maschile quattro sull'amore tra donne. Ma solo quello di Nancy Meckler, attraverso una storia vera, quella delle due sorelle cameriere assassine, ispiratore di "Les bonnes" di Genet e caso clinico per Lacan, ha dato all'omosessualità uno spirito di rivolta totale ed esemplare. Thriller compresso, infuocato di luci innaturali, erotico e teso, "Sister my sister" racconta nel chiuso ermetico dell'alta borghesia, il lento spostamento sensuale di due recluse, private di sentimenti, dignità, amore, fino al gesto omicida. Joely Richardson, figlia di Vanessa Redgrave, interpreta la maggiore, esile bionda pietrificata nell'espressione della serva ubbidiente, che trova nell'unico angolo di mondo che le è concesso, la sua stanzina di legno e lino, in cima alla casa patrizia, un motivo di rinascita. La sorellina adolescente la colmerà di desiderio, e di ribellione verso la padrona e sua figlia, mostri della "normalità". In un crescendo torrido mimato sull'atto sessuale, il film corre verso il delitto, motivo scatenante una camicetta di seta bruciata. Nel sangue delle due megere affonda l'occhio dello spettatore, schierato con i due angeli biondi, le due lesbiche incestuose. Totalmente eroine. Contro l'ordine sessuale, la sua tirannia che pervade il dominio di classe e quello religioso (le due ragazze vengono da un'infanzia in convento), "Sister my sister" avanza elegante e inquietante. Probabilmente distribuito nel circuito commerciale, dopo il grande successo al festival di Creteil, e il premio di Torino. Un discorso a parte anche per "Postcards from America", esordio di Steve MacLean, americano che viene dalla pubblicità. E si vede nella ricercata visualità da spot Marlboro. Ma anche qui c'è uno schermo che bolle e preme contro la tentazione della "normalità" omosessuale. Lascia inquieti, "Postcards from America", non pacificati con se stessi, con la famiglia e i "valori", sbattuti in faccia da ogni parte. Al contrario, emerge in quasi tutti gli altri lungometraggi in gara, una interessante tendenza al film di genere tradizionale. Spesso con risultati mediocri, ma con l'esplicito desiderio di percorrere le vie di un immaginario comune, di massa. Perché no? Essere gay non vuol dire per forza essere sperimentale, d'avanguardia, o condannato all'oscurità. Certo essere gay vuol dire anche conservazione e machismo. Nei film di Torino si rincorrono e si intrecciano desideri di piacere e di integrarsi, a volte peggio di uno yuppie della City. Ma, comunque, è molto divertente vedere un beach-movie, una commedia hollywoodiana con le palme e le piscine, interpretate da sole donne in amore, belle, ridenti e solari come in "Bar girls" di Marita Giovanni (Usa). Assistere alla commedia teatrale australiana "The sum of us" di Kevin Dowling e Geoff Burton, dove un padre permissivo rende la vita del figlio gay una continua amabile farsa. E appassionarsi alla storiella d'amore sul ghiaccio delle due ragazzine pattinatrici di "Thin Ice" diretto da Fiona Cunnigham Reid, che ha vinto il premio del pubblico. Una menzione speciale per "la sua energia e il suo coraggio" è andata anche al film filippino "Midnight Dancers" di Mel Chionglo, quasi un documentario melò, storia di sfruttamento e morte di tre fratelli ballerini in un locale gay di Manila. Il premio è stato conferito per espresso desiderio del presidente della giuria, Kenneth Anger. SORELLA MIA GAY la repubblica, 10/4/95 TORINO - E' l'opera prima cinematografica di una fra le più importanti registe teatrali inglesi il film prescelto dalla giuria del X Festival Internazionale di film con tematiche omosessuali che si è concluso ieri a Torino. Sister my sister di Nancy Meckler è stato premiato "per la sua intensa esplorazione di amore, sensualità e repressiva normalità in uno stile di freddo melodramma, superbamente recitato splendidamente costruito". Suspense, incesto, omicidio, clausura familiare: tutti gli ingredienti per un film in costume nel bene e nel male tipicamente inglese, che è anche una gran prova d'attrice per Joely Richardson, figli di Vanessa Redgrave e del regista Tony Richardson. Sempre nella sezione lungometraggi, la giuria composta da Kenneth Anger, Mariuccia Ciotta, Richard Dyer, Iaia Forte e Giorgio Marini, ha riservato due menzioni speciali al filippino Midnight dancers di Mel Chionglo "per la sua energia e il suo coraggio" e a "The sum of us" di Kevin Dowling e Geoff Burton "per le coinvolgenti interpretazioni degli attori". Il premio del pubblico è invece andato a Thin Ice di Fiona Cunningham Reid, ancora una volta un film inglese, ambientato però tra le pattinatrici delle Olimpiadi Gay di New York. Miglior cortometraggio, secondo la giuria composta da Alessandro Golinelli, Jim Hubbard, Elfi Reiter, è risultato Greetings from Africa, di Cheryl Dunye, "per la sua delicata sensibilità nell'esprimere le difficoltà delle relazioni sessuali, per la creatività con cui fonde elementi surreali, narrazione classica e un approccio diretto, per l'intenso uso dell'ironia e per il suo impegno ad esprimere una visione multiculturale della vita tale da creare un'immagine complessa della cultura contemporanea gay e lesbica e delle relazioni umane in generale". Menzioni speciali per Rambles di Richard Press ("per il suo delicato anticonformismo"), Monsters in the closet di Jennifer Todd Reeves ("per le leggera ma tenace esplorazione delle tecniche sperimentali") e The love machine di Patrick Snee ("per la presentazione estremamente ironica dei rituali nelle relazioni omosessuali"). Infine, la giuria Documentari (composta da Jill Godmillow, Lionel Soukas e Xavier Daniel) ha scelto Out of Africa di Johnny Simons, premiato per "la sincerità e l'impegno nella lotta politica e sociale per la liberazione degli omosessuali africani e per aver dato voce all'Africa in modo semplice e chiaro". Menzione speciale per Coconut cane and cutlass di Michelle Mohabeer, "per il valore delle sue innovazioni formali e narrative, per aver sottolineato il rapporto tra l'oppressione del colonialismo e la repressione dell'identità sessuale gay. Inoltra per la miglior scena di sesso in un documentario, in questo caso tra due donne". La decima edizione del Filmfestival Gay, anche questa volta al centro di qualche piccola polemica politica (An ha accusato il sindaco Castellani di sprecare denaro dei contribuenti per un'iniziativa "immorale") si è chiusa con un successo superiore a ogni aspettativa, ma anche con un annuncio clamoroso e apparentemente contraddittorio: il direttore del Festival Giovanni Minerba ha annunciato di "volersi prendere almeno un anno di ferie, quindi molto probabilmente nel 1998 il Festival non ci sarà". Più che dalla "spilorceria" delle amministrazioni pubbliche, l'amarezza di Minerba è forse motivata dal fatto che, tra i tanti che hanno difeso il festival da attacchi di ogni tipo, la comunità gay torinese non sempre è stata in prima fila. Salma mater di Marlisa Trombata Adolescenti matricide, ragazze killer: le protagoniste del bellissimo film vincitore del festival gay di Torino “Sister my sister” e il neozelandese premiato a Venezia “Creature del Cielo” sembrano uscite da uno dei tanti articoli della cronaca più nera; stando ai tragici fatti reali che hanno ispirato le due opere non c’è ombra di dubbio: sono efferate, senza scrupoli, si liquidano con una sentenza senza appello ovvia e laconica: da condannare. Innanzitutto la trasposizione dei fatti in “Creature del Cielo” non è resa efficacemente: perché uccidere una madre in fin dei conti permissiva e di certo non unico impedimento all’unione delle due fanciulle? —Pauline non avrebbe comunque potuto avere il passaporto per andare all’estero—. Le famiglie delle due ragazze non sono poi così oppressive: il padre della bruna è giocherellone come la figlia e non sembra infastidito più di tanto dalla cosa mentre l’altro è a sua volta travolto dai sensi di colpa per il fallimento del suo matrimonio e permette che le due amiche si vedano pur avendo consigliato ai genitori di Pauline uno psichiatra, unica figura realmente autoritaria: il primo piano sulle sue labbra che pronunciano la parola ‘omosessualità’ mentre farnetica su “pericolose tendenze” rimarca il totale tabù dell’epoca sulla questione. La stessa società, rappresentata dalla scuola femminile, non sembra molto repressiva: le due ragazze sembrano più arroganti che ribelli al sistema, più capricciose che realmente rivoluzionarie. La chiave di lettura per apprezzare questo film è però un’altra: prescindendo dai fatti, moralmente e non moralmente esecrabili, le protagoniste sono affascinanti figure femminili: Pauline e Juliet sono vitali, genialmente creative e il mondo che inventano trasuda straordinarie capacità visionarie e si culla nella tipica volontà d’onnipotenza adolescenziale; il gioco diventa lentamente serio e irrinunciabile, facendo scoprire alle due ragazze un tenero e complice amore. Il regista riesce a mescolare bene le visualizzazioni del mondo reale col regno immaginario, il mitico Quarto Mondo di Borovnia, “che è più divertente del Paradiso perché non ci sono i cristiani” dove le creature di plastilina modellate dalle fanciulle prendono vita e si schierano col paladino del Bene, simbolicamente rappresentato dal tenore Mario Lanza, e del Male, il cattivo dal cipiglio diabolico Orson Welles. Tutto ciò grazie a dosati effetti speciali e alla calda fotografia di Alun Bollinger, che segue le rutilanti acrobazie di una telecamera sempre in movimento. Il regista gioca molto sui primi piani del faccione della buffa Pauline scrutandolo in continuazione alla ricerca delle espressioni più varie, dal corrucciato allo stupito. Curiosa la varietà di nomi con cui si chiamano le due protagoniste che impersonano i vari personaggi del romanzo fantasy che scrivono e la fitta corrispondenza con l’identità dei due protagonisti quando sono controvoglia separate dalla tisi che colpisce Juliet. Notevoli analogie si riscontrano con la coppia di cameriere protagoniste di “Sister my sister”, anch’esse assassine ma per di più incestuose in un’atmosfera di cupa e morbosa alienazione. Il film eccelle per un’ambientazione perfetta, un’asettica casa aristocratica nella Francia di mezzo secolo, e un’interpretazione memorabile delle quattro donne (oltre alle due protagoniste, la proprietaria e la figlia) tra cui spicca una impeccabile Joely Richardson che è sulla buona strada nel seguire le orme della mamma Vanessa Redgrave. Nel corso della storia viene reso molto bene il crescendo da un clima di apparente normalità e sterile perbenismo al sopraggiungere graduale e implacabile dell’angoscioso e tragico epilogo: dapprima le pulizie eseguite con precisione e ripetitività maniacale, i rituali della madre con la figlia annoiata e flemmatica, poi il lento passaggio al delirio con la madre che balla ascoltando musiche vivaci di nascosto e la figlia che mangia non vista i cioccolatini di cui è ghiotta e li offre alla sorella minore suscitando le gelosie della più grande; i primi danni che sembrano enormi ma subito riparati, come un vaso rovesciato o le perline sparse sul tappeto, poi un bicchiere rotto e infine l’irreparabile bruciatura della camicetta di seta che sfocia nel puro horror in un finale azzeccatissimo: una lenta ripresa del luogo del massacro con la descrizione fuori campo del rapporto della polizia sui brandelli dei corpi trovati lungo le scale fino alla soffitta dove vengono trovate tremanti le due sorelle in un ultimo e disperato abbraccio che grida un amore indissolubile ed estremo. Le protagoniste trasmettono benissimo una passionalità angosciata ed umana, prigioniere private di ogni dignità, percorrendo lucidamente la strada che le porterà al folle proposito. Tutte e due le coppie assassine hanno in fondo una casa, un loro focolare: se Pauline e Juliet l’hanno dovuto inventare, ed è il multicolore Quarto Mondo di Borovnia, le due sorelle della Meckler hanno la loro stanzetta buia ma sicura in cui conservare i preziosi capi ricamati dalla più grande da far indossare alla minore. Rispetto ai film sulle coppie gay maschili, si riscontra una maggiore attenzione al rapporto psicologico ed emotivo tra donne: forse, data la minore necessità di esibire una fisicità immediata tipica tra uomini, le ‘colleghe’ femmine riescono ad approfondire un discorso a livello mentale che permette di analizzare tutta una serie di sensazioni spesso occultate nel caso maschile. Di qui una cinematografia che spazia molto a livello psicologico, testimoniando casi estremi e disperati. Indubbiamente bel cinema, vigoroso e vibrante, e soprattutto molto umano. Le fuggitive di Marlisa Trombata Tre donne in fuga: da una storia finita male (Whoopi Goldberg), da un ragazzo spacciatore sempre ubriaco che la malmena (Drew Barrymore), da se stessa per ripercorrere un'infanzia perduta (Mary-Louise Parker). Il film inizia come un Thelma e Louise interrazziale dove alla coppia Jane e Robin si aggiunge la "schiodata" Holly con tanto di omicidio appena commesso (ma per ora le tre credono di avergli dato solo una bella lezione e quando Holly decide di tornare a Pittsburgh le altre due la rintracciano per tempo avendo letto sul giornale la notizia del decesso del tipo). Le ragazze si stabiliscono poi a Tucson nel caldo Arizona e qui il film diventa Tre donne di Altman per poi trasformarsi in un Philadelphia al femminile con la Parker morente di Aids - è bellissimo il contrasto cromatico tra la fotografia algida e scarna dell'industriale e decadente Pittsburgh e il calore diffuso di un'accogliente e solare Tucson -. La sceneggiatura non molto originale è però supportata da un'ottima prova delle attrici, tutte in parte, e da qualche battuta felice: Robin che dice a Jane, commentando la coppia felice e copulante Holly incinta- poliziotto:""Ma non farà male al bambino?" "Non ti preoccupare, faranno una pausa prima di entrare in sala parto", oppure Jane in tribunale come testimone per l'omicidio dello spacciatore interrogata dall'avvocato: "Ma lei è gay?" "Sì, come tutte le altre donne che glielo avranno detto prima di me, ma questa volta è vero!". Quasi grottesca è la situazione dei due innamorati che rimangono tali quando lui la fa arrestare "perché ha fatto un giuramento" e si promettono amore tra le sbarre. Whoopi Goldberg è come sempre molto brava, evita lo stereotipo della lesbicona camionista con un'interpretazione pacata e misurata: del fallimento amoroso da cui è reduce non viene detta una parola in tutto il film ma la sua espressività è talmente comunicativa da far intendere una gamma di sentimenti infinita. Finalmente anche le grandi star americane accettano ruoli di lesbiche in parti non banali ma di notevole spessore, dove la donna omosessuale non è un personaggio connotato negativamente e in maniera morbosa, ma una figura femminile a tutto tondo, come Glenn Close nei panni del colonnello Cammermeyer, ingiustamente radiato dall'esercito per le sue inclinazioni sessuali, in un film per la tv statunitense. Mary Louise Parker, la sfortunata Robin, recidiva nell'interpretare donne destinate a morte precoce (vedi Pomodori verdi fritti), inverte il ruolo dell'amica dei gay sieropositivi in "Che mi dici di Willy?" ed è molto delicata e affascinante. Drew Barrymore, la bionda svampitella, risorta al cinema dopo un passato di alcol e droga (era la tenerissima bambina di E.T.), è a buon diritto destinata a rientrare nell'empireo holliwoodiano. Il regista, che non manca di inserire un'autocitazione da Fiori d'acciaio: "I figli non dovrebbero morire prima dei genitori", tiene le fila in maniera appropriata ma indulge troppo al patetismo riguardo alla sieropositiva che, all'insegna della sfiga, ha perso il fratellino di cancro all'età di sei anni e poi il padre, anche se la drammaticità della scena del tentato rapporto col barista rispecchia pienamente tutte le fobie dell'era post-Aids. Un trittico di donne ben diretto, una commedia più che discreta su teneri sentimenti da opporre a disgrazie più grandi di noi, un messaggio ulteriore verso l'accettazione di ogni possibile diversità. Infernali creature la stampa, 21/4/95 Altro che "Creature del cielo", dovrebbe intitolarsi "Creature dell'inferno": il film mette in scena una coppia di sciagurate, realmente esistite nella cronaca neozelandese del '54 con i nomi di Pauline e Juliet, che in combutta massacrarono a sassate in testa la madre di una delle due. Di simili orrori, genitori che uccidono i figli, figli che uccidono i genitori, sono pieni i giornali di questi anni e anche il cinema. Basti il recente "I pavoni" di Manuzzi, livida evocazione del caso Maso. Che cos'ha dunque questo "Heavenly Creatures", laureato a sorpresa con un Leone d'argento all'ultima Mostra di Venezia, per imporsi all'attenzione in maniera tanto vivida? Probabilmente l'impegno del regista Peter Jackson a penetrare l'universo sovreccitato e malato delle due adolescenti protagoniste: Pauline bruttina e plagiabile, Juliet bella e plagiatrice. Intorno a loro una società borghese ottusa e incomprensiva che le condiziona. Sicché, mentre l'amicizia esaltata si trasforma in amore omosessuale, non resta che decollare insieme in un mondo fiabesco, di propria creazione, rivissuto come una fantasticheria infantile nutrita di apporti cinematografici: il principesco Mario Lanza tenore dalla voce d'oro, il diavolo Orson Welles affascinante cattivo del "Terzo uomo". Al punto terminale di siffatti deliri sembra che il riscatto debba passare attraverso l'eliminazione fisica della tutto sommato incolpevole madre di Pauline. E la ragazza s spinge a confidare al diario, che sarà prontamente ritrovato dalla polizia, il suo incontenibile entusiasmo per il progetto funesto. Sappiamo che al posto dell'auspicata libertà intervenne l'arresto immediato delle omicide, con le dure condanne e la perpetua separazione. Una favola affondata nel sangue. Morbosamente attraente, ritmato da balli della macchina da presa che danno il capogiro e interpretato con impressionante aderenza ai personaggi da Melanie Lynskey (Pauline) e Kate Winslet (Juliet), il film ha il merito di non servire tesi precostituite. Jackson non condanna e non giustifica, ricostruisce con grande autorità di stile un controromanzo di formazione ritagliato dal versante nero della realtà. Lei sposa lei coi documenti del fratello Il Giornale dom 16/4/95 di Massimo M. Veronese Aria da duro, barba di tre giorni, modi spicci e decisi. Guai a contraddirlo, volano sganassoni. La sua Pina ha occhi solo per lui, ma non può mica vedere tutto. Sono fidanzati da pochi mesi, lui le ha già chiesto di sposarlo, sarà pure un omone però che carino, non ha voluto nemmeno consumare prima delle nozze, eppure per un certo periodo hanno anche vissuto insieme. Persino la doccia voleva farla da solo, chissà mai perché. Arriva il giorno delle nozze, ci sono pubblicazioni dappertutto sia a Marcianise che a Casandrino, i testimoni sono davanti all’ufficiale di stato civile, i documenti sono a posto. Almeno così pare. Mancano solo i genitori di lui, tempo due minuti e sono lì. Accompagnati dai carabinieri. Pina ha un attimo di mancamento, quei gendarmi sono lì per il suo uomo, lo accusano di falsificazione di documenti, vuoi vedere che stava maritandosi con un mariuolo, ecco cosa aveva da nascondere. La verità è pure peggio, il maresciallo non ha pietà, perché il suo uomo in realtà si chiama Angela. Per sposare la sua Pina, Angela, 29 anni, omosessuale, le ha provate proprio tutte, fino al punto di falsificare le proprie generalità per farsi passare come uomo. O meglio, con la scusa di prendere in prestito diecimila lire dal portafoglio del fratello Pietro, di qualche anno più giovane, gli ha sfilato la carta d’identità e ne ha cambiato i connotati e con quella si è presentata al municipio di Marcianise per dare la parola. Nessuno per un certo periodo si è accorto di niente, sono molti in paese a scambiare il fratello per la sorella, la salutano con un «ciao Pietro» e Angela nemmeno si offende. Solo il padre ha uno strano sguardo. Lo avvicinano amici e parenti, un sorriso largo così, abbiamo appena letto le partecipazioni, spiegano, volevamo congratularci. Ma quale matrimonio, io non ne so niente, vuoi vedere che passo pure per avaro? Ci ha messo poco a capire, non ha chiesto nemmeno spiegazioni alla figlia e si è infilato diritto nel comando dei carabinieri per presentare la denuncia, seguito due passi più indietro dal figlio. La denuncia ora è al vaglio della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, hanno spezzato due cuori, ma la giustizia non deve guardare in faccia nessuno, caso mai meglio dare un’occhiata dentro i pantaloni. Anzi, adesso gli inquirenti non si fidano nemmeno della povera Pina, possibile, dicono, che non si sia accorta che invece di un marito stava per prendersi in casa una moglie? Certo, figura peggiore l’hanno fatta gli ufficiali di stato civile, ma che volete, si sono visti arrivare quest’omone con una circonferenza di braccio da marinaio, difficile pensare fosse una donnicciola, nessuno avrebbe mai osato dirglielo. «Il problema è che non si sono potuti sottrarre all’obbligo di aderire alla richiesta dei due - ha cercato di difenderli rosso come un peperone il sindaco di Marcianise Tommaso Zarrillo - i documenti del resto erano perfettamente regolari, sì, magari qualche sospetto c’è stato, ma avevano l’aria così felice...». Intanto le pubblicazioni sono state tutte ritirate, dal Comune fanno comunque sapere che se il matrimonio fosse stato celebrato comunque l’inganno sarebbe stato scoperto e le nozze considerate non valide, era solo questione di tempo. Pina poi si è defilata. È rimasta orfana, ha due sorelle sposate, a casa non l’aspetta più nessuno. Sa che Angela la pensa sempre. L’ha ingannata, ma l’ha fatto per amore, ha proprio perso la testa per lei. Le ha fatto sapere che è disposta a qualsiasi cosa pur di farsi perdonare, non ha che da chiedere. Che carina. Un vero gentiluomo. Razzismo in usa ‘Tatuate i genitali ai malati di aids’ la Repubblica 26/4/95 WASHINGTON - L’idea è di David Duke,ex dirigente del Ku Klux Klan e fondatore dell’ organizzazione filonazista «Associazione nazionale per l’avanzata della gente bianca». Perché non rendere riconoscibili con un tatuaggio fosforescente nell’area dei genitali i malati di Aids, piuttosto che segregarli? Duke, scomparso dalla scena politica nazionale dal 1992 dopo il fallimento della sua sfida all’allora presidente George Bush per la candidatura repubblicana, mira ora a candidarsi come governatore della Louisiana. Per il suo rientro sulla scena pubblica ha rilasciato un’intervista alla rivista promotrice dei diritti degli omosessuali The Advocate. Con grande apertura di vedute Duke si è dichiarato in disaccordo con chi, tra esponenti dell’estrema destra americana, vorrebbe segregare le persone colpite da Aids perché «i campi di internamento non sarebbero una buona cosa per i loro diritti civili, non farebbero bene alla nazione, e non avrebbero nessun senso. So che c’è chi sostiene - ha concluso Duke - che il tatuaggio sarebbe un’offesa per la dignità dei portatori di Aids ma la dignità della vita mi sembra molto più importante dei sentimenti sul tatuaggio». Sei gay? fuori dal locale Manifesto mar 4/4/95 Siamo un gruppo di giovani omosessuali che vive a Catania e che è stato ultimamente oggetto di intolleranza razziale. Ma torniamo un po’ indietro. A Catania non ci sono luoghi d’incontro esclusivamente gay; esistono solo l’Arcigay e un pub segnalato nella guida internazionale Spartacus, il Nievsky, che si è arricchito grazie anche all’assidua frequentazione degli omosessuali catanesi. Il proprietario del Nevsky è un giovane impegnato politicamente, schierato a sinistra: entrando nel pub si possono notare poster di Zapata, foto di Che Guevara, quadri di Marx, insomma un locale comunista (c’è anche la sala soviet). Si sa, sono molti i gay che aderiscono a tale ideologia, anche perché la sinistra si è sempre interessata ai diritti degli omosessuali; Grillini fu candidato per il Pds un paio d’anni fa. Ebbene, Martedì 29 marzo ci trovavamo al Nevsky pub e come sempre si scherzava, si rideva tra di noi, senza disturbare l’altrui sfera personale e morale. A un tratto ci viene chiesto se stavamo consumando, non tutti lo stavamo facendo; alla risposta negativa di uno di noi, il «pescecane» prende, con una furia da poema epico cavalleresco, il braccio di un ragazzo e lo scaraventa fuori. Lo stesso fa con gli altri. Alla richiesta, penso lecita, del perché di tale comportamento, l’imprenditore comunista risponde a un altro di noi che se non se ne va subito gli «spacca il culo» e che non deve più mettere piede nel suo pub. Sconvolti, senza parole, usciamo come dei signori e giuriamo di non entrarci più. Ricordo, fra l’altro, che non è il primo episodio di intolleranza da parte di questo «hitleriano figuro» nei confronti di omosessuali: infatti l’estate scorsa un gruppetto di lesbiche erano state rimproverate aspramente e si stava arrivando alle mani. Veniamo a sapere che il finto proletario è rimasto infastidito e offeso dall’atteggiamento «seccante» di alcuni di noi, infatti egli non ha niente contro i gay (contraddizione fulminante); ovviamente i gay che entrano da lui devono attenersi a un regolamento comportamentale rigido e quindi non devono scherzare, ridere, scocciare, ma debbono comportarsi come persone «normali». Inoltre, l’arricchito richiama alla memoria la famosa prima festa da lui organizzata, sette anni fa, a favore dei gay e questo, secondo lui, lo autorizza a trattarci in tal modo. Siamo davvero arrabbiati perché siamo stati aggrediti da un uomo che sfruttando una sana ideologia - pensate, ha anche il vostro giornale appeso in bacheca - in realtà è un ipocrita e un «fascista». Se il caro proprietario è uno di quelli che aderisce al «Boicotta il Biscione», noi da oggi faremo di tutto per boicottare il Nevsky. Siamo aperti a tutti Manifesto gio 13/4/95 Apprendiamo da una delirante lettera, pubblicata il 4 aprile, che avremmo «scaraventato» fuori dal nostro locale, con furia da poema epico un gruppo di giovani solo «perché gay e non consumavano». È vero, abbiamo invitato energicamente (senza sfiorarli con un dito) alcuni giovani a cambiare aria, perché da noi il rispetto per gli altri è elemento irrinunciabile e perciò abbiamo dovuto contrastare alcuni atti di maleducazione comune nei confronti dei frequentatori del locale. Che questi giovani siano omosessuali non ci riguarda proprio. Rivendichiamo l’accaduto e ce ne assumiamo la responsabilità, ma essere gay non autorizza all’intolleranza nei confronti di chi non lo è, ma soprattutto non è un lasciapassare per approcci o «adescamenti» nei riguardi di quanti vogliono bere una birra in santa pace senza ritrovarsi una mano nel culo. Il Nevsky è frequentato da dieci anni da centinaia di persone perché è un luogo libero, perché si mangia bene, per le numerose iniziative culturali autogestite e autofinanziate (ultima, in ordine di tempo, la presentazione del vostro progetto di azionariato popolare), negate negli altri spazi ricreativi di Catania. E per questo ci rifiutiamo di accettare lezioni di tolleranza da chi, in modo infantile, la calpesta senza neanche accorgersene, pretendendo da noi della sinistra, paterna e smisurata comprensione. Omosessuali e trafficanti giustiziati in piazza a riad Il Giornale 3/4/95 Quattro condannati a morte per omosessualità e per traffico di droga sono stati decapitati in una piazza di Riad, capitale dell’Arabia Saudita. Secondo un comunicato del ministero dell’Interno, diffuso da radio Riad, Edris Ben Mohamad Al Bernaui, cittadino saudita, è stato giustiziato per omosessualità e due pachistani, Nizar Mohamad Dein e Mustaqim Yan Mohamad, e un afghano, Gari Farhan, per aver tentato di introdurre eroina nel Paese. Sono stati decapitati sulla pubblica piazza dopo la preghiera del mezzogiorno. Con loro sale a 47 il numero delle decapitazioni eseguite dall’inizio dell’anno. In Arabia Saudita si applica rigidamente la Sharia o legge islamica: i condannati a morte per omicidio, violenza sessuale, omosessualità o traffico di droga sono decapitati in pubblico. I condannati per furto subiscono l’amputazione della mano, sempre a mezzo di scimitarra e in pubblico, di norma di venerdì. Inaugurato a londra per gli omosessuali il più grande circolo comunale del mondo Corriere della Sera gio 11/4/85 di Renzo Cianfanelli Con opportuni riferimenti storici, gli intervenuti di temperamento più entusiasta hanno rivendicato il primato del progressismo socio-culturale al municipio della Greater London su quelli, per altro notevolmente illuminati, della moderna San Francisco o, in epoche più antiche, di Atene e Babilonia. All’indomani del Lunedì di Pasqua, in un tripudio di discorsi e palloncini rosa, Londra ha inaugurato il più grande centro comunale del mondo riservato esclusivamente agli omosessuali, di origine anagrafica maschile e femminile. Ricavato da un edificio fatiscente a cinque piani in origine adibito a magazzini frigorifero di carni, nell’antico mercato per la vendita all’ingrosso del bestiame macellato situato a Smithfield, vicino al ponte di Blackfriars e alla cattedrale di San Paolo, il nuovo complesso si chiama London Lesbian and Gay Centre e funziona come un club e centro cultural-ricreativo. C’è un ufficio amministrativo dotato di personale stipendiato dal Comune, un ristorante con annesso bar, un teatro e una discoteca, con sul tetto una terrazza che si affaccia su un groviglio di binari che col tempo si spera di trasformare in un giardino pensile. Alle lesbiche è riservata metà del secondo piano, dove le attrezzature consentono un piccolo nido d’infanzia. Agli individui di sesso maschile, anche se gay, è decretata la clausura più severa, con rarissime eccezioni come ad esempio i pompieri, in caso di necessità. L’iniziativa del Comune della cosiddetta Grande Londra, dove risiedono quasi sette milioni di persone, è in sintonia con le idee molto radicali del leader del consiglio municipale (una carica elettiva corrispondente all’incirca a quella di sindaco) Ken Livingstone, convinto sostenitore dell’inserimento delle minoranze di qualsiasi tendenza nella vita culturale e sociale, che da mesi conduce una polemica senza esclusione di colpi contro il governo della signora Thatcher, soprattutto da quando quest’ultima ha annunciato che intende abolire il Comune di Londra, per fare economia. In queste circostanze, ansioso di mettere i conservatori davanti al fatto compiuto, il Comune ha aperto senza indugi il centro gay che è venuto a costare, fra acquisto, restauro dei locali e attrezzature, poco meno di un miliardo e seicento milioni di lire. Assai modica rispetto alle analoghe organizzazioni private, è la tariffa di ammissione a questo centro comunitario per omosessuali, che funziona come un club, con iscrizioni limitate a 500 soci e un canone di sole 35 mila lire annuali. Per i pensionati, gli handicappati, i disoccupati, i giovani inferiori a 24 anni è inoltre previsto uno sconto del 50%. Per quanto sulla popolazione lesbica e omosessuale della capitale inglese non si disponga di statistiche ufficiali, di un centro comunale riservato ai gay, a Londra, si sentiva certo la necessità. Ne è convinto, per esempio, il signor Bob Crossman, funzionario del quartiere di Islington, dove ricopre la carica di presidente della sottocommissione assistenziale per i gruppi lesbici e omosessuali. La copertura del mezzo miliardo di lire annuali occorrente a far funzionare il nuovo Lesbian and Gay Centre, sostiene questo signore, incide in modo trascurabile sulla forte tassa immobiliare che chiunque occupi un alloggio in Gran Bretagna, non importa se come proprietario o semplice inquilino, è obbligato a pagare in aggiunta all’imposta sul reddito e che a Londra può facilmente superare le duecentomila lire mensili. D’altra parte, afferma sempre il presidente della sottocommissione comunale per i gay, questo tipo di servizio pubblico rientra ormai nel concetto più moderno e più esteso di stato assistenziale. Ma il ministro per l’ambiente Patrick Jenkin non è molto d’accordo e ha già annunciato l’intenzione di tagliare i fondi stanziati dal Comune per il nuovo super centro gay, pur avendo approvato i finanziamenti a due analoghe organizzazioni minori. «A questo punto - dice sconsolato Spike Aldridge, uno degli undici impiegati del centro - siamo nelle braccia degli dei, o meglio del ministro». In senso figurato ovviamente. Guai a chi mi tocca..... del Carabiniere Misterioso Ciao amici! Ormai in Italia si vive di pane e sondaggi, accendi la tv, apri un giornale e immediatamente ti trovi subissato dal campione autorevole degli italiani che risponde alle domande più assurde: «Qual è la carta igienica più morbida?», «Qual è la faccia di politico che vi fa digerire meglio?». In questo clima maniacale piacerebbe anche a me sottoporre un piccolo sondaggio ai lettori di questa rubrica e contemporaneamente, ribaltando le domande, ai miei colleghi carabinieri: «Una recente conoscenza ti invita a cena e prima che accetti l’invito ti confessa di essere gay/carabiniere; cosa fai?». Un’altra domanda potrebbe essere: «Un gay/carabiniere è in evidente difficoltà: fai tutto il possibile per aiutarlo?». O ancora: «Quanti gay/carabinieri conosci? E quanti sono entrambe le cose?». Credo che le risposte dimostrerebbero che i gay sono diffidenti, un po’ presuntuosi e si sentono minacciati, mentre i carabinieri odiano e disprezzano “questi ricchioni che ormai sono come gli ebrei, comandano il mondo” (è vero, lo giuro, l’ho sentito con le mie orecchie). Non credo con questo di dirvi qualcosa di nuovo, nè era mia intenzione farlo. Volevo solo riflettere sul fatto che con un poco di buona volontà sarebbe possibile ammorbidire le proprie posizioni. Basterebbe dialogare, farsi conoscere, dimostrare che non si è così come il marchio che ci è stato appiccicato addosso. Noi carabinieri non siamo tutti razzisti, stupidi e ignoranti servi dello stato, mentre voi omosessuali non siete depravati pederasti che rovinano i bambini. Basta con questi stupidissimi luoghi comuni, sono troppo umilianti; sono stufo di questa mancanza di sensibilità, impariamo a rispettarci a vicenda, insomma facciamo qualcosa! Il mese scorso avevo promesso di parlare delle perquisizioni: perché si fanno, quando e come si svolgono? La perquisizione personale è un atto compiuto da un ufficiale di Polizia Giudiziaria che ha lo scopo di rintracciare corpi di reato nascosti sul fisico o sugli oggetti che indossa o trasporta una persona. Per corpo di reato si intende qualsiasi cosa il cui possesso costituisce reato (droga, armi, oggetti rubati, soldi falsi ecc.); si procede alla perquisizione quando esiste il fondato sospetto che occulti su di sé oggetti di cui potrebbe disfarsi e rendere irreperibili. Quando è motivato questo sospetto? Ogni volta che si ferma una persona che ha commesso un reato, ma anche quando l’agente in servizio è insospettito da un comportamento strano, da un atteggiamento arrogante oppure eccessivamente spaventato, soprattutto quando la persona fermata sembra avere qualcosa da nascondere. In tutti questi casi si può procedere ad una perquisizione. Ovviamente, non se ne può abusare. Difficilmente verrà perquisito chi passeggia tranquillamente per le vie del centro, mentre corre questo rischio chi frequenta con atteggiamento compromettente luoghi notoriamente malfamati. Non ci si può sottrarre, ma si ha il diritto di chiedere l’assistenza del proprio avvocato. Tale diritto non può comunque far ritardare la perquisizione, se l’avvocato non è rintracciabile in brevissimo tempo (praticamente deve essere presente sul luogo) si procede ugualmente. La perquisizione deve essere approfondita, si può spingere la ricerca fino al controllo delle parti intime del corpo, ma proprio per questo deve essere svolta nel pieno rispetto della dignità umana. Non si può, ad esempi, costringere una persona a spogliarsi in mezzo alla strada davanti ad altra gente; nel caso fosse necessario, si può procedere ad una ricerca sommaria controllando i vestiti, le scarpe, gli oggetti trasportati. Nel caso in cui si rivelasse veramente indispensabile si può far seguire a questa ricerca un controllo più approfondito accompagnando la persona in caserma. La legge ad ulteriore garanzia, tranne nel caso di assoluta necessità, vieta ad un agente di procedere alla perquisizione di una persona del sesso opposto.. Un esempio potrebbe essere il caso in cui fermando una donna si ha la certezza che nasconda un’arma. Il caso limite si verifica quando ci si trova nella situazione di un transessuale operato al quale non è ancora stato riconosciuto sui documenti il cambiamento di sesso. Anagraficamente è maschio e quindi secondo la legge spetta ad un agente uomo il compito di perquisirlo. A mio avviso, per una questione di delicatezza, sarebbe opportuno far intervenire una donna; io almeno cercherei di procedere in questo modo, ma non posso garantire per i miei colleghi, non credo che siano in molti a pensarla come me. Per ultimo devo ricordare che a chi subisce una perquisizione deve essere rilasciato un verbale nel quale, tra le altee cose, va segnalato l’esito positivo o negativo della ricerca. Non compilare il processo verbale di perquisizione è una mancanza grave che potrebbe comportare per gli agenti operanti conseguenze a livello penale. Credo di aver detto tutto quello che c’era da dire sulle perquisizioni, spero di averlo fatto in modo chiaro e di aver toccato tutti i punti interessanti. Come sempre, vi saluto e con affetto vi do appuntamento al prossimo mese. Il Carabiniere Misterioso La leggenda del santo travestito La Stampa mer 5/4/95 Gabriella Bosco PARIGI. Gran travestito, gran convertito. L’abate di Choisy, accademico, missionario e autore di una Histoire de l’église in undici volumi, tuttora testo di riferimento, non seppe mai scegliere tra la sottana femminile e quella ecclesiastica. François Timoléon de Choisy, nato nel 1644 e morto ottantenne nel 1724, del grand siècle visse a pieno tutte le contraddizioni. È il meno che si possa dire, per questa incredibile figura di abate cortigiano, di cui vengono oggi svelate le molteplici ambiguità, segno di un animo baroccamente inquieto e classicamente opportunista. Escono contemporaneamente una biografia, “L’abbé de Choisy androgyne et mandarin” (Fayard) di Dirk van der Cruysse (professore di letteratura francese all’Università di Anversa) e un’edizione critica del “Journal du voyage de Siam”, diario del viaggio molto cristiano voluto da Luigi XIV, per la colonizzazione morale delle Indie favolose (Fayard, a cura dello stesso van der Cruysse). «La piccola debolezza che avevo di voler passare da donna»: così l’abate di Choisy definì nelle sue memorie la sua propensione al travestitismo che caratterizzò l’intera sua esistenza. Come tale, amava addobbarsi da gran dama, di ricercato e vezzoso abbigliamento, senza trascurare i gioielli e nei finti per accrescere il potenziale seduttivo, e intrattenersi poi con fanciulle in fiore vestite però da maschietti. Vivendo a corte, in nessun modo questi passatempi rischiavano di venire ostacolati. Erano anzi ricercati, favoriti dall’autorità di Mazzarino che in tal modo assecondava gusti e desideri di Monsieur, il fratello di Luigi XIV, omosessuale. Parallelamente, ancora lontano dalla vocazione religiosa, il giovane Timoléon cercava di condurre esistenza autonoma, non legata alle esigenze di corte. Un’esistenza doppia e doppiamente fantasiosa: a Parigi era madame de Sancy, in provincia Comtesse des Barres, castellana delle terre di Crespon. Il duca di Montausier, di austerità proverbiale (pare sia servito da modello a Molière per il suo misantropo Alceste), ex ugonotto convertito, incaricato di occuparsi dell’educazione del Delfino, vedendo quest’ultimo attratto dal volto efebico del travestito di corte, aveva chiesto con vigore e ottenuto un suo momentaneo allontanamento. E aveva così senza volerlo favorito la carriera mondana di Choisy: il quale, presentatosi con gli abiti femminili più belli in suo possesso, e i diamanti più preziosi, nel salotto parigino di madame de la Fayette, vi venne ammirato dal duca di La Rochefoucauld. Autore delle ben note “Massime morali”, il duca si diceva «osservatore curioso degli artifici e differenti metamorfosi dei personaggi che recitano la commedia umana». Choisy non poteva che interessarlo «massimamente». A Crespon, nel castello della contessa des Barres. I nobili vicini, uomini e donne, venivano distratti dalle noie della quotidianità con rappresentazioni di amori lesbici, messi in scena e interpretati dall’ospitale contessa, iniziatrice alle gioie d’amore di bambine inconsapevoli. A Parigi invece, come madame de Sancy, il futuro abate teneva salotto. Riceveva amiche-amanti, offriva loro rosolio di Torino, le conduceva a teatro e le tratteneva per la notte, nel caso fossero disposte a contraccambiare con sufficienti luigi d’oro il divertimento. Non vi era giorno che il futuro abate mancasse di assistere alla messa del mattino. Ma venne poi, crudele, la malattia. Colpito da un morbo sconosciuto, Choisy si aggravò al punto che gli venne somministrato il sacramento estremo. Quando miracolosamente si riprese, niente gli parve più adeguato di ritirarsi nel seminario delle Missioni straniere della rue du Bac, in mezzo a virtù e santità. A Roma nel 1676, Choisy baciava i piedi a papa Innocenzo XI. Nel 1684, si faceva autorizzare da Luigi XIV ad accompagnare l’ambasciatore Chaumont nella missione che doveva portare alla conversione del re del Siam e dei suoi sudditi alla religione cristiana. Il viaggio fu un crescendo di fervore religioso. In Siam, monsignor Laneau ordinò prete l’ex pecorella smarritasi fatta figliol prodigo. Tornato in Francia, nell’87 Choisy venne accolto sotto la cupola dell’Académie, destinato all’immortalità. E con il successo letterario del suo “Journal du voyage de Siam” si ripresentarono le tentazioni. Choisy tornò a un’antica passione, i tavoli da gioco, e ricominciò a indossare di tanto in tanto abiti muliebri. D’Alembert, nel suo “Elogio di monsieur de Choisy” raccontò che gli undici volumi della “Storia della Chiesa” vennero redatti dal religioso settantenne vezzosamente, femminilmente acconciato. Nelle “Memorie” (sottotitolo «Le avventure dell’abate di Choisy vestito da donna»), autografe e allegramente autocritiche, è contenuta una precisa interpretazione dei fatti: dall’età di 5 anni, il piccolo Timoléon veniva strofinato con una pozione a base d’arsenico che uccideva i peli alla radice. Era stata madame de Choisy madre, la responsabile: «Ogni sera mi lavava il collo e il petto con acqua di vitello e m’incremava con pomata di piedi di montone, per rendermi la pelle dolce e bianca». Ecco le misure della virilità Repubblica 26/4/95 LAS VEGAS. Quanto è lungo quando è eretto? Ossia: tutto quello che avreste voluto sapere sul pene ma che non avete mai osato chiedere. Adesso però un gruppo di ricercatori di San Francisco ha deciso di soddisfare la curiosità (e le ansie) di milioni di uomini. Secondo la loro stima, su un campione di 60 maschi di «sana e robusta costituzione», il pene perfetto misura in erezione 12,8 centimetri in lunghezza e 12,2 centimetri di circonferenza. Si deve invece considerare non normale un pene lungo meno di 7 centimetri. La ricerca ha una finalità scientifica bel precisa. Migliaia di maschi americani, preoccuptai di non essere sufficientemente virili e abbindolati da medici senza scrupoli, hanno iniziato a fare cure pericolose che dovrebbero aumentare la lunghezza del pene. Così per cercare di fermare la tendenza i ricercatori californiani hanno diffuso la tabella delle misure «standard» dell’organo genitale maschile. OROSCOPO di Mirtha ARIETE “Rose rosse per me...”: è arrivato il mese dei vostri successi amorosi tanto attesi. Vi sentirete finalmente felici e più ottimisti che mai. L’amore regnerà sovrano nelle coppie unite da tempo ed i legami più recenti attraverseranno un periodo incantato. Sarà un buon mese anche per quanto riguarda l’aspetto economico il che favorirà, tra l’altro, gite e week-end piacevolissimi. TORO È proprio il vostro mese: vi sentirete pieni di vitalità e sprizzerete fascino da tutti i pori; chi ha fatto breccia nel vostro cuore verrà conquistato dal vostro prorompente charme in un batter d’occhio. Si rinsalderanno sempre di più le vecchie amicizie e alcuni di voi vedranno sconvolta la propria tranquillità dal ritorno di un mai dimenticato amore. Incontri positivi durante una festa. GEMELLI Questo mese vi offrirà le migliori opportunità nelle relazioni con gli altri, se non trascurerete di prendervi cura del vostro prossimo, senza contare che ciò vi aiuterà a combattere l’egoismo e la leggerezza di cui a volte peccate. Siate fiduciosi e comprensivi con la persona che amate: verrete ricambiati con grande trasporto. CANCRO Sarà un mese di grandi soddisfazioni lavorative tanto che alcuni di voi potrebbero sentirsi incitati ad intraprendere attività nuove. Fate però attenzione ad un successo iniziale un po’ troppo facile perché, se non amministrato con oculatezza, potrebbe pregiudicare l’andamento del lavoro in futuro. Facilità nei rapporti umani in genere: amore, amicizia ed affetti familiari. Vi sentirete soddisfatti ed una carica di ottimismo vi accompagnerà per tutto il mese. LEONE Il momento professionale appare favorevole; continuate ad agire con la massima riservatezza sino a quando la situazione non sarà ben definita e le vostre qualità saranno pienamente riconosciute da chi vi circonda. Potranno verificarsi improvvise rotture nel campo delle amicizie così come potranno realizzarsi aspirazioni ed il nascere di un romanticissimo amore con concreti progetti per il futuro. Tenete a bada un certo opportunismo. VERGINE Buon periodo per ascoltare il prossimo: questo farà bene agli altri, ma vi darà anche modo di chiarire le vostre idee e magari mutare opinione su certi argomenti. Perciò via ogni tabù! Mese opportuno anche per chiarire eventuali dubbi, ansie e relative complicazioni che possono essersi create con il partner. Gioie sentimentali nella seconda parte del mese. Vi consiglio di rivedere i vostri programmi di lavoro e, se fosse necessario, di apportarvi seriamente delle modifiche. BILANCIA Questo mese il lavoro non vi richiederà particolare impegno, ma non abbassate la guardia; la situazione economica potrà risentire di qualche spesa non preventivata. Clima “coniugale” sereno e piacevole: approfittate di questo momento favorevole per proporre al partner un week- end da soli, lontano dalla noia della routine quotidiana. SCORPIONE In questo mese potrete assistere ad una decisa ripresa nel lavoro, in particolare potrete superare una situazione difficile, con evidente progresso negli affari. Le entrate saranno in aumento; se non vi lascerete condizionare da ripensamenti e dubbi dell’ultima ora, prendendo coscienza delle vostre nuove necessità affettive, potrete trovare l’appagamento sentimentale. SAGITTARIO Questo periodo vi porterà nuove storie sentimentali, probabilmente con sviluppi promettenti. L’entusiasmo quasi infantile tipico del vostro carattere avrà la sua rivalsa e riuscirà a prevalere sul raziocinio di chi vi circonda. Sarà un ottimo mese anche per la vita pratica, forse dovrete affrontare qualche viaggio di lavoro che vi darà soddisfazioni. Splendido momento per quanto riguarda gli studi. CAPRICORNO Non esagerate con le spese superflue questo mese: potrebbero farvi cadere in una improvvisa crisi economica. Non mancheranno ottime possibilità di affermazione personale, specialmente per chi di voi si sente un po’ artista nell’anima. Il clima in famiglia sarà splendido; nella sfera sentimentale non riuscirete a capire se il vostro sentimento è corrisposto: provate però a parlarne, potreste avere una gradita sorpresa! ACQUARIO La situazione nel lavoro si manterrà favorevole, anche se occorrerà che vi impegnate con attenzione e scrupolo in ogni momento. Particolare creatività ed una fertile ispirazione accompagneranno ogni nuova iniziativa d’affari. Buoni guadagni da investimenti fatti in precedenza. Sarà una bellissima primavera per gli affetti: per le coppie vi sarà un rinnovamento degli affetti e la realizzazione con chi amate sarà totale. PESCI Il vostro istinto nel corso di questo mese vi aiuterà molto nel lavoro. Con sorprendente intuizione, risolverete una serie di problematiche che fino ad ora vi avevano reso difficile il procedere di una parte della vostra attività. Nelle finanze i risultati positivi non si faranno attendere. Trascorrete, almeno una volta, un fine settimana con la famiglia, potrebbe rivelarsi piacevole. Vivere è la cosa più rara al mondo, la maggior parte della gente esiste e nulla più. WILDE «Oggi lezione di stupro», scandalo nell’Air Force la stampa 9/4/95 NEW YORK NOSTRO SERVIZIO «Mi hanno portata in una piccola stanza. Mi hanno sbattuto su un tavolo e mentre uno mi strappava di dosso i vestiti un altro si era piazzato fra le mie gambe, costringendomi a tenerle aperte. Io gridavo di smetterla, ma loro non mi ascoltavano nemmeno. Solo quando sono riuscita a mollare un calcio ai testicoli di uno si sono fermati». Sembra il racconto di una ragazza finita nel festino sbagliato e invece è il resoconto di un episodio avvenuto all’Accademia dell’aviazione militare americana. La ragazza in questione è una cadetta e la sua rivelazione fatta al programma televisivo «20120» della ABC è andata in onda venerdì sera sollevando non poco scalpore. Che succede alla US Air Force Academy? Com’è possibile che le sue camerate siano state trasformate in un covo di energumeni che assaltano le cadette? Non è bastata la lezione della «Tailhook» il famoso raduno dei piloti della Marina subito dopo la Guerra del Golfo che degenerò in assalti a una ventina di donne? In questo caso non c’è stata degenerazione, dicono i responsabili dell’Accademia. Quello che è successo è del tutto regolare. Sono stati loro a volerlo e lo ha spiegato in questo modo. I nemici degli Stati Uniti sono cattivi e spesso sottopongono i prigionieri che catturano a torture e violenze sessuali come è accaduto per esempio a 23 soldati che proprio nella Guerra del Golfo caddero nelle mani degli iracheni. È bene quindi che i piloti dell’US Air Force —quelli che più rischiano di essere catturati perché possono essere abbattuti sul territorio nemico— siano preparati all’evenienza. Così fra i corsi che i cadetti devono seguire ne è stato inserito uno di «addestramento allo stupro», estremamente realistico. Il resoconto della ragazza riguardava appunto una «lezione» che le era stata impartita per «temprare il suo spirito combattivo», ma lei non si sentiva per niente «temprata» mentre, con la faccia coperta, raccontava la cosa all’intervistatore televisivo. «Per sapere che lo stupro è un’esperienza terribile non avevo certo bisogno di quella dimostrazione», è stato il suo commento. Ma quella della violenza sessuale non è la sola evenienza che i futuri piloti devono imparare ad affrontare. C’è anche quella della voglia dei nemici —«constatata in varie circostanze», dice il colonnello John Chapman uno degli istruttori— di «umiliare i prigionieri che catturano ponendoli in condizioni di sottomissione e mostrandoli ai propri compagni». È bene che i piloti siano preparati anche a quello ed ecco nelle parole di Christian Polintan, anche lui apparso nel programma televisivo come si ottiene quella preparazione. «Mi hanno fatto vestire da donna mi hanno fatto truccare il viso e mi hanno costretto ad andare in giro con degli ufficiali, come se fossi il loro amante. Poi mi hanno portato in una stanza, mi hanno fatto togliere la camicetta mi hanno costretto a chinarmi verso un tavolo e un istruttore si è messo a frugare dentro alle mie mutande. Poi mi hanno sdraiato su una panca, mi hanno legato e hanno fatto entrare un altro cadetto dicendogli di sdraiarsi sopra a me come in un rapporto omosessuale». Polintan al contrario della ragazza, non ha avuto problemi a farsi vedere in faccia perché dopo quell’esperienza ha deciso di lasciare l’Accademia. Il servizio della ABC era corredato da un’intervista con il generale John Hopper responsabile dell’Accademia e inventore di questi corsi, il quale ha ammesso di avere esagerato. D’ora in poi ha promesso le «lezioni» saranno a base di filmati da guardare. Franco Pantarelli. Eletta transessuale Manifesto mer 26/4/95 Marcella Di Folco, presidente del Mit, il movimento transessuali italiani, è la prima trans a entrare in un consiglio comunale. È stata eletta nella lista dei Verdi, raccogliendo 118 preferenze. In una nota l’Arcigay- Arcilesbica esprime grande soddisfazione per il successo delle liste di sinistra a Bologna e in Emilia Romagna, e in particolare per l’elezione di tutti i candidati, omosessuali e non, sostenuti dall’associazione. Fra questi, il presidente dell’Arcigay Franco Grillini, rieletto in consiglio provinciale, e Carlo Flamigni, uno dei pionieri della fecondazione assistita in Italia, eletto nella lista del Pds. «Un transessuale in consiglio non ha niente di diverso di un eterosessuale - ha detto Di Folco, che lavora come cassiera in una discoteca - Chiunque si scandalizzi si ricrederà». A londra la scuola per travestiti La Notizia 22/4/95 LONDRA. In un quartiere elegante di Londra, tra villette e giardini ben curati, alcune attempate signore di rango hanno avuto l’idea del momento: una scuola per travestiti che vogliono essere chic. Non deve essere molto facile per un uomo apprendere a comportarsi come una vera signora: così queste nobildonne appena un po’ decadute insegnano tutti i segreti non solo della classe, che deve assolutamente apparire innata, ma anche della seduzione. Come truccarsi, conversare, camminare, muoversi, per non essere presi per uomini o, ancora peggio, per finte donne. La chiamano «finishing school», un termine che si usava un tempo per indicare gli istituti dove le ragazze di buona famiglia, terminate le scuole dell’obbligo e prima del debutto in società, venivano inviate ad imparare come si serve il tè, come ci si rivolge a un membro della famiglia reale e come si supervisiona l’apparecchiatura della tavola. In un paese che riserva sempre nuove sorprese, pare sia in costante crescita il numero degli uomini che decidono, permanentemente o anche solo per una sera, di incarnarsi in un corpo femminile; infatti le richieste di iscrizione superano già i posti disponibili. Professionisti, studenti, operai: sono molte le categorie rappresentate nella «finishing school» londinese. Alcuni sono travestiti convinti, altri transessuali che si sono magari già disfatti degli organi maschili ma non di certi atteggiamenti, altri ancora che si definiscono “perfettamente normali” ma che amano, ogni tanto, fare qualcosa di nuovo. Trema la hollywood gay Corriere della sera ven 7/4/95 Alessandra Farkas NEW YORK. A Hollywood è noto come l’«Heidi Fleiss gay», anche se, contrariamente alla celebre collega-maitresse che per anni ha affittato giovani squillo alle star di Hollywood, il suo esclusivissimo bordello per soli uomini è riuscito fino ad ora ad eludere i riflettori indiscreti della stampa scandalistica. Ma ciò è destinato a cambiare il prossimo 24 aprile. Quando David Forest dovrà difendersi in un tribunale di Los Angeles dalle accuse di favoreggiamento e sfruttamento di prostituzione. «Alcuni dei big più noti della Mecca del cinema vivono nel terrore che i loro nomi possano emergere durante il processo - spiega un ex ragazzo da marciapiede di Forest - È solo questione di ore prima che lo scandalo esploda». Ad evitarlo fino ad oggi ci ha pensato il Los Angeles Police Department che, vuoi dietro pressione (e magari mazzette) di questi ricchi e potenti di Hollywood, vuoi per il desiderio delle autorità di evitare l’ennesimo scandalo in una città sempre più sinonimo di corruzione e fango, hanno tenuto il dossier «Forest» sotto chiave dal novembre ‘93. Quando il «madamo» è stato arrestato per essere liberato subito dopo, su cauzione di oltre 40 milioni di lire. A rappresentare Forest all’imminente processo, sarà lo stesso avvocato, Anthony Brooklier, che ha già difeso, senza peraltro troppo successo, Heidi Fleiss. Con Forest Brooklier vuole ritentare la medesima strategia: innocenza totale e totale estraneità ai fatti. Non sarà facile. L’accusa ha in mano le prove che dimostrano come Forest dirigesse l’agenzia di accompagnatori più vasta e profittevole del paese. Che, grazie al 40% di percentuale su ogni cliente, l’ha rapidamente trasformato in un miliardario. «Il suo servizio veniva usato dai gay della Hollywood che conta davvero - accusa Paul Barresi, ex pornostar trasformatosi in talpa della polizia, responsabile della cattura del suo ex boss - Offriva i suoi aitanti prostituti per anni, al modico prezzo di mille dollari a botta». I loro nomi e cognomi sono contenuti nei dischetti di computer confiscati dalla polizia nel quartier generale di Forest, a West Hollywood. Ma proprio come le liste top secret del famigerato libretto nero della Fleiss, anche le informazioni di questo software rischiano di restare per sempre anonime. Un’ordinanza proibisce agli agenti di discuterne il contenuto, pena la sospensione dal lavoro. Dietro le quinte, naturalmente, le indiscrezioni si sprecano. Tra i clienti di Forest, si sussurra, ci sarebbero alcune della megastar. Forse Keanu Reeves, presunto marito segreto del magnate David Geffen; Tom Cruise, il cui matrimonio con Nikole Kidman sarebbe stato combinato dagli studios, come ai vecchi tempi, per mascherare la sua omosessualità. O magari Richard Gere, uno dei più chiacchierati insieme a John Travolta, tradito dallo stesso Paul Barresi, che nel ‘90 rivelò al «National Enquirer» di essere stato il suo amante per due anni. «Le autorità di solito non vanno dietro ai clienti - precisa Barresi - gli unici a rischiare il carcere sono i lenoni». Ma nonostante ciò che probabilmente l’attende, Forest continua a svolgere indisturbato la propria attività, pubblicizzando i suoi boys su riviste gay di Los Angeles come «Frontiers». «Rappresenta una trentina dei divi porno più noti dei circuiti a luci rosse - incalza Barresi - A chi frequenta questo video basta telefonare e ordinare i ragazzi per nome». Elton John adotta un bambino la stampa 25/4/95 Elton John è finalmente felice. Dopo anni in cui, pur non facendo mistero della sua omosessualità, ha evitato di comparire in pubblico con i suoi partner, la pop-star inglese esce allo scoperto: vuole creare una famiglia. Stando alle fotografie e alle indiscrezioni pubblicate oggi dal settimanale francese «Voici», la relazione di Elton John, 47 anni, con il canadese David Furnish, 32 anni dura ormai da due anni e i due sono felici ed intenzionati ad adottare un bambino. «È l’uomo della mia vita», dice il cantante, che dopo una burrascosa vita sentimentale sembra infine giunto a una svolta. «Con David sto bene —spiega ancora Elton— ho collezionato amanti, sono caduto nella trappola dell’alcol e della droga. Oggi, grazie a lui, sono di nuovo felice». Continua: «Sogno di avere un bambino. Vogliamo adottarne uno. Tanti bimbi soffrono nel mondo. Noi abbiamo avviato le pratiche. David è entusiasta come lo sono io». La posta di Osram Kare e Kari, per una cosa che finisce, ne spunta un’altra all’orizzonte. Siamo da poco rimasti orfani di quello che può essere considerato il più grande avvenimento culturale d’Europa dedicato a noialtri, e già si sta materializzando un’altra grande opportunità per stare tutti insieme. Se la decima edizione del festival internazionale "Da Sodoma a Hollywood" si è conclusa (e corre voce che qualcuno sia già in procinto di farsi ibernare in attesa della prossima edizione), il 1° luglio ci trasferiremo in massa a Bologna per l’annuale festa dell’orgoglio omosessuale e di conseguenza mi sento di consigliare agli aspiranti ghiaccioli di rimandare l’ibernazione al 3 luglio. I più timidi potranno mettersi in viaggio per conto loro e mischiarsi tra la folla con occhialoni scuri in perfetto "Sophialoren- style" e cappellini con veletta "Gretagarbo-look" , gli altri potranno unirsi a noi e partecipare a questa giornata che è troppo importante per essere vissuta come una giornata qualsiasi. Ah, per quanti di voi non l’avessero ancora fatto, rammento che siete ancora in tempo per mettere la vostra firmetta sulla petizione per il riconoscimento dei diritti civili delle coppie di fatto (coinvolgete anche i vostri amici etero). Prima di passare alle lettere (pochine questo mese, discolacci), un paio di risposte brevi. A Giancarlo di Orbassano che mi scrive d’aver conosciuto un ragazzo e mi chiede come può fare per conquistarlo, rispondo che non mi risulta esista una tattica sicura. Credo che in tutti i casi sarebbe meglio non fermarsi alle apparenze mentre, da quello che scrivi, mi pare che tu lo abbia eletto "uomo della tua vita" senza nemmeno sapere che voce ha. Prova piuttosto a farci due chiacchiere e poi, se davvero scoprirete di essere fatti l’uno per l’altro, non vi resterà che decidere dove andare in vacanza (considerato che ormai siamo a maggio sarebbe il caso di valutare la possibilità di fare le vacanze insieme). Invece a Chiara di Torino, che mi chiede come mai molte lesbiche si atteggino e parlino come i camionisti o gli scaricatori di porto, non posso che rispondere che ognuno di noi ha il diritto di sentirsi libero di assumere l’atteggiamento che più è vicino alla sua indole e di conseguenza non credo si possa facilmente convincere "una camionista" a diventare Isabelle Adjani o, nel caso dei maschietti, "una soubrette" a diventare come Brad Pitt (scusate ma ho un attimo di mancamento al solo pensiero di Brad). Confesso che c’è stato un tempo in cui anch’io ero contrariato dagli eccessi ma poi ho scoperto che bisogna rispettare le altrui scelte ed è così che ho avuto l’opportunità di appurare che anche tra le camioniste e le soubrettes ci sono persone ok. Approfitto di questo spazio che mi è stato concesso per mandare un bacione a tutte le ragazze dell’InformaGay che sono tutt’altro che camioniste, parola di Osram ! Un saluto anche a tutti coloro che ho avuto modo di incontrare nel corso della rassegna al Massimo e che desidero citare (quante pagine ho ?), bé, qualcuno....: Roby D., Elisabetta, Luca, Giò, Marco, Bruno, Andrea, Mariangela, Rosanna, Daniela, Alberto, Laura, Renato, Roberto (1, 2, 3 e 4), Kiron, Gigi, Stefano, Concetta, Alessandro E., Franco, Vittorio, Alessandro G. e tutti, tutti i ragazzi e le ragazze di cui non conosco i nomi ma ricordo i visi per averli visti al banchetto dove noi di InformaGay, insieme agli amici del Circolo Maurice (un abbraccio) raccoglievamo le firme. Grazie. Grazie anche agli organizzatori del Festival che ci hanno concesso l’opportunità di poter fare qualcosa di utile e al personale del cinema Massimo per l’ospitalità. Se c’eravate, cosa ne pensate ? Vi aspetto ? Ma sì, vi aspetto... Un bacio dal vostro Osram. Caro Osram, ti ruberò giusto il tempo per farti sapere quanto mi disgusta leggere le lettere che pubblicate. Secondo me tutte quelle parole non servono a un cazzo e tutta la gente che vi scrive non ha capito un cazzo. Se anziché farsi delle seghe mentali i ragazzi andassero a cercarsi un po’ di sollazzo nei parchi, non avrebbero più bisogno di rompere i coglioni con tutte quelle fregnacce che ti propinano e che tu propini a noi. Mettete piuttosto la foto di un bell’uccello in tiro e smettetela di sparare cazzate. Minchiadura-68. Caro Minchiadura (ma sempre, sempre ?), dalla tua lettera è facile capire che non sei di certo il tipo che si fa grossi scrupoli anche se immagino che, se il tuo pseudonimo corrisponde ad una tua particolarità, tu abbia alcune difficoltà nel centrare il buco del water. A parte questo (scusa ma mi viene in mente che trascorrendo la tua vita nei parchi, la difficoltà del famoso "buco" non sussiste nemmeno) ritengo che tutte le persone abbiano il diritto di esprimersi e decidere se chiedere un parere a qualcuno, chiunque sia, per risolvere le contrarietà, piccole o grandi che siano, che nel corso della vita di un omosessuale (e non solo...) si presentano. Se questa rivista si chiamasse "InformaIdraulico", è facile immaginare che al posto mio ci sarebbe appunto un idraulico che spiegherebbe alla signora Tuborotto-68 come fare per ricuperare l’anello che inavvertitamente le è caduto nello scarico del bidet. La rivista si chiama "InformaGay" e qui c’è una persona disposta ad accogliere i problemi, le gioie, le richieste più svariate di chi scrive cercando delle risposte o anche solo per raccontarsi agli altri per il piacere di farlo. Per quanto riguarda le foto che ci esorti di pubblicare, le potrai ammirare sulle riviste specializzate che troverai in vendita in una qualsiasi edicola della città che gravita intorno al tuo parco preferito. Caro Osram, sono rimasto un po’ deluso, partecipando ad una delle vostre riunioni, un martedì sera, della scarsa partecipazione dei presenti in sede, perlopiù impegnati a cazzeggiare per i fatti loro o a guardare la televisione. Da allora ho pensato più volte di tornare a trovarvi ma non ho più sentito lo stimolo giusto per farlo. Non che volessi chissà che cosa, solo mi sarebbe piaciuto trovare una realtà diversa da quella che mi si è parata sotto gli occhi. Confesso di essermi annoiato un po’ e di avere provato un certo dispiacere nel constatare che quanto mi ero immaginato di trovare non corrispondesse alle mie aspettative. Giorgio 76. Caro Giorgio, innanzi tutto mi scuso con te per aver dato un’accorciatina alla Figaro alla tua letterona ma sai com’è... questioni di spazio. E poi grazie, grazie per aver messo il dito sulla piaga. Sarebbe un controsenso se affermassi che sarebbe più probabile che la sera in cui ci hai fatto visita potresti aver sbagliato indirizzo perché infatti da noi tutto funziona a meraviglia, perché il pianeta InformaGay è composto esclusivamente da persone eccezionali. Non è così. Sai qual è il problema ? È che siamo esseri umani e possediamo tutti i limiti della nostra specie. Però, proprio perché siamo consci dei nostri limiti, stiamo cercando il sistema per “crescere” senza bisogno di ricorrere a formule magiche che tra parentesi non ci è dato conoscere. È arcimaledettamentissimamente vero che occorrono idee nuove, e ti prego di credermi se ti dico che ci stiamo prodigando affinché possa avvenire un rinnovamento. Sarebbe bello se anche tu volessi partecipare a questa rinascita, e questo perché qui da noi riteniamo necessaria la collaborazione di tutti. È indispensabile confrontare le idee per poi poter mettere a punto soluzioni nuove che possano arricchirci. Attualmente la nostra sede è chiusa proprio per questa ragione, per questo desiderio che accomuna chi, nella nostra associazione, ha voglia di dare il suo contributo. Vuoi essere dei nostri ? Telefonaci. Aspettiamo ragazzi e ragazze come te. Tanto per gradire... e concludere... - E adesso, amica mia, raccontami perché sei triste. - Perché finora ho vissuto sognando e ho paura di svegliarmi. (Angelo Morino - da “D’amore e d’ombra”).