InformaGay mensile di informazione prevenzione gay e lesbico Redazione: via S.Chiara, 1 10122 TORINO - ITALY tel +39.11.436.5000 fax +39.11.436.86.38 Martedì 14 marzo 1995 numero 4 (articles without date and font are produced by members of the InformaGay staff) ----------------------------------------------------------------------------------------------------------- EDITORIALE Le leggi di Murphy sono proprio tutte vere: se alla fine di un tunnel vedi una luce, di sicuro è un lanciafiamme; se qualcosa può andar male, andrà sicuramente peggio e via di questo passo... Dopo le sorprese di D'Alema del mese scorso, ecco le "rassicuranti" certezze di Alleanza Nazionale che saranno ampiamente commentate nelle prossime pagine: le possibilità di dialogo ci sono state, peccato sia mancato il dialogo. Tutti questi strani avvenimenti politici hanno avuto però una conseguenza positiva, quella cioè di eccitare a dismisura la nostra fantasia che ha prodotto l'ennesima copertina-capolavoro, in linea con quella del mese scorso (a parte i problemi di toner!!). Tanto per cambiare, abbiamo avuto problemi di spazio e, per leggere la nuova puntata di "Quando si sclera", dovrete attendere il prossimo numero; intanto ci sono tutte la altre rubriche di cui potrete ampiamente godere e vi pregherei di leggere con particolare attenzione quella del nostro Carabiniere Misterioso. Se avete comprato Babilonia di questo mese, spero abbiate apprezzato la recensione che ci ha fatto. Buona lettura e...attenti alle ombre!! QUELLO CHE STATE PER LEGGERE PUÒ SUCCEDERE ANCHE A VOI Questa è la versione integrale del testo della lettera che l'associazione (minuscolo) Famiglia Domani sta istericamente inviando in tutte le case italiane. Se avete parenti anziani, fate attenzione perché saranno i privilegiati dal loro indirizzario. È possibile notare che, seguendo gli insegnamenti di tolleranza e di rispetto propri della Chiesa Cattolica, il tono della missiva è dimesso, assolutamente non perentorio, né tantomeno presuntuosamente insinuante, ma anzi, lascia libero spazio alla capacità decisionale del lettore. Prendete fiato, con un lungo respiro, ed immergetevi. Buona lettura... Gentile signore, certamente Lei sarà d'accordo con me sul fatto che l'omosessualità NON deve essere tutelata né promossa dalle leggi di questo nostro Paese. Questo vizio, contrario alla legge di Dio, ripugna alla Sua coscienza, e lei, istintivamente respinge il profondo disordine morale dell'omosessualità. Nel corso dei secoli infatti, l'omosessualità è stata non solo condannata dalla Chiesa e dalla coscienza dell'Occidente cristiano, ma anche combattuta dalle sue leggi civili e religiose, che l'hanno sempre bollata d'infamia. Eppure, esattamente opposta alla nostra è l'opinione del Parlamento Europeo. Nella risoluzione A-3-0028/94, approvata l'8 febbraio 1994, il massimo organismo politico occidentale ha voluto promuovere quel vizio abominevole, considerandolo come un valore positivo ed esortando gli Stati-membri dell'Unione Europea a legalizzarlo. Quest'infame risoluzione del Parlamento Europeo, infatti, prevede che gli Stati membri legittimino l'istituzione di una forma di "matrimonio omosessuale", comprendente la possibilità di adozione di bambini da parte di coppie conviventi. Insomma, il Parlamento Europeo pretende che l'Italia legalizzi e promuova l'omosessualità! Se Lei ed io, e con noi la stragrande maggioranza degli italiani che la pensano come noi, non faremo nulla, è proprio questo che accadrà, e a breve scadenza. È questa la società che Lei ed io desideriamo per i nostri figli o nipoti? È per questo che ho voluto scriverLe: per chiedere il suo aiuto allo scopo di evitare che questo accada. Se lotteremo, con l'aiuto di Dio, abbiamo tutte le possibilità di vincere. Al contrario, se incroceremo le braccia, perderemo senza rimedio, ed avremo la responsabilità di questa sconfitta. Difatti, non basta essere contrari all'omosessualità; bisogna anche lottare per impedire che essa non venga instaurata nella nostra società. I deputati che hanno votato quella scandalosa risoluzione farebbero bene a meditare quel passo di San Paolo Apostolo nella sua Lettera ai Romani: "Pur conoscendo la condanna divina, che punisce con la morte quelli che commettono tali infamie, essi non soltanto le commettono, ma persino approvano quelli che le fanno" (Rom. 1, 32). In nome di quale volontà blasfema, questo Parlamento pretende d'imporre la sua empietà alla nostra Italia cattolica? In questo scenario, i mass-media amplificano lo strepito di una minoranza arrogante, organizzata nelle associazioni "per la liberazione omosessuale". Questa minoranza non si limita a praticare il vizio contro natura; essa osa rivendicare il diritto di renderlo pubblico, esaltandolo spudoratamente come se fosse uno "stile di vita" non meno degno di quello normale, e celebrando feste dedicate all'"orgoglio omosessuale". A questo livello, l'omosessualità non è vissuta come un disordine di cui vergognarsi e da tenere nascosto, ma come un valore positivo da esibire ed ostentare, come un "diritto civile" da legalizzare e promuovere. Il fine dichiarato di tutta questa campagna propagandistica è insomma quello di "omosessualizzare" la società. Si pretende cioè di espellere dalla mentalità comune e dalla società civile il modello tradizionale della famiglia cristiana, sostituendolo con aberranti forme di convivenza contro natura, che servono solo a sancire la ricerca del piacere più sregolato, in spregio di ogni legge morale. Questa vera e propria rivoluzione morale e sociale, se verrà realizzata , produrrà effetti devastanti. La citata risoluzione del Parlamento Europeo infatti, se fosse applicata in Italia, produrrebbe conseguenze rovinose sulla formazione psicologica e morale dei giovani. Abituandosi a vivere in un ambiente caratterizzato dalla confusione dei sessi e dei ruoli e dalla promiscuità tra famiglie morali e "famiglie" omosessuali, i nostri ragazzi si convincerebbero che i fondamenti perenni dell'ordine sociale cristiano non hanno più senso. I nostri figli o nipoti, immersi in questo ambiente perverso imbevuto di relativismo, finirebbero col considerare l'omosessualità come un'innocua scelta fra le altre. Se la risoluzione del Parlamento Europeo venisse confermata in Italia, acquistando forza di legge, avverrà proprio questo. Ebbene, bisogna farla finita con questo processo di degradazione morale e civile dalle rovinose conseguenze! E per sconfiggerlo, contiamo sulla Sua collaborazione. Sono sicuro che anche Lei, come me, si rifiuta di accettare il "modello familiare" omosessuale, nella convinzione che solo sulla famiglia cristiana tradizionale riposano l'equilibrio della convivenza civile, la vera pace sociale e l'avvenire dei nostri figli. Se Lei è d'accordo con me, ecco quello che Le propongo. Si stanno formando in tutta Italia dei "Comitati di difesa dell'Ordine familiare naturale e cristiano" (il cui centro di coordinamento risiede i via dei Delfini 16 - 00186 Roma) per organizzare una grande raccolta di firme a sostegno di una petizione rivolta ai nostri governanti, sia italiani che europei. In questa petizione, esigiamo dalle autorità nazionali ed europee: A. di impedire la propaganda e le legalizzazione delle cosiddette "famiglie omosessuali": B. di proteggere le nostre famiglie mediante leggi appropriate che rispettino i principi naturali e cristiani su cui si basa la nostra civiltà europea. L'Associazione famiglia Domani, nata a Roma nel 1987 allo scopo di difendere l'identità morale delle famiglie italiane, appoggia pienamente questa coraggiosa iniziativa. Ma perché questa iniziativa abbia successo, conto sul suo prezioso appoggio sottoscrivendo una quota di adesione comprensiva di abbonamento. 1. sottoscrivendo la quota di abbonamento a Famiglia Domani Flash ci permetterà di organizzare: - una campagna di raccolta di firme; - la pubblicazione di annunci sui giornali; - la promozione di incontri e conferenze sul tema - il patrocinio di Comitati di protesta in tutta Italia. A questo scopo, Le ho allegato un conto corrente postale intestato a suo nome. Le chiedo di inviarci oggi stesso la sua quota, sia essa di 30.000 lire (ordinario), di 50.000 (sostenitore), 100.000 (onorario), 200.000 (straordinario)... o comunque , di quanto Lei può disporre. Ogni aiuto sarà il benvenuto, allo scopo di riuscire nell'iniziativa. 2. Questa quota di adesione Le darà diritto di ricevere in abbonamento il nostro bollettino di informazione, "Famiglia Domani Flash", che approfondirà attivamente questa campagna; ricevendolo, Lei verrà informato tempestivamente e dettagliatamente sugli sviluppi della nostra iniziativa. Con il suo contributo, e con l'aiuto di Dio, continueremo a portare avanti questa campagna fino al giorno in cui la pressione che avremo fatto sulle autorità politiche sarà tale da far cancellare definitivamente la scandalosa risoluzione del Parlamento Europeo, per sostituirla con una nuova normativa che tenga conto dei veri interessi delle famiglie italiane ed europee. Scendere in campo contro le leggi di Dio non è certo un buon metodo per preparare l'avvenire della nostra patria. Se la risoluzione del Parlamento Europeo acquisterà forza di legge, il matrimonio e dunque anche la famiglia verranno minati nel loro stesso fondamento. Conto quindi nella sua immediata sottoscrizione all'abbonamento. Insieme, potremo vincere questa battaglia. Lieto di poter contare sulla sua collaborazione nella difesa della Legge di Dio e del futuro della nostra nazione. La saluto cordialmente, suo Luigi Coda Nunziante (Presidente) P.S. Il Parlamento Europeo pretende che l'Italia promuova giuridicamente l'omosessualità, fino al punto di istituire un "matrimonio" omosessuale che comporti la possibilità di ricevere bambini in adozione. Famiglia Domani è impegnata in una grande raccolta di firme per contrastare questa scandalosa risoluzione. Il nostro bollettino Famiglia Domani Flash informa puntualmente su questa iniziativa. Sottoscriva una quota di adesione, comprensiva dell'abbonamento a Famiglia Domani Flash, si essa di 30.000 lire, 50.000, 100.000 o anche 200.000. Se lo stomaco vi ha retto fino ad adesso, potete rilassarvi: il peggio è passato. Ma è arrivato il momento di arrabbiarsi e nelle pagine seguenti troverete il modo per farlo in maniera decisamente molto più elegante. Forse non a tutti è chiara la differenza che c'è tra una coppia legalmente riconosciuta (e pertanto esclusivamente eterosessuale). Il problema va ben oltre il "pezzo di carta" che molti considerano un inutile e formale sigillo di una relazione amorosa. Per questo abbiamo pensato di farvi un breve riassunto di quelle che sono, dal punto di vista legale, le discrepanze e le discriminazioni più forti che l'assenza di questo "pezzo di carta" determina. Inoltre, troverete una copia del modulo per la raccoltadi firme che il Comitato 28 giugno sta promuovendo. Anche voi potrete partecipare attivamente a questa iniziativa. Producete copie della pagina, fatele firmare a quanta più gente potete, e riportatecele quanto prima riuscite. InformaGay, via Santa Chiara, 1 10122 Torino. A COSA SERVE QUEL "PEZZO DI CARTA" OVVERO: ALMENO 12 BUONI MOTIVI PER VOTARE LA RISOLUZIONE DI STRASBURGO ASSEGNI FAMILIARI: Spettano solo ai lavoratori con coniuge (legalmente riconosciuto) o figli a carico. Idem per le detrazioni fiscali. DIRITTO DI VISITA: In ospedale, carcere o altro istituto. Spettano solo a parenti di sangue, oppure occorre una procura dell'interessato. FINANZIAMENTI PRIMA CASA: Adesso sono previsti solo per coppie eterosessuali appena sposate. REVERSIBILITA' PENSIONE. Adesso spetta solo al partner riconosciuto dalla legge, ai genitori o ai parenti di primo grado ASSICURAZIONE PER INVALIDITA'. Adesso spetta solo al partner superstite riconosciuto dalla legge MUTUE PRIVATE. Come cure dentistiche, oculistiche od altro. Adesso spettano solo ai figli, ai coniugi ed ai conviventi eterosessuali RISCARCIMENTO PER MORTE. Adesso spetta solo al coniuge eterosessuale, in caso di morte provocata da incidente, omicidio, ecc. REVERSIBILITA' CONTRATTI. Per esempio, l'affitto. Adesso è garantita solo al coniuge superstite. Diversamente, occorre ristipulare il contratto con tutto ciò che ne consegue (tasse comprese) USUFRUTTO IMMOBILI. L'usufrutto della casa posseduta in comune e della mobilia in essa contenuta adesso spetta solo al coniuge eterosessuale. In caso di morte, il partner superstite può venire espulso dall'immobile dai parenti che ne hanno diritto per quota legittima. TESTIMONIANZE. Il diritto a non testimoniare contro il partner in un processo spetta solo a coniugi e parenti di sangue. EREDITA'. In caso di morte, per la legge italiana non si può disporre di tutti quanti i propri beni. Una parte costituisce la cosiddetta "legittima". Essa è una quota che deve incontrovertibilmente essere lasciata secondo queste disposizioni: 1/2. per un figlio 2/3 per due o più figli 1/2. per il coniuge eterosessuale in assenza di figli 1/3 a testa per un figlio e un coniuge eterosessuale In assenza di coniuge o figli: 1/3 ai genitori o ai nonni o ai bisnonni Se una persona muore senza lasciare testamento, il suo patrimonio va per esclusione a: figli e coniuge; genitori e fratelli; parenti fino al sesto grado; Stato mai al coniuge omosessuale. PETIZIONE PER I DIRITTI CIVILI. VOGLIAMO VIVERE IN UN PAESE PIU' LIBERO E CIVILE. PER TUTTI! Ci sono in Italia tre milioni di gay e lesbiche. Molti sono ancora spinti a nascondere i loro sentimenti, a emigrare nelle grandio città o sono perseguitati in famiglia o sul lavoro. L'affermazione dei diritti delle persone omosessuali, contro il pregiudizio e le discriminazioni, non riguarda solo gli interessi di una minoranza, ma misura il progresse civile e democratico dell'Italia. La Risoluzione del Parlamento Europeo dell'8 febbraio 1994 per iudiritti delle persone omosessuali non deve restare lettera morta, ma deve ispirare le istituzioni, la scuola, gli organi di informazione a combattere le discriminazioni e i pregiudizi che ancora persistono nella vita di tutti i giorni e nelle mentalità più ottuse. In particolare chiediamo al Parlamento di DISCUTERE E APPROVARE UNA LEGGE DELLE UNIONI CIVILI che consenta a tutte le coppie, anche dello stesso sesso, di essere riconosciute legalmente, come già accade in Danimarca, Svezia, Norvegia e in altri paesi civili. Per garantire —anche a chi non si sposa— che una libera scelta d'amore venga riconosciuta anche di fronte a problemi materiali come la casa, la pensione, l'eredità. Comitato 28 giugno la pela del mese Isabella Bossi Fedrigotti Abbiamo fastidio. A parte il fatto che la signora o signorina Cristina Pedrali, dopo essersi dichiarata a favore del riconoscimento del matrimonio omosessuale, facendo sfoggio di invidiabili (al giorno d'oggi) doti di tolleranza e rispetto umano, si premura di far notare che "per il momento non è mai successo", quando può tranquillamente schierarsi a favore degli omosessuali anche senza spiattellarci la sua eterosessualità. Ma la vera chicca è della Bossi Fedrigotti. Chi le ha detto che i gay devonoessere "più liberi ed anticonformisti"? E, semmai, è il matrimonio etero a perdere di valore perché quello gay ancora non esiste e ha tutto da guadagnare. Evidentemente questo tanto sbandierato istituto della famiglia sta covando delle serpi in seno. Per quanto riguarda il concetto di "bizzarro" —applicabile secondo la Nostra alle famiglie gay e lesbiche, traviatrici dei piccoli pargoli indifesi— ci stiamo sforzando di trovarne uno adatto per le famiglie dove, ad esempio, i padri violentano le figlie, magari di sei anni. Incesto e violenza, sì, ma RIGOROSAMENTE eterosessuale. Che ne direbbe di: "famiglie quantomeno singolari"? Matrimonio, libertà e omosessualità risponde Isabella Rossi Fedrigotti Corriere della sera 15/2/95 Sono indignata dalla mancanza di rispetto mostrata dal genere umano. La goccia che fa traboccare il vaso è la notizia che alcune persone si sarebbero riunite in comitati per impedire il riconoscimento dei matrimoni omosessuali nelle legislazioni europee. Questi comitati intendono insomma schierarsi contro la risoluzione dell'8 febbraio 1994 con la quale il parlamento europeo invitava i paesi aderenti a tutelare il diritto al matrimonio e alla famiglia degli omosessuali. Pensavo che almeno in amore more regnasse la libertà. Cristina Pedrali (Rovato, Brescia) «Il mio maestro delle elementari - lei continua gentile signore - definiva la libertà come il diritto di fare quello che si vuole senza danneggiare gli altri e mi chiedo chi potrebbe essere danneggiato se io amassi una donna invece che un uomo (anche se per il momento non è mai successo)». Mi pare di capire che il diritto ad amare chi si vuole non sia proprio messo in questione in nessun paese europeo, cara Cristina. Quel che i comitati vogliono (ma come dice giustamente lei, se funzionano come la maggior parte dei comitati italiani, non ha ragione di preoccuparsi più di tanto) è opporsi al diritto al matrimonio degli omosessuali. E qui, pur pensando anch'io, come il suo maestro elementare, che ciascuno debba fare un po' quello che gli pare, ammetto di non essere ancora giunta sulla sua posizione che ritiene sacrosante le nozze gay. Ho insomma qualche - forse colpevole - resistenza: che bisogno c'è di pretendere a tutti i costi di sposarsi, di suggellare l'amore con un foglio di carta, proprio in tempi in cui il matrimonio perde sempre più valore? E proprio da parte di chi dovrebbe essere più libero e più anticonformista? Il problema comunque mi pare un altro. Matrimonio, come lei sa, implica figli, ed è probabilmente questo il punto che sta a cuore ai comitati. In America le coppie gay adottano bambini già da tempo, non da abbastanza tempo però perché si sia potuto studiare su una generazione di nuovi adulti gli effetti che questa bizzarra situazione familiare può aver avuto sul loro sviluppo psicologico. Probabilmente è meglio una famiglia bizzarra che nessuna famiglia, ma non per questo mi pare si possa, al fine dell'educazione dei figli, considerare una coppia omosessuale esattamente alla stessa stregua di una eterosessuale. INFORMAGAY INCONTRA IL PDS La promessa del segretario Chiamparino agli omosessuali Anche gay nelle liste Pds «Ma non vorremmo che ci svendesse per conquistare il voto dei cattolici» Maria Teresa Martinengo La Stampa 18/2/95 Spazio a una rappresentanza gay nelle liste Pds alle prossime elezioni regionali. E la promessa di lavorare per realizzare gli impegni presi dal sindaco Castellani in campagna elettorale: un osservatorio sulla condizione omosessuale a Torino, il potenziamento del Festival cinematografico «Da Sodoma a Hollywood», sostegno alle iniziative di prevenzione dell'Aids. Si è concluso con queste «conquiste» il fitto botta e risposta tra una ventina di rappresentanti di InformaGay, e Sergio Chiamparino, segretario del Pds torinese, l'altra sera in Comune. Tra un voto e l'altro della maratona –municipalizzata, i gay hanno discusso con Chiamparino, affiancato da Carlo Chiama, segretario della sinistra giovanile, sui temi che più stanno a cuore alla numerosa comunità omosessuale cittadina, inquieta dopo le dichiarazioni di D'Alema, giudicate offensive: «La coppia omosessuale ha il diritto di vivere la propria vita senza persecuzioni e discriminazioni –aveva detto il segretario Pds– ma non può essere considerata una famiglia». D'Alema aveva anche rifiutato l'idea che le coppie gay possano ottenere bambini in adozione. Interrogato sulla possibilità di una «svendita» delle politiche nei confronti degli omosessuali in campagna elettorale, per conquistare i voti di una parte del mondo cattolico, Chiamparino ha spiegato che «non ci sarà nessuno scambio. Sarebbe un accordo nella vecchia logica del compromesso storico, dove ognuno mette da parte qualcosa. Una logica che non corrisponde più alle esigenze politiche di oggi. Sui temi che toccano la sfera personale dev'esserci assoluta libertà» Un'assicurazione che ha rasserenato che, giovedì sera, aveva riproposto il timore di discriminazioni di tipo sessuale all'interno della sinistra. I rappresentanti di InformaGay (e di ArciGay) hanno sottolineato che l'amministrazione comunale dovrebbe impegnarsi per eliminare le situazioni di disagio che la comunità omosessuale torinese continua a vivere. «Abbiamo la sensazione –hanno detto– che ci si ricordi di noi solo quando c'è bisogno dei nostri voti». Omosessuali D'Alema incontra l'Arcigay. Firmata la pace il manifesto, 4/2/95 ROMA. Pace fatta tra il segretario del Pds Massimo D'Alema e Arcigay-Arcilesbica, la maggiore associazione del movimento omosessuale italiano. Due ore di colloquio a Botteghe Oscure, ieri pomeriggio, hanno ricucito con un «rammendo invisibile» lo strappo provocato dall'intervista rilasciata da D'Alema la scorsa settimana al settimanale «Famiglia Cristiana». Il movimento gay e lesbico aveva interpretato quell'intervista come un colpo di freno, da parte del numero uno della Quercia, sulla questione dei diritti civili degli omosessuali. Ma al termine del faccia a faccia «cordiale e produttivo» - come l'ha definito una nota del Pds - tra D'Alema e una delegazione di Arcigay-Arcilesbica il clima si è rasserenato. Nel primo incontro ufficiale tra il leader del più grande partito della sinistra e una associazione di omosessuali «sono stati chiariti equivoci e fraintendimenti», come riferisce ancora la nota del Pds. E Franco Grillini, presidente di Ag-Al, spiega che la Quercia, per bocca del suo segretario, si è impegnata innanzitutto a sostenere il principale e più immediato obiettivo del movimento: il riconoscimento legale delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. «Nei prossimi giorni - dice Grillini - chiederemo ai presidenti dei gruppi progressisti di camera e senato di impegnarsi perché vengano messe al più presto in discussione le proposte di legge in materia già presentate in parlamento». Un'adesione, ovviamente, sarà richiesta anche alle altre forze politiche, anche se non è il caso di fare troppo affidamento su partiti come Alleanza Nazionale, il cui capo Gianfranco Fini ha sottoscritto un appello promosso da un gruppo integralista «per l'ordine naturale e cristiano» contro i diritti degli omosessuali. Lo stesso ha fatto, del resto, il presidente dei senatori di Forza Italia Enrico La Loggia. È comunque meglio glissare, a parere di D'Alema, su termini come «famiglia omosessuale», per non turbare sensibilità acute nel mondo cattolico. Gay e lesbiche rispondono che non ne fanno una questione di nomi, ma di sostanza. In Italia ci sono migliaia di coppie omosessuali, che specialmente nelle circostanze più drammatiche della vita, come la morte del compagno o della compagna, il ricovero in ospedale o l'incarcerazione sono dei perfetti estranei di fronte alla legge. Il che, non di rado, espone a comportamenti crudeli da parte delle famiglie di origine o della burocrazia. È il momento di cambiare e di verificare se in parlamento esiste una maggioranza in grado di riconoscere elementari diritti umani. C'è intesa, tra Pds e Arcigay-Arcilesbica, anche sulle iniziative necessarie per combattere le discriminazioni ancora esistenti nei confronti degli omosessuali. E anche sull'importanza di includere nelle liste elettorali chi ne sostiene più direttamente i diritti. Le posizioni restano invece distanti per quanto riguarda temi come l'adozione dei figli o la fecondazione assistita per le donne lesbiche. «L'adozione - precisa Grillini - non fa parte della nostra piattaforma di rivendicazioni, anche se non possiamo accattare le motivazioni con le quali di solito si sostiene che gli omosessuali sono inadeguati a fare da padri o da madri». Per quanto riguarda l'inseminazione artificiale, la segretaria nazionale di Arcigay-Arcilesbica, Giulia Crippa, spiega di essere in disaccordo con la proposta di legge presentata per i progressisti da Giovanna Melandri, presente ieri pomeriggio all'incontro a Botteghe Oscure. Per le lesbiche, poter usufruire della fecondazione artificiale assistita presso strutture pubbliche significa avere garanzie della sicurezza sanitaria e sull'anonimato del donatore del seme. «Ma una donna fertile - aggiunge Giulia Crippa - può anche trovare altre strade. Nessuno ha il diritto di indagare su come una donna che ha scelto di avere un figlio lo ha concepito. Comunque, il dibattito è aperto e si tratta di procedere per gradi». «Rocco, ti amo. Ma non sono gay». Tuo, Massimo. di Franco Mittica Non erano più il massimo della rilassatezza i rapporti tra il mondo gay e il partito democratico della sinistra. I "nipotini" del Pci, partito che trent'anni fa aveva espulso dalle sue fila Pierpaolo Pasolini, colpevole di omosessualità, non avevano ancora assimilato del tutto la "svolta" su alcune questioni e sul "politically correct" nei confronti degli omosessuali, quand'ecco che il segretario del partito, Massimo D'Alema, con alcune dichiarazioni "personali" pubblicate su Famiglia Cristiana riscatena il putiferio. I gay accusano il PdS di alto tradimento, sulle pagine di tutti i giornali si incrociano lettere di fuoco; InformaGay scrive una lettera aperta al signor D'Alema e organizza un sit-in davanti alla sede della federazione torinese del partito per chiedere chiarimenti. E così la serie di incontri di InformaGay con le principali forze politiche, già progettata prima della sparata di D'Alema, non può cominciare che con un incontro col PdS. Dopo un rinvio e uno spostamento di sede (in realtà è il PdS ad ospitare InformaGay presso una sala del Palazzo di Città), finalmente Giovedì 16 febbraio avviene il fatidico incontro. Per il PdS è un'occasione importante, c'è la paura che le famose dichiarazioni del loro segretario abbiano loro alienato il voto dei gay e quindi per l'occasione schierano Sergio Chiamparino, segretario provinciale del partito, e Carlo Chiama, coordinatore della sinistra giovanile. Punto di partenza della discussione è la risoluzione del parlamento europeo dell'8 febbraio 1994 sui diritti delle persone omosessuali e il disegno di legge giacente alle camere in materia di unioni civili. Completamente d'accordo con i principi della risoluzione e coi disegni di legge entrambi gli intervenuti, anzi Chiamparino ricorda che quando il consiglio comunale di Torino votò un ordine del giorno nel quale nel quale si appoggiava la risoluzione, lui era stato tra i pochi favorevoli all'approvazione totale, senza l'invito ad una maggiore riflessione sulle adozioni, come poi votato dal consiglio. È vero ed innegabile: tra noi e Chiamparino su questi temi c'è identità di vedute, ma come la mettiamo con le dichiarazioni di D'Alema? E qui arrivano le dolenti note: «Il PdS non intende assumere, su questi come su altri temi, posizioni ufficiali "di partito", si tratta di questioni che coinvolgono la coscienza di ognuno e quindi il partito non si esprime». Come se il tema della famiglia non fosse ormai diventato politico al punto di aver ispirato il cavalier Berlusconi ad aggiungere la dizione "per la famiglia" a quello che era già il ministero "per gli affari sociali". Il nostro sospetto (certezza?) che il non voler prendere posizioni serva a tenere buoni gli elettori cattolici e ancor più a non chiudere le porte ad alleanze politico-elettorali con i partiti cattolici è stato definito (con pochissima convinzione, però) una malignità. Altra domanda cruciale: «Il sindaco Castellani, sostenuto anche e soprattutto dal PdS, in campagna elettorale aveva preso dei chiari impegni nei confronti della comunità omosessuale (potenziamento del Festival del cinema a tematica omosessuale, creazione di un osservatorio sulla condizione omosessuale, iniziative per la prevenzione dell'Aids e maggior sostegno alle associazioni di volontariato operanti nel settore Aids), ebbene, a due anni dall'elezione, quindi a metà mandato, non si è ancora visto niente di tutto ciò. Come mai?». Risposta da far cascare le palle: «Forse voi associazioni gay non avete insistito e tampinato abbastanza l'amministrazione affinché le promesse venissero mantenute». Tra rassicurazioni, indicazioni ed ulteriori promesse, Chiamparino ha quindi calato il carico da 11: «Perché qualcuno di voi gay non si candida con le nostre liste alle prossime amministrative? Così potreste seguire dal di dentro le vicende che maggiormente vi stanno a cuore». Grazie tante, ma preferiremmo che il partito si impegnasse indipendentemente dalla presenza di gay nelle sue liste; piuttosto, sarebbe per tutti una chiara indicazione di apertura e di interesse nei confronti delle persone omosessuali che il PdS elaborasse delle sue politiche omosessuali, favorendo magari il coming out, almeno all'interno della struttura del partito, degli omosessuali che militano nel partito stesso. Già, perché pare che attualmente non ci siano pidiessini gay. Carlo Chiama si ricorda solo di Nichi Vendola, ai suoi tempi segretario nazionale della FGCI (che però adesso milita in Rifondazione), e dopo di lui, più nessuno. Anche nel famoso "libretto verde" del programma PdS alle ultime Politiche, nel quale si parlava di quasi tutto lo scibile umano, neanche una parola veniva spesa per parlare della minoranza omosessuale. Il ripensare a questo "silenzio colpevole" ci ha sottoposti allo spettacolo dell'ennesimo mea culpa chiampariniano e al nuovo impegno di collaborazione di Chiama. InformaGay ne terrà conto e chissà che almeno a Torino, in futuro, la macchina da guerra del PdS oltre che gioiosa non sia anche un po' gaia. INFORMAGAY INCONTRA ALLEANZA NAZIONALE « Da parte nostra nessuna scomunica». «Per voi è come se non esistessimo» An e gay, dialogo senza intesa Gli omosessuali incontrano i «nemici» storici la stampa 4/3/95 m.t.m. È stato un dialogo senza speranza (di avvicinamento) quello di Giovedì tra i ragazzi di InformaGay e alcuni membri della direzione provinciale di An. Dopo l'incontro con li Pds, la serie di appuntamenti per verificare il grado di sensibilità dei partiti sui problemi della comunità omosessuale, prevedeva uno dei «nemici» storici. Risultato? La discussione non è mai generata in rissa, ma nemmeno le parti hanno «smussato gli angoli». Primo argomento messo sul tappeto dai due moderatori, Marco Scala, presidente di Informagay, e Franco Mittica: la legge per il riconoscimento legale anche delle unioni civili, per garantire anche a chi non si sposa la possibilità di ottenere tra l'altro, casa popolare, pensione eredità. «An è fortemente contraria perché - ha spiegato Gianluca Vignale - riteniamo fondamentale l'istituto della famiglia nel suo modello tradizionale: la prima cellula su cui si fonda la nazione, la società. Il nostro partito si basa su valori fortemente cristiani. Comunque, vi sfidiamo a trovare negli atti ufficiali del nostro partito prese di posizione contrarie agli omosessuali». Dal pubblico una voce: «Per voi non esistiamo proprio». Secondo argomento: il Festival torinese del cinema gay - orgoglio della comunità - e la polemica di Agostino Ghiglia, presidente provinciale da Alleanza nazionale. Mittica legge alcuni comunicati del recente comunicato dell'esponente di An: «È disgustoso che la Giunta Castellani elargisca 150 milioni per una manifestazione che rischia di essere solo apologia di devianze e depravazioni sessuali. È moralmente esecrabile». Vignale minimizza: «È solo un comunicato, non un atto ufficiale. In poche parole deve esprimere una posizione politica...». E Bernardo Chiappo, ex consigliere comunale: «Vorremmo non si creasse il ghetto - mormorio della sala - ma si premiasse il buon cinema. Un festival da riserva indiana è sbagliato». Replica di Scala: «Se ritenete inutile il festival, venite da un altro pianeta: anche quella manifestazione contribuisce a far uscire i gay dal ghetto». Non poteva mancare un accenno agli insulti ricevuti dall'on. Paissan a Montecitorio. Gigi Malaroda (di Arcigay): «Tra voi "frocio" resta un insulto». Risposta di Chiappo: «Paissan ci aveva detto una cosa gravissima: "tangentisti"». Visita di Alleanza nazionale a Informagay: "Diteci perché dovremmo votarvi" E l'omosex incontrò la destra repubblica 4/3/95 barbara saporiti Non era mai successo. Giovedì sera, poco dopo le nove, tra esponenti di Alleanza Nazionale hanno varcato la soglia della sede di Informagay di via Sanata Chiara. L'occasione: il ciclo di incontri con i politici, organizzato dall'associazione per sondare la posizione dei partiti su questioni cruciali per gli omosessuali. In abito grigio e cravatta, seduti sotto il grande quadro della «Nascita di Venere» di Botticelli in versione macho, Gianluca Vignale, Bernardo Chiappo e Massimiliano Motta, tutti della direzione provinciale di An, hanno esordito con una premessa: «Noi siamo qui perché il nostro partito ha cambiato nome. L'avversione della destra per i gay è solo un pregiudizio, vi sfidiamo a trovare in qualunque atto ufficiale dell'Msi o An una presa di posizione di questo genere». E che dire del consigliere comunale Agostino Ghiglia che definisce il festival del cinema omosessuale «un'apologia della devianza, della depravazione» o dell'aggressione all'on. Paissan, in parlamento, a colpi di "frocio" o di "se uno è finocchio è finocchio"? «Si è trattato di battute infelici, come quelle che circolano nelle scuole» ha risposto Chiappo, cadendo però subito dopo in contraddizione: «Dopotutto Paissan ci aveva insultato nel peggiore dei modi chiamandoci tangentisti...». E presto si arriva al nocciolo della questione. «Perché un omosessuale dovrebbe votare Alleanza Nazionale», chiede un giovane gay. «Per tre ottime ragioni - ha detto Motta - vogliamo introdurre anche in Italia il referendum propositivo, a differenza di Scalfaro e D'Alema, non vogliamo regolamentare tutto togliendo la libertà ai cittadini, al nostro interno non esistono discriminazioni». Marco Scala, presidente di Informagay, ha ribattuto: «Ma voi siete contrari alle unioni civili caldeggiate da una risoluzione del parlamento europeo e che consentirebbero a tutte le coppie, anche dello stesso sesso, di essere riconosciute legalmente». «Rispettiamo ogni scelta di vita, ma non potete chiederci di accettare del tutto l'omosessualità - ha detto Vignale -. La cultura cattolica nella quale molti di noi si sono formati ci porta sentire come innaturali le unioni gay e a respingerle perché implicherebbero un'ulteriore indebolimento della famiglia, già svilita dal calo demografico, dall'aborto e dal divorzio». Conclude Chiappo: «Ormai gli omosessuali non hanno più grossi problemi d'integrazione: anzi, iniziative come il 'loro' festival cinematografico rischiano di ghettizzarli». Ma dal pubblico, puntuale, piomba un invito: «Allora venga a passeggiare con uno di noi, in via Roma, mano nella mano...». Per Ghiglia "contributi disgustosi" Le pietre di AN contro il festival del cinema gay Repubblica 25 /2 Giuliana MARTINAT La novità consiste solo nel vedere, di anno in anno, chi scaglia la pietra. Per il resto gli attacchi al festival gay fanno ormai parte di un rituale immancabile, folcloristico diremmo. Questa volta l'onore della crociata spetta al presidente provinciale di Alleanza Nazionale, Agostino Ghiglia, il quale – in un comunicato diffuso dall'ufficio stampa del suo partito – lamenta «uno spreco inaudito», dice di ritenere «incredibile, disgustoso e vergognoso che la giunta Castellani elargisca 150 milioni» per «una manifestazione che rischia di essere soltanto l'apologia delle devianze e delle depravazioni sessuali», che è «pseudoculturale, di pessimo gusto e moralmente esecrabile». Dichiarazioni che suscitano altrettanta indignazione nella controparte: «Non riusciamo nemmeno a rispondere a queste farneticazioni neonaziste —dice Giovanni Minerba, direttore del Festival— Il nostro rispetto per i valori della civiltà e della tolleranza non può abbassarsi ad un livello di discussione così ciecamente sordido e subumano. A quando la riapertura dei campi di concentramento?». Più diplomatica, ma non meno ferma, la reazione di un altro noto esponente cittadino della cultura gay, Angelo Pezzana, che pure gravita nell'area del Polo delle Libertà:«Ghiglia dovrebbe rivedere le sue posizioni nei confronti dell'omosessualità. Altrimenti rischia di rimanere indietro con i vari "sdoganamenti" che AN ha già messo in pratica. Le sue sono posizioni che nemmeno la parte più retriva della DC si sognerebbe di sostenere». L'ITALIA È UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA FONDATA SULL'ETEROSESSUALITÀ. di Franco Mittica Lo abbiamo appreso Giovedì 2 marzo presso la sede di InformaGay per bocca di alcuni esponenti di An. Nel quadro degli incontri organizzati dall'Associazione con i principali partiti politici, sono infatti venuti a trovarci Bernardo Chiappo, Massimiliano Motta e Gianluca Vignale, dirigenti provinciali di An o del FdG. Incontro di portata quasi storica secondo "alcuni"; non proprio "storico" secondo noi, ma molto istruttivo e utile a farci capire in cosa consistano e a cosa si limitino le tante sbandierate pretese di venire considerati come una forza libertaria da parte di questa "fantomatica nuova destra". Di riconoscimento dei diritti civili per le famiglie di fatto, omosessuali in primis, non se ne parla nemmeno. La libertà proclamata da questi autorevoli esponenti dell'omonimo polo, consiste nel non voler impedire a nessuno di vivere in coppia, ma pretendere qualsiasi forma di riconoscimento minerebbe quello che per Vignale è il fondamentale istituto della famiglia nel suo modello tradizionale, la prima cellula su cui si fonda la nazione, la società. Impensabile quindi qualsiasi concessione in qualsiasi campo: concedere diritti al partner omosessuale su pensioni, eredita, visite in ospedale o in carcere lederebbe secondo Chiappo i diritti dei parenti naturali (genitori, fratelli, figli) a vantaggio di un estraneo. Inaccettabile. «La famiglia va tutelata» ci viene detto paventando previsioni catastrofiche (tra cinquant'anni gli Italiani saranno ridotti ad una sparuta nazione di 15 milioni di individui), come se chiedere il riconoscimento e la tutela delle unioni civili fosse un voler disconoscere e abolire la famiglia tanto cara a Wojtyla e non già il voler ampliare, allargare, arricchire il concetto stesso di famiglia. Altra fonte di preoccupazione per Chiappo: una regolamentazione della famiglia permetterebbe a molti stranieri di contrarre unioni solo per avere diritto alla cittadinanza italiana; tra le righe: oltre a voi frociacci autoctoni dovremmo mica sopportarci altri depravati, magari negri, a contaminare l'Italia? Altro punto dolente: il festival del cinema a tematiche omosessuali "Da Sodoma a Hollywood". Qualche settimana fa Agostino Ghiglia, presidente provinciale del partito, nonché consigliere comunale di Torino, aveva diffuso un comunicato stampa secondo il quale la decisione della giunta comunale, ratificata dal consiglio, di stanziare dei fondi a sostegno del Festival sarebbe «pseudoculturale, di pessimo gusto e moralmente esecrabile». Ebbene, secondo Vignale (che dice di non voler giudicare la moralità di nessuno) il comunicato di Ghiglia sarebbe forse un po' troppo acceso nei toni, ma condivisibile nella sostanza (caro Vignale, deciditi, N.d.A.) . Secondo Chiappo va premiato solo il bel cinema, mentre una rassegna come quella torinese servirebbe solo a rafforzare il ghetto intorno ai gay. E loro, che dicono di essere vissuti per quasi quarant'anni nel ghetto politico in cui gli altri partiti avevano relegato l'Msi, non vogliono che ci siano più ghetti per nessuno (infatti il loro amico Pietro Buscaroli chiede direttamente i lager, N.d.A.). E ancora: le becerate urlate all'indirizzo di Paissan nell'aula di Montecitorio dagli esponenti del "Polo del Buoncazzotto" sarebbero da minimizzare come anche i ragazzi delle scuole che per insultare qualcuno usano epiteti come checca, frocio e allusioni varie al culo. A nulla è valso far notare ai nazionalalleati (si dirà così) che quel che un ragazzino urla in una scuola ha valenza diversa da quello che il portavoce di un partito (Storace) o un capogruppo parlamentare (Maceratino) urlano durante una seduta di uno dei rami del Parlamento, davanti alle telecamere e quindi sotto gli occhi di tutti. Domanda cruciale rivolta agli ex-missini da uno dei presenti: «Ma noi, in quanto gay, perché mai dovremmo votarvi?». Risposta di Chiappo: «Perché noi non discriminiamo nessuno (?), perché noi non siamo come la sinistra che vuole regole per tutto, anche per lo sguardo dei conduttori televisivi (??): le regole sono antilibertarie e noi, invece, siamo libertari (???); noi siamo a favore del referendum propositivo: con quest'istituto voi potrete proporre una legge che regolamenti quello che voi volete e magari riuscite a farla approvare». Domanda: «Ma voi di An come votereste a un referendum propositivo sui diritti delle persone omosessuali?». Risposta: «Noi saremmo contrari, ma se la legge passasse ci adegueremmo». Cari signori di An, grazie per la disponibilità accordataci nel venire ad incontrare InformaGay, ma vorremmo darvi un sincero, disinteressato ed accorato consiglio: prima di usare l'aggettivo libertario, studiatevi cosa significa. Unica nota positiva: la disponibilità a collaborare con le associazioni di volontariato sulla prevenzione dell'Aids e sull'assistenza a persone con Hiv o Aids. UFFICIALI E GENTILUOMINI di Beppe Botta Impeccabili nei loro abiti coloro grigio-fumo-di-Londra (o fumo negli occhi?), le cravatte verde-ramarro o più sobriamente con i colori del Reggimento di Sua Emittenza il Cavaliere, insigniti dell'ordine di S. Martino (patrono dei becchi?), si sono presentati con puntualità germanica in via S. Chiara, sede dell'InformaGay di Torino. Erano Gianluca Vignale, Bernardo Chiappo e Massimiliano Motta, della direzione provinciale di An di Torino. Invitati da Marco Scala, presidente dell'associazione subalpina, a confrontarsi con la realtà omosessuale torinese, forse si sono sentiti un po' a disagio nella sala in cui troneggia una coloratissima versione gaia della "Nascita di Venere" di Botticelli. Sono stati accolti non con frizzi & lazzi, o con majorettes baffute, come forse si aspettavano, ma da un auditorio attento e critico. I due moderatori, Marco Scala e Franco Mittica, hanno introdotto subito la discussione, chiedendo chiarimenti cieca le posizioni di An, il cui portavoce torinese, Agostino Ghiglia, in un comunicato stampa successivo ad una richiesta di finanziamento dell'Informa per l'annuale edizione della rassegna del cinema gay, aveva definito "disgustoso che la giunta Castellani elargisse 150 milioni per una manifestazione che rischia di essere solo apologia di devianze e depravazioni sessuali". "Un comunicato non è un atto ufficiale - ha spiegato Vignale - in poche parole si deve condensare una posizione politica". E il buon pater familias Chiappo: "Ma perché ghettizzarsi? Perché fare una rassegna solo di cinema omosessuale? Noi siamo qui non solo perché il nostro partito ha cambiato nome, ma perché l'avversione della destra per i gay è solo un pregiudizio. Noi vogliamo aiutarvi ad uscire dal ghetto!". Al che, uno dei ragazzi più impegnati dell'InformaGay si è affrettato ad appuntarsi sul maglione il triangolo rosa, "segno" con cui venivano contrassegnati gli internati omosessuali nei campi di sterminio. "E poi - ha aggiunto Chiappo - in una situazione finanziaria disastrata, come si può pretendere che il Comune di Torino elargisca 150 milioni per una rassegna di cinema da riserva indiana?" "E se ci fosse solo l'Alto Patronato del Comune, anziché i fondi, quale sarebbe la posizione di An?" A questo punto Gianluca Vignale, del F. d. G. non ha retto, ed il succo del suo discorso è stato più o meno questo: "Fate quello che cazzo volete, ma fatelo di nascosto, perché a noi, che siamo cattolici-apostolici-romani e figli della lupa, fate schifo". E che dire della risoluzione del Parlamento europeo sul riconoscimento legale di tutte le coppie, comprese quelle dello stesso sesso? È sempre Gianluca Vignale, fulgido esempio delle nuove leve della destra a rispondere: "An è contraria a quella risoluzione, giacché noi riteniamo fondamentale l'istituto della famiglia nel modello tramandato da generazioni formate nella cultura cristiana e cattolica... e questo ci porta a sentire come innaturali le unioni omosessuali che. peraltro, porterebbero ad un ulteriore indebolimento dell'istituto stesso della famiglia". Impossibile, quindi, per An in caso di decesso di uno dei partner, subentrare nell'affitto della casa o, peggio, aver diritto all'eredità. Qualcuno tra i presenti sussurra: "Perché preoccuparsi? Se muoio picchiato a sangue dai nazi, il mio ragazzo non becca niente ed asso-piglia-tutto lo fanno quegli stronzi di parenti che mi hanno buttato fuori di casa perché sono frocio... e il mio ragazzo, se il padrone di casa lo butta fuori e lui non ha lavoro, non ha altro che da andare da quelli lì, che poi gli danno un bel triangolo rosa e lo mandano in ferie in qualche bel campo di lavoro o in clinica a curarsi". Ma la domanda clou della serata è stata quella di un giovane gay che ha chiesto al triumvirato in grigio di dargli una buona ragione per votare An. "Per tre ottime ragioni - risponde Chiappo - Noi di An vogliamo introdurre in Italia i referendum propositivi, quelli che D'Alema e Scalfaro non vogliono, così che anche voi omosessuali possiate ottenere quello che volete (se la maggioranza degli italiani vi appoggerà". Non parla, il buon pater familias, delle altre due ottime ragioni, ma la prima basta e avanza: è la negazione dei diritti di una minoranza. GAY, SFIDA ALL'AIDS Preoccupanti le notizie che arrivano da oltreoceano: secondo alcuni sondaggi la comunità gay americana, dieci anni fa pronta a reagire ai pericoli di contagio, sta abbandonando, oggi, la prevenzione contro il virus Hiv. L'Aids è ormai divebtato la prima causa di morte per imaschi tra i 25 e i 44 anni. La nuova parola d'ordine è «sicurezza contrattata» ovvero, al primo segno di raggiunta affettività addio precauzioni. Unità, 5/2/95 Nanni Riccobono New York. C'era una volta, non troppo tempo fa, la certezza che la popolazione gay americana avesse capito quant'è pericoloso l'Aids e che le campagne per la prevenzione che propagandavano il sesso sicuro avessero fatto centro: gli osservatori epidemiologici sul rischio Hiv disegnavano soddisfatti curve in discesa sui grafici della diffusione del virus tra gli omosessuali. Responsabili, colti, sensibili. E soprattutto muniti di preservativo, sempre. Così erano una volta gli omosessuali americani. Diciamo dieci anni fa. Lo scenario è cambiato, arrivano da sieropositivi gay neri segnali di inversione di rotta. Epidemiologi, immunologi e psicologi hanno lanciato l'allarme (la curva è in salita, il numero degli infettati cresce, la parola d'ordine: sesso sicuro sta tornando indietro, slogan vuoto, privo di affettività, nemico dell'erotismo di coppia. Questo è il dato più sconceratnte: abbandonano le protezioni si lasciano andare i gay innamorati, in coppia. La nuova parola d'ordine è sicurezza contrattata ovvero al primo segno di raggiunta affettività, addio preservativo. Così, tra i 25 e i 44 anni il tasso di mortalità per Aids tra i maschi americani è diventato la prima causa di mortalità. «Achieve», uno studio multidisciplinare partito da New York circa una anno fa, ha intervistato più di 1200 gay nell'area matropolitana. Lo scopo era individuare una popolazione da sottoporre sperimentalmente ai vaccini. il risultato è il più esauriente quadro del comportamento sessuale tra i gay sieropositivi della Grande Mela. Una delle domande poste agli intervistati: hai praticato sessoa anale negli ultimi tre mesi, senza usare il preservativo, con un uomo che fosse o sieropositivo o del quale non conoscevi lo status sierologico? il 20% ha risposto che aveva di norma rapporti sessuali senza usare precauzioni. Il 25% che negli ultimi tre mesi si era lasciato andare a scopate senza condom. E questo è persino poco indicativo: contando quelli che non consideravano come rapporto anale l'inserimento parziale del pene nel retto, le due percentuali salgono al 30 e al 38% rispettivamente. Non è un risultato peregrino: «Achieve» ha reclutato gli intervistati tra la popolazione gay colta, consapevole della propria identità omo o bisessuale. Molti eraano attivisti del movimento gay coinvolti in organizzazioni anti-Aids. Se persino questo tipo di omosessuale è tornato a giocarsi la vita a letto, dicono i relatori di «Achieve», dobbiamo concludere che la situazione è disperata. Un altro studio della Columbia University affermna che a New York nei prossimi dieci anni il 60% dei gay sarà sieropositivo. A San Francisco il tasso di infezione è quadruplicato negli ultimi anni: è l'Aids ormai a costituire una identità, non il campo della propria omosessualità. Se un gay esce allo scoperto, si dice, entra nell'epidemia. E tale è la situazione nonostante l'enorma spesa pubblica destinata alla prevenzione. Perché? C'è un vieto, psicologistico ridare la colpa a quel famoso desiderio di morte tipico dei gay (e dei tossici) come fosse un istinto a tratti assopito e che all'improvviso si risveglia. E uccide. Ma non sarà un tantino tautologico –dicono i gay della comunità più avanzata in America, quella del Greenwich Village– dire che i gay muoiono perché vogliono morire? CUM GRAANO SALIS di Francesco Pivetta Antiproibizionismo e proibizionismo dell'uso del profilattico all'interno della coppia gay? Un articolo comparso sull'Unità del 5 febbraio scorso e un successivo dibattito a Radio Popolare ha riproposto quesiti molto sentiti nel vissuto della coppia gay (e, perché no, anche non gay): fino a che punto fidarsi del proprio partner? In nome dell'amore si possono abbassare le difese legate all'uso del preservativo? Fin dove la contrattazione all'interno della coppia è rischiosa? Si può stabilire di fare sesso sicuro fuori della coppia e dimenticarsene a letto col partner fisso? L'articolo sull'Unità ricordava che i casi di sieropositività nella comunità gay di New York sono in aumento. L'impennata sarebbe dovuta, oltre al fatto che circa il 30% dei gay sieropositivi dichiara di non fare sistematicamente uso del preservativo negli incontri occasionali e il 38% solo saltuariamente, anche al fatto che all'interno della coppia stabile il preservativo viene dimenticato. Il dibattito a Radio Popolare ha riproposto uno schieramento forte: da una parte chi ritiene che anche in presenza di contrattazione di coppia, fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio: l'amore nell'età dell'Aids è una cosa seria e se ci si ama, non si deve aver paura di quella sottile barriera di lattice che impedisce a due corpi, eventualmente, di correre dei rischi. Dall'altra parte c'è chi, come il sottoscritto, ritiene che una coppia affidabile, capace di discutere e di contrattare, ha il diritto di fare l'amore scegliendo coscientemente i margini di sicurezza cui affidarsi. Sostenere una tesi del genere, oggi, suscita obiezioni serie e motivate: è più facile, meno contraddittorio e comunque più sicuro proporre il preservativo, sempre, attendendo la scoperta del vaccino. D'altro canto si verifica che moltissime coppie gay, anche alcune tra le più coscienziose e impegnate nella lotta all'Aids, in nome di un'affettività che distrugge paure e diffidenze, praticano sì sesso sicuro, ma solo con persone diverse dal partner fisso. Per dipanare una tale contraddizione va innanzitutto chiarito che la libertà individuale e di coppia è sacra e va garantita tanto quanto il diritto alla vita e alla salute di ogni singolo membro della coppia. In secondo luogo va ricordato che la scelta di praticare sesso "insicuro" col proprio partner è dettata da sentimenti di fondo che hanno una loro legittimità (per esempio il desiderio di fidarsi dell'altro, la voglia di ritrovare col partner un'oasi di serenità sessuale proprio perché "fuori" c'è l'Aids).È proprio l'esistenza di questa contraddizione che spinge ad essere elastici nell'ammettere più ampie possibilità di scelta e differenziati livelli di sicurezza in fatto di pratiche sessuali all'interno della coppia. Se è, dunque, sempre bene utilizzare il preservativo, abbandonarne l'uso può essere solo frutto di una lunga riflessione e di un dibattito approfondito tra partner, qualunque sia il loro stato sierologico. Parlare fa sempre bene alla coppia: approfondisce le tematiche della sicurezza, permette di capire cosa si intende per sesso sicuro, stabilisce i criteri di tradimento e di fedeltà, chiarisce il significato dell'espressione «ti amo». Dialogare significa non credere troppo presto alla promessa di fedeltà eterne: la carne è debole per tutti. È meglio confrontarsi lealmente col partner, ricordando che il rapporto do coppia è sempre prodotto di contrattazione: lo sanno bene le coppie eterosessuali quando decidono di mettere al mondo un figlio rinunciando, almeno per quella volta, al sesso sicuro. Solo chi contratta avendo questo "vissuto" di reciproco rispetto alle spalle sarà cosciente degli eventuali pericoli a cui andrà incontro, di quanto è disposto a rischiare, con chi e perché. Trasmissioni via etero GRAZIE PER LA CHIAREZZA E MI CONSENTA... di Sten 2 marzo 1995, incontro con Alleanza Nazionale Sono molto felice che il mio compito non sia quello di fare la cronista, perché a riportare le parole dette, urlate e volate quella sera mi verrebbe di nuovo la nausea. Nulla mi vieta però di dare un assaggino di quello che, secondo me, valeva la pena di vedere e sentire.... Entro nella stanza e mi trovo davanti tre bacchettoni impomatati, lustrati, impalati e palestrati. Uno spettacolo orrendo! Il più vecchio aveva anche la tinta (sui capelli visibilmente stirati) venuta male, violetta verso la nuca e decisamente bianca sulla fronte!!! Il primo, chiamiamolo Gigetto, tanto era alto 1 metro e 50 con i tacchi delle scarpe lucidissime, pizzicava la "evve" alla GiovanniAgnelli ed ha fatto sfoggio della sua enorme cultura con una serie di neologismi creati al brucio mentre disquisiva, della serie: facciamo dei distingui, facciamo un discorso metapolitico, quale movimento libertario non vogliamo il primato in nulla , ci piace la normalità (N.d.R.: al rogo chi non lo è). Il secondo, quello tinto, era il più anziano e nella vita aveva già fatto di tutto, persino stretto la mano ad un finocchio nel 1982/83 circa. Se ne è uscito spesso con frasi del tipo «noi che abbiamo vissuto il ghetto, vogliamo evitare le manifestazioni da riserva indiana».. se è possibile quindi VOI non fatevi vedere in giro di giorno che date fastidio.... Il terzo era uno spettacolo: un pappagallo allenato a ripetere pedissequamente quello che diceva Gigetto, ovviamente convinto di essere originale e coerente, stessa cravatta, stessa giacca e stessi calzini bianchi degli altri due, ma evidentemente non abituato alle uscite pubbliche, era agitato. Una qualità ulteriore ne va sottolineata, era in grado di parlare un "attimino" senza dire niente, assolutamente niente che avesse senso, tranne un'accozzaglia di avverbi... Confesso di essere rimasta un po' delusa, ogni volta che si affrontava l'argomento omosessualità, il trio riusciva a scantonare buttandosi sulle sue tradizioni cristiane, perchè, per carità, ognuno è libero di fare quello che vuole, ma se proprio vuole farlo deve sfidare le "milizie armate" dell'esercito di tradizione cristiana!! Certo che Alleanza Nazionale è un movimento libertario, loro sono uomini di libertà, ognuno è libero di fare quello che crede... ma ci sono dei distingui... chi può dirlo cos'è morale, si possono anche accettare i finocchi belli, ricchi e famosi... se poi sono di destra ci andiamo anche a cena insieme, basta che non pretendano di sposarsi, però. Ogni personaggio era caratterizzato da una serie di frasi che ripeteva in continuazione. L'anziano-tinto insisteva col cattolico-tradizionale-convinto, cha a volte diventava tradizione cristiana, o cristianesimo di tradizione... ma tradizione di chi??????? Il Gigetto aveva una particolare predilezione per la patente di legittimità, e da una parola in su: bando alle ipocrisie, non sono ipocrita... cosa ti sei messo a fare in politica! Il bamboccio universitario ripeteva tutto quello che dicevano gli altri, non aveva nulla che veramente lo caratterizzasse, tranne quel suo "attimino", con cui esordiva sempre negli interventi... che duravano ovviamente sempre degli attimini troppo lunghi! Il mio istinto materno si è risvegliato di colpo quella sera! Poverini, a loro la LIBERTÀ fa una gran paura! Solo il sentire parlare di rendere le persone veramente libere di scegliere cosa vogliono fare del loro bambino, del loro matrimonio, del proprio partner, del film che vogliono vedere, della famiglia che desiderano creare... li terrorizza!!! Perchè la regola è una sola! Mi pare che fosse quel mattacchione di Hitler a dire: la verità sono io e mi chi mi contraddice nel forno!!! Comunque viva, viva l'istituto della famiglia naturale e cristiana. Ma se ci volete votare, anche se fate un pochino schifo (Vergogna!) ci va bene lo stesso!!!!! I corsi e ricorsi storici non insegneranno mai abbastanza, tanto più che ora forse avremo anche un centro cristiano-democratico-berlusconiano e missino-popolare... secondo voi ce la faranno a deportarci tutti??? Speriamo almeno di finire in un posto di mare! Visto e considerato che stiamo girando il calderone degli esseri inferiori... ecco che compaiono le donne nella zuppa di finocchi: auguri. 8 marzo, festa della donna, di tutte le donne, di chi si sente donna, di chi non le conosce, ma ama e rispetta le donne ... per una volta viva il femminile... AUGURISSIME E MIMOSISSIME A TUTTE!!!! Dopo l'allontanamento di quattro preti, l'arcidiocesi cattolica di Washington corre ai ripari FEDELI IN PSICOTERAPIA PER DIMENTICARE IL PARROCO PEDOFILO L'arcidiocesi di Washington è in subbuglio. La scorsa settimana il cardinale Bames Hickey ha annunciato durante la messa l'allontanamento di quattro preti pedofili dal loro ufficio. Gli anziani religiosi sono in cura, la polizia ha chiesto di interrogarli. La comunità cattolica della capitale si è incontrata con Hickey ed altri prelati in una specie di psicodramma collettivo, «liberatorio» della cappa di vergogna e di colpa posata sulla diocesi l'unita 12/2/95 Nanni Riccobono WASHINGTON. Lungo una sorta di autostrada che attraversa il piccolo centro di Suitland, sobborgo della capitale, nel Maryland, ci sono almeno dieci chiese. Guglie alte, campanili, edifici lustri e moderni dei metodisti, battisti, episcopali. La chiesa cattolica di S. Bernardino da Siena è più defilata, sta in una stradina secondaria. Ed è più «chiesa» delle altre. Ma la gente, schiacciante maggioranza nera, non la conosce. Se chiedi un'indicazione allargano le braccia. Eppure alle sette di sera nel rettorato è attesa una piccola folla di parrocchiani Liberi di urlare È previsto uno psicodramma collettivo, su regia dell'arcivescovo di Washington, per «liberare» i fedeli della rabbia verso il loro dolce, simpatico parroco. Padre Smith, allontanato dall'ufficio la scorsa settimana insieme ad altri tre colleghi, è in cura lì di fronte in un brutto palazzone, l'ospedale di St. Luke. È un molestatore di adolescenti. Nel corso degli anni '70 ha abusato a lungo di un chierichetto: gli chiedeva masturbazione e sesso orale, lo teneva con se mentre guardava dei filmini porno, lo «offriva» ai preti in visita. In cambio, gli allungava un po' di spiccioli sottratti alla questua, gli dava dei lavoretti da fare doposcuola. Ora l'arcivescovato gli sta facendo sputare la verità anche su di un altro ragazzino, che si è sottratto all'abuso quotidiano solo l'anno scorso. «Niente stampa all'incontro: i fedeli devono essere liberi di piangere, di urlare, di accusare»: è il diktat del responsabile per le pubbliche relazioni, monsignor Lori. Il reverendo Robert P. Buchmeier, il nuovo parroco che ha appena sostituito padre Smith, invece accetta di parlare. Anche se non proprio volentieri: ci riceve come un boccone che ha preso la via sbagliata. Però esibisce la disponibilità con la stampa che è la parola d'ordine del vescovo Hickey: «out of the closet», «fuori lo scheletro dall'armadio». È importante, la sua diocesi: il primo insediamento di preti cattolici in questa zona risale al 1613. Oggi ci sono 400mila cattolici, di cui il 20 per cento è nero. Padre Buchmeier, sulla quarantina, nega e rinnega che molta parte del problema molestie per i preti cattolici sia costituito dalla condizione del celibato obbligatorio. I dati della ricerca scientifica in proposito, elaborati nell'ospedale lì di fronte, li interpreta a modo suo: l'80% dei molestatori è sposato, dice. Quindi che c'entra il celibato? Obiezione: l'80% della popolazione adulta americana è sposata; dunque è un dato che dal punto di vista statistico non conta proprio un bel nulla. Le statistiche dicono invece che tra i preti pedofili la stragrande maggioranza è cattolica. Ma padre Buchmeier non ci crede. È pronto a seguire l'ordine del suo vescovo senza ammettere niente: che ci sono casi, tanti, in tutte le diocesi americane, di abusi e molestie. «Link up», l'organizzazione delle vittime dei religiosi, ci sta lavorando insieme ai vescovi e ai prelati più coraggiosi e responsabili. Negli Usa è appena passata una legge che obbliga i capi religiosi a riferire alla polizia degli abusi compiuti dai subordinati e viceversa. Ne è un precursore il vescovo di New York, O Connor, che tempo fa, senza troppe cure riabilitative, acciuffò un prete molestatore e lo consegnò dritto alla polizia. Non è ragionevole pensare che il celibato abbia un nesso col problema degli abusi? Il reverendo Buchmeier dice di no, che non è vero, che non c'entra niente. È un regalo di Dio, una condizione di vita: gli abusatori sono deviati; se un prete non è deviato, non abusa. Che nella letterature, nella storia e nell'immaginario collettivo ci siano tanti preti la cui attività sessuale non può definirsi deviata per niente, dal momento che coinvolgeva l'altro sesso in età adulta, consenziente e no, a padre Buchmeier non interessa: «Non sarà certo giusto dire che i papi sono cattivi solo perché Giulio II lo è stato!», dice. Cure psichiatriche Non è altrettanto adamantino padre Canice Conner, neuropsichiatra della St. Luke. Ha in cura, tra gli altri, i quattro preti allontanati dal servizio divino. È titolare di una ricerca durata dieci anni sulle cause degli abusi. E spara subito che il tasso di pedofilia tra i preti cattolici è tale e quale quello presente in tutte le organizzazioni religiose e civili che hanno a che fare con i ragazzini. I boy scout, ad esempio, sono pieni di pedofili, dice. Però aggiunge che ci sono die tipi di devianza. Quella che cerca i bambini, anche piccolissimi: generalmente chi ne soffre è sposato. Il matrimonio è la sua copertura, è una persona spesso consapevole del problema sin dalla giovanissima età. Il problema non riguarda il prete cattolico. Poi c'è il pedofilo che abusa degli adolescenti. «Sono persone fondamentalmente immature - afferma padre Conner - emozionalmente non superano l'adolescenza, hanno paura degli adulti. Generalmente la pedofilia si manifesta verso i 20 anni e loro si spaventano. Ecco, tra questi ci sono quelli che si fanno preti perché l'abito religioso li riconosce adulti senza che loro lo siano. Fanno un contratto con Dio, vogliono essere in salvo da se stessi, ma raramente ci riescono. Sa, il momento più importante della terapia è quando ammettono le loro azioni. E non è facile arrivare a quel punto». Anche padre Smith ha negato? «Nega ancora e poi ammette, poi di nuovo dice che non è vero...ma di questo io non devo e non posso parlare». Il comunicato dell'arcivescovato dice che i quattro preti pedofili non torneranno mai più ad un ufficio che prevede il contatto con i giovani. E che lo screening fatto ai preti è durissimo, quattro anni di colloqui, interviste e test prima di guadagnarsi l'incarico. «Solo ora però - afferma padre Conner - è stato inserito nello screening anche un'analisi neurologica in grado di rilevare una certa anomalia cerebrale che può essere causa di un tipo di pedofilia. Ma devo ammetterlo, non è la pedofilia che riguarda i casi tra gli ecclesiastici». ACCUSATO DI ESSERE GAY IL VESCOVO SI FA MONACO corriere della sera 1/2/95 LONDRA - Un vescovo anglicano, che era stato pubblicamente additato come omosessuale, ha deciso di dimettersi e di farsi frate. Due mesi fa, durante una riunione del sinodo anglicano, militanti dell'associazione per i diritti civili dei gay «OutRage» avevano esposto dei cartelli con i nomi dei sei prelati presunti omosessuali. Fra questi c'era anche Timothy Bavin, 59 anni, vescovo di Portsmouth, il quale pur negando che la sua decisione abbia qualcosa a che fare con l'iniziativa di «OutRage», ammette che quella manifestazione lo ha profondamente ferito. Il vescovo smentisce anche di aver subito pressioni da parte dei suoi superiori e sostiene che la sua è una decisione lungamente meditata e discussa con l'arcivescovo di Canterbury molto prima della denuncia di «OutRage». Le dimissioni sono previste per settembre. «Dopo trenta anni da vescovo è arrivato il momento di rinunciare alle mie responsabilità - ha detto il vescovo - . Credo che potrò servire meglio Dio e la Chiesa nell'ambito di una comunità religiosa». Il vescovo Bavin entrerà come novizio nell'ordine anglicano del Buon pastore, nell'abbazia di Alton. Nel convento vivono solo sette religiosi. Thomas Economus, fondatore dell'associazione delle vittime «CINQUEMILA CASI IN SOLI 5 ANNI» Cinquemila casi registrati in cinque anni. Almeno 11.000 quelli ipotizzabili. Il 90 per cento degli abusi sessuali commessi negli Usa da religiosi è opera di preti cattolici. «The Link Up» è un'organizzazione che raccoglie le vittime delle molestie, assistendole psicologicamente. È stata fondata a Chicago da Thomas Economus, anche lui in passato vittima di attenzioni particolari in chiesa. Sotto accusa il celibato forzato. «Un abuso ti segna per sempre» l'unità 12/2/95 WASHINGTON. «The Link Up» è l'organizzazione delle vittime di abusi sessuali perpetrati da religiosi. L'ha fondata alcuni anni fa Thomas Economus a Chicago. Raccoglie le testimonianze degli ex parrocchiani, li sostiene, li appoggia con équipe di psicologi ed esperti. Quando si sentono pronti alla denuncia, coinvolgono i responsabili religiosi della comunità in cui il fatto è avvenuto. È quello che hanno fatto con l'ex chierichetto molestato dal parroco della chiesa di S. Bernardine. Ne parliamo con Tom Economus, a sua volta vittima di un abuso. Quella di Washington è l'unica diocesi che sta collaborando con «Link Up»? No, siamo in contatto con altre 22 diocesi e da agosto ad oggi abbiamo registrato altri 59 casi di preti cattolici pedofili. Che peso ha sui dati complessivi degli abusi dei preti, la confessione cattolica romana? Il 90 per cento degli abusi sessuali commessi da religiosi riguarda preti cattolici. Parlo naturalmente dei dati raccolti da noi sul territorio nazionale. Non mi risulta però che ci siano elaborazioni fatte da altre strutture. Secondo lei l'obbligo al celibato dei preti cattolici ha un peso? Non ho opinioni personali. La nostra équipe di esperti, in contatto diretto con le diocesi, afferma di sì. Dicono che quella particolare confessione offre una «copertura» più adeguata ai molestatori. Quanti casi avete registrato negli ultimi anni? Solo nell'84, 800 persone in America e in Canada si sono rivolte a noi. Negli ultimi cinque anni le vittime sono 5000. Ma proiettando questo dato si calcola che negli Usa ci siano state in quel periodo più di 11 mila vittime. Questi numeri riguardano abusi fatti da preti di tutte le religioni, ma come ho detto prima, in maggioranza cattolici. In particolare la percentuale di pedofili tra il clero cattolico americano è calcolata tra il 6 e il 10 per cento della popolazione totale. Come funziona la terapia? Gli abusati recuperano una sessualità normale? Non possiamo ancora dirlo, i tempi della terapia sono lunghi. Quello che so, perché lo sperimento sulla mia pelle, è che un abuso subito a lungo resta con te per tutta la vita. Condiziona le tue scelte, perfino quelle professionali, figuriamoci sentimentali e sessuali. C'è una tendenza delle vittime a diventare omosessuali definitivamente dopo questa esperienza? Non in modo preponderante, però sì, molti finiscono per diventare omosessuali e diversi psicologi dicono che probabilmente quello non sarebbe stato il loro percorso naturale. Resta senz'altro una grande confusione nelle vittime, una sorta di buco nella propria identità sessuale che va colmato a poco a poco. C'è una tipologia delle vittime come c'è quella del molestatore? L'unico dato in comune è la vulnerabilità. Fisica: i preti scelgono i ragazzini un po' gracili, quasi femminili. E psicologica. I religiosi pedofili sembrano avere le antenne per individuare la fragilità delle vittime. C'è anche un dato sociale, come sembra esserci nel caso della vittima di padre Smith a Washington? Il ragazzino era stato «attirato» in sacrestia dai soldi, dall'offerta di lavoro. Era povero? No, non è così. Può accadere che il pedofilo usi la fragilità data dalla condizione sociale ma non è la regola. Anche perché la fragilità psicologica è invece più presente tra i giovani della classe media che non tra i veri e propri poveri. Molestava i ragazzini «È UN PEDOFILO» Cacciato dal rifugio il pentito di mafia la stampa 11/2/95 BELLUNO. Pentito di mafia ma anche pedofilo: per il vizio di importunare i ragazzini Piergiorgio Pantano, che collabora con la magistratura per svelare i retroscena degli omicidi di Cosa Nostra, ha dovuto essere trasferito da Belluno, dove doveva crearsi una situazione di anonimato. A rendere ingombrante la sua presenza sono state le numerose denunce per molestie, atti di libidine e violenza privata presentate in momenti diversi dai genitori di numerosi ragazzi che l'uomo avrebbe avvicinato nei giardini pubblici e all'uscita delle scuole. Denunce che la polizia ha inoltrato alla Procura. In un caso Pantano - che nega tutto - avrebbe addirittura seguito un ragazzo che aveva visto all'interno di un bus. Tre suoi fratelli sono stati uccisi a Catania in agguati mafiosi legati a una faida che negli Anni 80 insanguinò la città siciliana. grazie a.... AL ROGO, AL ROGO! di Simona Pace Siamo nel 1982, a luglio più precisamente. Un incendio ha da poco distrutto la sede del giornale "Gay Community News" di Boston, proprio nei giorni in cui la redazione celebra i dieci anni di attività. Queste sono le parole dell'editore Cindy Patton durante la conferenza stampa: «Il dipartimento dei vigili del fuoco non ha definito con esattezza la causa dell'incendio, ma noi crediamo sia di origine dolosa. Negli ultimi mesi, mentre la polizia teneva sotto costante controllo i bar gay, aumentavano per le strade le aggressioni nei confronti di omosessuali. Noi riteniamo, purtroppo, che tutto ciò sia sintomo di un preoccupante clima di omofobia, razzismo e sessismo». Oltre alla sede redazionale, le fiamme hanno divorato l'archivio che conteneva molte riviste ormai rare. La notizia dell'incendio si è diffusa molto velocemente, ma non perché sia stata trasmessa per radio o televisione, semplicemente un vigile del fuoco, gay, ha sentito l'allarme e ha iniziato un giro di telefonate. Il disastro è avvenuto in pieno centro, quando le fiamme sono state domate, moltissime persone si sono fermate ad offrire il loro aiuto. Tre pubblicazioni hanno immediatamente proposto degli spazi gratuiti al "Gay Community News", alcuni locali gay hanno inviato somme di denaro. Nessuno dei redattori ha messo indubbio, neanche per una attimo, che il giornale dovesse continuare ad esistere, la preoccupazione era trovare dei nuovi uffici, dei nuovi macchinari: l'energia già c'era. Dopo pochissimo tempo il giornale riprendeva regolarmente le pubblicazioni. Persone con due palle così, questi redattori: nessun media, nessuna personalità governativa ha dedicato la benché minima attenzione a quanto era accaduto, eppure essi hanno immediatamente formato un fronte unico di collaborazione e di lotta per non far morire la loro voce. Credo che questo episodio possa insegnare un sacco di cose, anche se non tutte belle, e le parole di Cindy Patton mi sembrano davvero esemplificative: i vigili del fuoco non sembrano particolarmente ansiosi di trovare i colpevoli, la polizia controlla i locali gay e se ne frega delle aggressioni subite dagli omosessuali, quasi fossero cittadini di serie B. E poi veniamo al punto veramente importante: l'omofobia crescente, gli episodi di intolleranza, razzismo e sessismo. Un motivetto tutt'altro che allegro che è di nuovo la colonna sonora di questi tempi e che offre, purtroppo, picchi di vertiginosa intensità: "Omofobia" titola un articolo del Manifesto, commentando l'operato di Famiglia Domani, la trans bolognese Francesca Conti è stata completamente sfigurata, l'autorità del Parlamento Europeo di Strasburgo, che dovrebbe essere la sintesi e l'apice delle decisioni politiche, vacilla sotto i colpi delle forze reazionarie. Il "Gay Community News" è bruciato, la gente si è tirata su le maniche e ha ripreso esattamente da dove aveva lasciato, con rinnovata voglia di fare e con la consapevolezza di dover difendere delle posizioni guadagnate a fatica in precedenza. E questa è la stessa energia che dovremmo mettere noi tutti nel contrastare le redivive alleanze trono-altare, i rigurgiti (nel senso di vomiti) di storia che questi ultimi tempi ci hanno offerto. La Storia non torna mai indietro, dicono i saggi nascondendo la testa nella sabbia, e allora tutto questo cos'è, una lacerazione spazio-temporale o il remake di un vecchio film? «È meglio poter scegliere» dice qualcuno dalle sue tre televisioni, dalla sua radio, dai suoi giornali, dai megaposter 6(8 (che lo snelliscono e nascondono i rotolini del lifting) appesi in giro per la città. Scegliere tra cosa? Tra quelli che mi vogliono bruciare e quelli che vorrebbero ripristinare i lager? Sono passati tredici anni dall'incendio del "Gay Community News" e da allora qualche passo avanti ci sembrava di averlo fatto: più tolleranza, più rispetto, più disponibilità... Tante belle parole che riempiono la bocca e basta: è cambiata la forma, ma la sostanza non tanto, non si bruciano più le streghe, ma gli extracomunitari, gli omosesuali e chiunque possa rientrare nella grande categoria dei diversi. Leggendo l'episodio di Boston ho pensato che una cosa del genere potrebbe benissimo succedere anche qui da noi, per esempio proprio a InformaGay, visto che siamo sufficientemente conosciuti da poter essere odiati. A Boston sono praticamente rinati dalle proprie ceneri, noi saremmo in grado di fare lo stesso? Le rivelazioni in un'intervista televisiva. L'anno scorso aveva ammesso la propria omosessualità partecipando alle olimpiadi gay. LA SFIDA PIÙ DURA DI GREG IL PRODIGIO la stampa 24/2/95 Gian Paolo Ormezzano La notizia è stata masticata ieri da tanti con stupore e dolore. Greg Louganis, statunitense di 35 anni, il più grande tuffatore di ogni tempo, ha l'Aids. Facile spiegare stupore e dolore: lo sport è canonicamente il posto della grande salute e il male tremendo che colpisce l sportivo celebre, appare contrappasso particolarmente triste, empio, blasfemo.E poi lui, Greg, è stato atleta e uomo dolcissimo, amatissimo. Sinora il grande sport aveva registrato solo due casi simili davvero di portata mondiale, entrambi riguardanti atleti Usa di colore, uno affetto da Aids, l'altro da sieropositività: quello del tennista Arthur Ashe, vittima di una trasfusione e morto a 49 anni nel febbraio del 1993, quello del cestista Magic Johnson, che ha annunciato a fine 1991 di avere contratto il virus Hiv e che, lasciato lo sport da sieropositivo, gode di discreta salute ed ha una vita assai attiva. Morti anche, lo scorso anno, due atleti grossi ma meno celebri, il cestista statunitense Chad Kinch, 35 anni, l'età di Louganis, e il pattinatore britannico John Curry, 44 anni, medaglia d'oro a Innsbruck nel 1976. In Italia era stato bisbigliato il nome di Graziano Mancinelli, medaglia d'oro nell'equitazione nel 1972, deceduto a 55 anni nel 1992. Ci sono nella lista atleti, specie statunitensi, forti ma non universali, c'è un buon arbitro brasiliano di calcio, Dos Santos, omosessuale detto Margarida, morto pochi giorni fa a 40 anni. Si deve ricordare che Louganis (dichiaratosi gay l'anno scorso, anche per porre fine alle voci sui suoi costumi sessuali, in occasione delle olimpiadi del mondo gay tenute a New York) saltando dal trampolino di tre metri ai giochi olimpici di Seul, nel nono degli undici tuffi eliminatori, in caduta dopo una piroetta aveva picchiato la testa sull'asse elastico di legno. Era uscito dall'acqua con i suoi mezzi, gli erano stati dati cinque punti alla testa. Lui era già sieropositivo: lo sapeva da qualche mese, ne aveva parlato col suo allenatore, con il quale teneva rapporti decisamente affettuosi, e con il suo medico personale, con loro era rimasto d'accordo di tacere. E non parlò neppure con il medico che gli cucì la ferita, mentre i tuffi proseguivano nella vasca dove si era sparso un po' del suo sangue (contagio possibile?), e dove poi lui avrebbe finito la competizione da vincitore. La vicenda umana di Greg Louganis era già ricca e pesante, ora siamo al dramma. Nato il 29 gennaio 1960 a El Cajon, presso San Diego, California, da genitori quindicenni, lui originario delle isole Samoa, lei del Nord Europa, lo avevano abbandonato in fasce, era stato adottato all'età di otto mesi da due coniugi di origine europea, Frances e Peter, che gli avevano dato il loro cognome (conservato per affetto e riconoscenza anche quando il ragazzo, già campione famoso, alle Hawaii aveva incontrato una persona che verosimilmente era suo padre). A 4 anni il bambino era già in piscina e frequentava una scuola di ballo. A 12 eccelleva pure nella ginnastica. I genitori adottivi erano stati sensibilissimi nell'individuare subito le grandi passioni della sua vita, nel fargliele scoprire, nell'assecondarle. A soli 16 anni Greg era già medaglia d'argento olimpica nei tuffi dalla piattaforma, ai giochi di Montreal 1976, dietro al nostro Klaus Dibiasi. Dopo lo stop olimpico di Mosca 1980, boicottata dagli atleti Usa, cominciavano i suoi trionfi che lo portavano a 5 ori bissando unico al mondo nella stessa olimpiade il titolo dal trampolino e dalla piattaforma di dieci metri. Alle conferenze stampa si presentava con anelli vistosi, monili ai polsi e sul petto, i capelli precocemente grigi tinti di rosso forte. Gli chiedevano esplicitamente se era gay, non rispondeva oppure diceva che erano fatti suoi, e che comunque gli piaceva vedere le facce stupite di quelli che lo vedevano con una ragazza. Nel 1989 venne in Italia per Canale 5, la trasmissione si intitolava Odiens, lui si limitò a passi di danza con la Cuccarini e a dichiarare che voleva un futuro cinematografico o teatrale di attore brillante, non solo di ballerino. Raccolse grosso successo di simpatia. Fece sapere che la sua determinazione nasceva dalla malattia che lo aveva handicappato da bambini, la dislessia, con gravi difficoltà di lettura, vinta con tanta forza di volontà. Così qualcuno aveva ricordato che l'anno prima ai giochi di Seul, aveva comunque trionfato, aveva davvero la testa dura, più dura del trampolino. Ora si aspetta di vedere il resto della sua vita, sperando che la morte non arrivi troppo in fretta. Lui ha ormai lasciato indietro la sieropositività, ha l'Aids. Il mondo dello sport sta per perdere un atleta che di se stesso era riuscito a dire: «Sì, io sono gay, ma gay significa anche, in buon inglese, felice. E io sono felice». Il campione era già sieropositivo nell'88, quando si ferì battendo il capo contro il trampolino SANGUE INFETTO SULLA MEDAGLIA OLIMPICA Louganis, il re dei tuffi, confessa: «Ho l'Aids» la stampa, 24/2/95 Franco Pantarelli NEW YORK. Un altro atleta americano con l'Aids, Greg Louganis, campione di tuffi e vincitore di cinque medaglie d'oro alle Olimpiadi del 1984 e 1988. Greg Louganis, che l'anno scorso dichiarò pubblicamente la sua omosessualità partecipando ai «Gay Games» di New York. Di essere Hiv-positivo lo sapeva da tempo, ha raccontato in un'intervista con la famosa giornalista televisiva Barbara Walters che sarà trasmessa questa sera dalla Abc. Sin da sei mesi prima delle Olimpiadi di Seul del 1988. Aveva saputo che un suo ex compagno era morto di Aids, si era sottoposto all'esame del sangue e l'esito era stato quello che temeva. Di comune accordo con il suo allenatore, Ron O'Brien, decise di non dire nulla («Il mondo dello sport lo avrebbe trasformato in un paria», dice O'Brien, anche lui intervistato dalla Abc) e partì per la Corea del Sud, dove avrebbe vinto altre due medaglie. Ma ci fu un incidente che per un momento sembrò mettere in pericolo quel risultato: durante le qualificazioni battè la testa contro il trampolino. Ora si scopre che quell'incidente poteva averne altre di conseguenze. Nella sua intervista a Barbara Walters, Louganis racconta di essere stato terrorizzato dall'idea di perdere sangue. «Quando caddi in acqua dopo il colpo non sapevo se stavo sanguinando o no. Nel dubbio misi una mano nel punto dove avevo battuto e uscii al più presto dalla piscina». Poi, quando constatò che sì, stava perdendo sangue, si sentì paralizzato dall'idea che potesse avere infettato l'acqua della piscina, mettendo a rischio gli altri atleti. «Sapevo che c'era solo una vaga possibilità perché di solito quando ci si ferisce in testa passa un po', almeno un minuto, prima di cominciare a perdere sangue. Poi pensai che comunque le eventuali poche gocce si sarebbero diluite fino a diventare inoffensive, tanto più che l'acqua era piena di cloro». Conclusione: non disse nulla a nessuno, neanche al medico che dopo l'incidente gli applicò i punti di sutura e che se avesse saputo delle condizioni di Louganis avrebbe certamente usato dei guanti protettivi. «Me lo ha detto solo un anno fa - ha raccontato ieri quel medico, James Puffer - ma credo che nessuno possa criticare Greg per aver mantenuto il segreto». Comunque, ha aggiunto il dottor Puffer, quando lo ha saputo si è sottoposto anche lui all'esame ad ha constatato di non essere Hiv-positivo. Ora ha deciso di raccontare tutto, ha spiegato Louganis, perché nonostante il trattamento a base di At cui si è sottoposto, la malattia ha compiuto il «passo». Lui adesso non è più soltanto un sieropositivo, è un malato di Aids e sa di avere i giorni contati. Raccontando la sua storia, spera che il nuovo clamore che questo ulteriore caso è destinato a suscitare (ieri tutti i giornali americani lo riportavano con grande evidenza) possa servire a premere perché si faccia di più contro questo male. Questo era anche lo scopo degli organizzatori dei «Gay Games» dell'anno scorso a New York, e lui cercò di dare una mano con la sua pubblica confessione di omosessualità, che contribuì a fare notizia. Nella cerimonia di apertura pronunciò una formula semplicissima: «Come campione olimpico e come gay, vi do il mio benvenuto» la rubrica del carabiniere SOLIDARIETA' E CAMERATISMO del Carbiniere Misterioso Ciao Ragazzi! Sto cominciando a sentirmi molto affezionato a questo appuntamento mensile. Mi è stata lasciata molta libertà nel condurre questa rubrica e io ne voglio approfittare per parlarvi un poco del mio mondo, del mio lavoro. Voglio raccontare a voi che non la conoscete una realtà strana, diversa da quella che propone la società civile non militarizzata, anche molto dura e difficile da comprendere per chi non la vive. Siamo carabinieri, la prima arma dell'esercito italiano, uomini diversi l'uno dall'altro come lo sono tutte le persone, ma uniti da una serie di esperienze comuni che agli occhi della gente ci fanno sembrare un'unica cosa (noi non abbiamo un nome, siamo il carabiniere oppure il brigadiere o ancora il capitano dei carabinieri. Ricordate il nome di qualche capitano? Certo non dimenticherete mai il commissario Cattani, Maigret..., ma se si parla di un capitano, potrà essere solo "il capitano dei carabinieri"). Siamo accomunati, dicevo, da esperienze che fin dal giorno dell'arruolamento cominciano a segnare la nostra vita e, in un modo o nell'altro, a farci maturare fino a diventare uomini. La maggior parte di noi si è arruolata volontariamente tra i 17 e i 21 anni, in età di leva; si sostituisce con l'impegno nell'arma il servizio militare che, come tutti sanno, è una dannazione, una perdita di tempo e di soldi soprattutto per chi in famiglia ha una situazione finanziaria precaria. Alcuni si arruolano per convinzione, perché si sentono portati a fare un lavoro che permette loro di emergere, di trovare un posto di rilievo nella società, un lavoro che dà la possibilità di sentirsi utili e importanti. Quasi tutti gli altri, diversamente, si arruolano per scappare dalla disoccupazione, specialmente al sud dove la società impone di scegliere da che parte stare, nella legalità oppure nell'illegalità, nel lavoro onesto che viene sempre più a mancare o in quello disonesto che non manca mai. Riuscire a farsi arruolare nei carabinieri è una fortuna perché è un buon lavoro, sicuro e ben retribuito, che permette alla maggior parte di noi, che è meridionale, di allontanarsi da un ambiente bellissimo ma privo di prospettive, malfamato, purtroppo anche mafioso. Ahimè! solo dopo ci accorgiamo di dover fare i conti con una vita molto dura, diversa da quella che ci aspettavamo. Troppo presto, e quindi impreparati, siamo costretti a gestire una vita indipendente, sia dal punto di vista economico sia da quello della libertà di azione, senza più il controllo della famiglia dalla quale avremmo potuto imparare a gestire queste libertà. Le nostre famiglie vengono sostituite dalla gerarchia militare, dura e severa, che dovrebbe tenere a freno le esuberanze di noi giovani o che lo siamo stati, ma nella maggior parte dei casi riesce solo a renderci ancora più scalpitanti ed irrequieti. Difficili da gestire, se non attraverso una ferrea disciplina, siamo anche controllati in tutto: le amicizie, gli amori, il nostro rapporto col denaro. Noi non riusciamo a capire che è necessaria questa severità e ci arrabbiamo. La disciplina militare porta degli scompensi nell'equilibrio di una persona: non c'è certezza, non c'è ragione, non c'è libertà di espressione, esistono solo il grado e l'ordine. Se la persona che ti comanda ha il dono della sensibilità allora sei un carabiniere fortunato, altrimenti sei frustrato e irascibile. Qualche volta il malumore traspare dalle nostre azioni, consapevoli del potere che abbiamo, ma siamo troppo giovani per essere capaci di gestirlo (qualcuno non impara mai), ci lasciamo andare ad atteggiamenti di prepotenza che inducono il cittadino a sentirsi offeso e che fanno malissimo all'immagine dell'arma dei carabinieri. Non siate troppo severi nel giudicare chi tra di noi si è comportato o si comporterà male; probabilmente non è capace di agire diversamente, non ha la serenità nè la capacità di essere un modello per il cittadino. Dicono che siamo razzisti, indifferenti e cattivi nei confronti dei diversi, e in parte è vero. Questo succede perché nessuno ci ha insegnato la solidarietà nè ci ha mostrato cos'è, qualcuno di noi forse pensa che la solidarietà e il cameratismo siano la stessa cosa. Vi garantisco che è difficile per chi quotidianamente combatte contro una delinquenza formata prevalentemente da "diversi" (drogati, extracomunitari, malati di Aids), dalla quale si deve difendere a volte anche senza avere i mezzi per poterlo fare (ad esempio non abbiamo la possibilità di adottare nessun tipo di prevenzione contro le malattie), è difficile, dicevo, in questa situazione avere la serenità per accettare i principi della solidarietà. Ci proviamo, qualcuno di noi ci prova, ma sarà difficile riuscirci se l'esempio non viene dall'alto, dalle istituzioni, da chi ha il dovere di essere una guida. Servirebbe, per esempio, un'associazione alla quale rivolgerci quando abbiamo bisogno di farci aiutare, per chiedere un consiglio o semplicemente per poter parlare con qualcuno che ci capisce e che ci è vicino, invece non abbiamo neanche il diritto di avere un sindacato. Devo introdurre, prima che finisca lo spazio che mi è concesso, un argomento che prende spunto da una telefonata giunta in sede. Ha chiamato un signore molto agitato e spaventato: dice di essere omosessuale e di avere una famiglia, moglie e figli, alla quale non vuole rivelare la sua situazione. Ci ha raccontato di essere stato ricattato in un cinema a luci rosse, dove cercava compagnia, da un sedicente poliziotto che minacciava di portarlo in questura dove sarebbe stato denunciato. Per evitare questo chiedeva £ 100.000 che il nostro amico prontamente consegnava per poi scapparsene terrorizzato. Premesso che non credo al ricattatore poliziotto, devo dire che anche se fosse vero non potrebbe portare in caserma proprio nessuno, a mano che sia stato commesso un reato. Sappiamo tutti che anche in un cinema a luci rosse siamo in un luogo pubblico dove valgono tutte le leggi inerenti agli atti osceni in luogo pubblico. Perciò, se non volete rischiare un arresto, andate pure nei cinema a battere, ma se volete fare del sesso, dovete uscire dal cinema. Voglio anche dire al nostro amico che non ha il coraggio di denunciare l'accaduto alla polizia, dove comunque esiste il diritto alla riservatezza, che se vuole può venire da noi in sede a raccontarci nei particolari quello che è successo. Se ci sono le condizioni possiamo presentarla noi la denuncia evitando il suo coinvolgimento. L'importante è non farsi mettere i piedi in testa, se dovesse capitare un'altra volta, piuttosto che consegnare i soldi, sarebbe meglio scappare subito oppure si potrebbe chiedere aiuto al personale del cinema. Bisogna fare di tutto per non cedere al ricatto pur di far cesare questa attività disonesta che probabilmente coinvolge anche altre persone. Bisogna aver coraggio per se stessi e per gli altri. Vi saluto e vi invito a far valere sempre le vostre ragioni. Ciao dal Carabiniere Misterioso Usa, attraverso modifiche delle cellule cerebrali NATI IN LABORATORIO MOSCERINI "GAY" repubblica 15/2/95 NEW YORK - Le controverse teorie sull'origine genetica dell'omosessualità hanno avuto una nuova, altrettanto controversa conferma in laboratorio dove scienziati dell'università di New York e dell'ateneo elvetico di Friburgo hanno ottenuto moscerini della frutta «bisessuali e femminilizzati» attraverso modifiche delle cellule di due regioni cerebrali nelle quali risiederebbero gli orientamenti sessuali. Il risultato, annunciato sull'ultimo numero della rivista «Science», si collega idealmente con le ricerche del neurologo Simon Le Vay (che sostenne che omosessuali ed eterosessuali presentano differenze strutturali nell'ipotalamo) e con quelle di Dean Hamer del «National Institute of Health» (che si dice convinto di aver trovato prove di collegamenti genetici che predispongono all'omosessualità). L'équipe universitaria di New York e Friburgo ha ottenuto i suoi risultati servendosi di una nuova tecnica per far nascere i moscerini «Drosophila melanogaster» con le alterazioni genetiche desiderate. In particolare, producendo alterazioni nei lobi antennali o nei corpi fungosi collegati - entrambi predisposti al riconoscimento dei segnali olfattivi sessuali - si sono ottenuti moscerini maschi capaci di corteggiare altri moscerini maschi o femmine con la stessa avidità nei confronti dei rappresentanti dello stesso sesso. Si presume che la cosa venga provocata dall'alterazione della capacità di discriminare i feromoni sessuali essenziali nella selezione del compagno per l'accoppiamento. I ricercatori americani e svizzeri si dimostrano assai soddisfatti dei risultati raggiunti in laboratorio. Secondo il loro giudizio, lo studio potrà ora permettere di leggere in una nuova ottica «aspetti fondamentali delle relazioni fra i generi, delle strutture cerebrali e del comportamento sessuale anche in organismi più complessi». La tv austriaca rinnega il film sulle stravaganze della principessa-leggenda NON INFANGATE IL MITO DI SISSI La Stampa 10/2/95 BONN. Il cuore degli austriaci non l'avrebbe sopportato e così la televisione di stato Orf ha deciso di non partecipare alla coproduzione austro-tedesco che voleva dare un nuovo volto alla bellissima Sissi. Lei lesbica e Francesco Giuseppe affetto da demenza senile? Un affronto per gli ex sudditi degli Asburgo. Cancellare il volto dolce della bellissima Romy Schneider, che di Sissi ha fatto un'eroina per una versione riveduta della moglie di Francesco Giuseppe? Un sacrilegio. Il nuovo direttore della Orf, Gerhard Zeiler, fresco di nomina, ha mandato a Monaco di Baviera una lettera per scindere il contratto: la tv austriaca, hanno così saputo gli attoniti bavaresi, non si sarebbe prestata a «distruggere un monumento nazionale». Che idea bislacca e malvagia sostituire il «dolce cliché dei vecchi film di Sissi con l'immagine di una principessa di Wittelsbach infelice, che piange sul fallimento della sua vita». Dalla fiorente e allegra fanciulla bavarese, di cui Romy Schneider imitava alla perfezione anche il dolce accento, a un'imperatrice amareggiata con inclinazioni erotiche stravaganti? Una Sissi (che in realtà si firmava «Sisi») che non si ha da fare, ha sentenziato l'Orf. La decisione ha suscitato soprattutto ilarità in Germania. I giornali bavaresi insistono con pedanteria che se proprio si vuole parlare di Sissi come «monumento nazionale», allora deve essere il monumento nazionale bavarese. Non è forse vero che l'imperatrice d'Austria, e anche la bella Romy nel ciclo del regista Ernst Mariscka, si strugge di nostalgia per i boschi e le montagne della natia Baviera? Non è forse vero che Sissi, a Schoenbrunn, è infelice e vittima della tirannica zia Sophie? Bernd Fischerauer, autore e regista del nuovo ciclo di Sissi, ora finanziato dalla televisione bavarese e dal gruppo Kirch, non capisce: «Sapevano fin dall'inizio che non volevo fare una replica dei film di Marischka». La serie in cinque puntate di due ore ognuna vuole presentare una Sissi «non romanzata e romantica, ma basata sulle attuali conoscenze storiche». E se Sissi aveva qualche debole per il suo sesso, o se Francesco Giuseppe raggiunse la veneranda età di 86 anni, questi sono solo elementi della realtà. Dopo tutto di Sissi si conosce anche il debole per il cugino di Ludovico II di Baviera, che la chiamava «colombella» e veniva ricambiato con l'epiteto «aquila». Una volta quando lei era già da tempo imperatrice le baciò la mano con tale passione che zia Sofia, dice Sissi, «mi chiese se la mano l'avevo ancora». l'antifashion TÉ, MERLETTI E REVOLVER di Andrea Curti martedì 7 dicembre ore non lo so perché non ho più l'orologio. Di fondo non è straordinariamente piacevole sentirsi dire «brutto frocio, ricchione di merda, io quelli come te tutti li ucciderei»; tendenzialmente credo che la frase sia una delle massime espressioni di intolleranza civile che si possano sentire ed è certo poco gradevole anche per quanto riguarda i sentimenti tuoi che vengono in un certo senso, come dire, feriti. Ma, senza ombra di dubbio, è ancora meno piacevole se te lo dicono puntandoti una pistola alla tempia. Ecco, in questa situazione, quella che avevo definita un'espressione di «intolleranza» direi che può tranquillamente essere vista come almeno una prepotenza. O forse no?. Forse così funziona il mondo? Ammetto di non essere molto certo di sapere se sono più incazzato perchè mi ha preso la radio e cinquantamila lire o se perché, in un certo senso me lo sono voluto da solo, andandomelo a cercare. Ma poi, in fondo, dico: non c'è scritto da nessuna parte che qualcuno debba andare al Valentino facendo finta di battere per poi estrarre una pistola dalla tasca e puntartela alla tempia. Almeno, mi pare. Ammetto anche che allora preferisco le checche che ci vanno a fare salotto, al Valentino, se proprio devo scegliere, tra una pistola in fronte e un tè e merletti preferisco tè e merletti. Forse dovrei andare a denunciare l'accaduto, non so se funziona così in questo caso e non so nemmeno se gliene frega qualcosa a qualcuno ma la domanda che mi sorge spontanea è: che dico? Mi sento una di quelle donne violentate che hanno vergogna di dirlo. Ma forse dovrei solo andare dal Signor brigadiere Taldeitali a dirgli: «vede, io stavo pensando di caricare qualcuno giusto così per fare un po' di sesso, sa com'è, è un casino che non ne faccio perché era un bel po' che non andavo in quei posti. Tra l'altro era anche molto fighetto questo ragazzino. Vede, brigadiere, proprio uno di quelli che piacciono a me. Ha presente? Occhi scuri, capelli scuri, non tanto alto, fisico asciutto, una vaga espressione da truzzetto. Un po' marchetta, per intenderci. Si figuri che gli ho persino detto che se per caso voleva dei soldi non mi interessava. Dio, dovrei imparare a fidarmi del mio sesto senso che mi diceva che c'era qualcosa che non andava. Perchè vede, io credo che ognuno di noi abbia un sesto senso. È solo questione di dargli ascolto o meno. Lei non crede brigadiere? Non ci crede a queste cose? Poi sa, mi ha fatto tante domande, quel giovane, mi ha parlato dei suoi problemi familiari, del fatto che viveva da solo perché i suoi genitori non avevano accettato che lui fosse omosessuale. Uh poverino, quanta pena mi ha fatto. Sa, brigadiere, tra me e me dicevo: "questa povera creatura non è fortunata come me, io almeno ho un posto dove so che i miei ci sono sempre". Lei, brigadiere, non pensa che sia un problema terribile quello dei ragazzi omosessuali non accettati dalle famiglie? Una vera tragedia sociale. Certo, dovevo non fidarmi di lui quando mi ha detto che ero fortunato perché a casa sua —dove noi stavamo andando— aveva anche della cocaina ed io avrei potuto servirmene. Ma sa, cosa vuole, brigadiere, ognuno faccia un po' quello che gli pare. Io comunque gliel'ho detto che non erano cose che mi interessavano e che non mi andava nemmeno se anche solo lui si faceva di coca. Si dice così, vero, agente? Farsi di coca, vero?. Sa, lo dicono sempre nei telefilm, quelli americani, soprattutto. Comunque, per farla breve, appena parcheggiato —e stava anche tentando di farmi parcheggiare in un posto assurdo— è sceso dalla macchina e mi ha puntato addosso st'affare di metallo che aveva tutte le sembianze di una pistola. Ma sa, io nei telefilm non faccio mai molta attenzione alle armi e così non ho potuto nemmeno stabilirne il calibro. Comunque, fatto sta che io, appena l'ha tirata fuori, mi sono messo a ridere perché era un po' scuro e mi sembrava proprio una pistola ad acqua. Ho anche detto "toh, che bizzarro, gira con una pistola ad acqua a dicembre". Si vede, brigadiere, che questa mia risatina gli ha dato leggermente sui nervi perché me la ha puntata alla tempia e lì ho realizzato che perlomeno non era fatta di plastica, la pistola, ma proprio di metallo. E poi avesse sentito, brigadiere, che volgarità che ha detto. Era davvero villano quest'anima in pena. Ha fatto tutta 'sta fastidiosa messa in scena che lui i froci e i ricchioni (lei crede che ci sia differenza, brigadiere?, no, sa, perché io non l'ho mica capita questa) li ucciderebbe tutti, così come farebbero sicuramente i suoi amici e per giunta sempre con 'sta cosa alla mia tempia. Guardi, brigadiere è stato davvero imbarazzante. Poi mi ha anche detto "e che cazzo, sei frocio e non porti nemmeno una collana?" quando mi ha messo una mano nel collo della maglia. Ma, vede, brigadiere, io non porto mai le catenine perché mi danno un po' fastidio, così come i braccialetti. Comunque, mi ha preso l'orologio, non che valesse molto, certo, però per me aveva un grande valore affettivo e poi mi piaceva tanto. Ma, sa, brigadiere, non costerà mica più di cinquantamila lire. Le sembra il caso che me l'abbia preso? Certo, questo ragazzo non era nemmeno un po' gentile, tant'è vero che mi ha gettato ovunque sparso nella macchina il contenuto del mio portadocumenti e lei, brigadiere, non ha idea di quanta roba ci tengo io nel portadocumenti. No, perché io non uso il portafogli e tra l'altro i soldi li tengo sempre in tasca. Che sfiga, avevo dietro con me cinquantamila lire e io non ho mai tanti soldi dietro. Vabbè, brigadiere, che ci posso fare? È successo così. Come dice? Che visto che sono frocio potevo almeno gridare? Anche con la pistola alla tempia? Ma sa, brigadiere, io l'avrei anche fatto, ma era tardi, notte, dico, non le sarebbe sembrato un gesto estremamente cafone?». CINEMA Film prepotente ed efficace che affronta il tema difficile dell'omosessualità fra i religiosi I DOLORI DEL GIOVANE GREGG, PRETE GAY La regista inglese Antonia Bird riapre discorsi scabrosi: il ruolo sociale della Chiesa e la sofferenza del celibato corriere della sera 21/2/95 di Maurizio Porro Eccezion fatta per il geniale Bunuel, che giocava su più tavoli, il sacerdozio al cinema ha prodotto molti film intensamente spirituali, monache martiri, prelati votati al venir mento della fede, in lotta continua tra il proprio Io e il proprio Dio: i questo senso Bresson e Bergman hanno fatto miracoli. Ora una giovane regista post thatcheriana, Antonia Bird, con Il prete, acclamato a Berlino, riapre contemporaneamente due discorsi scottanti: il ruolo sociale della Chiesa e la sofferenza del celibato. Il tutto vissuto in quel di Liverpool, patria dell'autrice e contadina operaia che, dimenticati i Beatles, è oggi la più indipendente e rabbiosa di un'Inghilterra il cui peccato mortale è ancora l'intolleranza (specie nei riguardi dell'omosessualità, che si pratica ma non si dice). Raccontando i dolori del giovane Gregg, prete cattolico gay compagno di messa di padre Matthew, che vive more uxorio con la governante e diffonde la voce della giustizia in un povero quartiere, la regista raccoglie complessi e amplessi di varia natura. Nel gioco delle parti c'è che, come Gregg, è convinto che il Male sia dentro di noi e si esprima a letto; chi, come Matthew, pensa invece che la società sia la vera causa delle ingiustizie che la Chiesa dovrebbe combattere. Il primo, che vorrebbe stare in un dramma di Bernanos (ma col permesso di andare in palestra), ha la Fede ma non la Certezza e soffre per non poter rivelare un caso d'incesto a causa del segreto confessionale. Indi si fa travolgere da un amore omosessuale e si fa scoprire in atto (quasi) osceno in luogo pubblico: ci scappa anche un mezzo suicidio. Il secondo, che ci riporta tra i volti straordinari del cinema di Ken Loach, è sicuro che l'uomo sia marxianamente quello che produce e perciò, sgradito al vescovo, combatte ogni intolleranza. Protegge e riabilita Gregg, ufficialmente nel momento della Comunione, mentre la ragazza violentata dal padre troverà la forza di piangere e abbracciarlo: tra umiliati e offesi ci s'intende. Finale gotico, con il dolly della cinepresa che sale in alto, verso l'altare. Dio in qualche modo vede e provvede: prova ne sia che l'incazzatura del giovane sacerdote col Crocefisso produce i suoi effetti nel miracolo del montaggio alternato. E Linus Roache con la sua bella faccia nevrotica e sensibile è di un'intensità speciale, mentre Tom Wilkinson, il curato laburista che gli fa da padre, è di millimetrale precisione psicosomatica: entrambi sopportano benissimo il primo piano e le scenografie umane sono tra le più vere viste di recente al cinema. Da che parte stia la regista è facile a scoprirsi: quando Gregg bacia il ragazzo la cinepresa grida il suo consenso con un piano sequenza che non ammette dubbi. Il film, con qualche rozzezza per buon peso (c'è anche il karaoke), è prepotente, efficace, di buonissime intenzioni morali quando ripete, e ce n'è bisogno, che nessuno può scagliare la prima pietra. La presenza di un amplesso gay tenero ma non metaforico e una sbirciata nell'inferno incestuoso, potrebbero indurre qualcuno nella tentazione di gridare allo scandalo; ma ci farebbe la figuraccia che fa nel film il fedele che alla fine si allontana, tronfio nella sua ipocrisia. Il prete è invece un racconto ben impaginato, da cui il peccato personale combatte quello sociale ad armi pari, giacché siamo tutti eguali nel peccato. L'autrice insiste sulla reciproca comprensione che porta diritto alla tolleranza e al perdono: pare che in Inghilterra ce ne sia più bisogno che altrove (le gerarchie ecclesiastiche hanno messo i bastoni tra le ruote). Grazie alla buona sceneggiatura di Mc Govern, tutto ciò diventa anche occasione di alcune battute in cui si nominano insieme e invano Iglesias e Giovanni XXIII. Il sacerdote critica la regista del film uscito in questi giorni: non conosce la vita "CURATO GAY, CHE DELUSIONE" Don Mazzi stronca "Il prete": banali anche i nudi "Il vero problema non è stato affrontato Certe scene sono da vecchio catechismo" corriere della sera 20/2/95 di Maurizio Porro MILANO - Siamo in zona scandalo. Arriva nelle sale "Il prete", il film sui preti e le tentazioni del sesso che, partito dal Festival di Berlino, è probabile trovi da noi il Paese "ideale" dello scandalo, anche per la presenza di alcune scene d'amore gay esplicite e di una sbirciatina nell'inferno incestuoso di una famiglia. Come pensa anche l'autrice, una giovane di Liverpool combattente per la tolleranza: "Non credo che il Vaticano gradirà". Chissà che il Papa prenda la curiosità di vederlo. Intanto Don Antonio Mazzi, uno dei pochi volti umani della domenica televisiva, ha già visto il film, che presenta senza giri di parole o di immagini un curato gay, un altro in more uxorio e altri peccati di varia umanità sullo sfondo di un quartiere operaio della cittadina che fu patria dei Beatles. Gli articoli negativi apparsi sabato sull'Avvenire l'hanno in parte già accontentata. E ora don Antonio gli dà un colpo al cuore, attaccandolo su tutti i fronti: con cordialità, ma senza sconti. Uno scandalo annunciato? Risposta: «Guardi, io non protesto per le scene d'amore omosessuale, che anzi mi sembrano rispettare certi limiti, dico solo che non sono centrati i problemi, è qui che il film è un fallimento. E lo dico a ragion veduta, come un prete che ogni giorno combatte contro molte difficoltà». Cosa non funziona nelle cose dello spirito? «E' probabile che la regista sia giovane, inesperta delle cose teologiche e un po' anche di quelle della vita. Il protagonista, il pastore gay, predica bene e razzola male. Non perché sia omosessuale, non è questo il vero problema, ma perché crede di avere il diritto d'essere perdonato quando invece egli stesso non perdona gli altri. E mi lasci dire che c'è troppa carne al fuoco, e non al punto giusto di cottura: di quattro preti presenti nel racconto, non mi riconosco in nessuno». Eppure il film invita alla tolleranza e parla dei problemi sociali, dei peccati personali e di quelli collettivi. Non sono temi attuali? «Attualissimi, eterni forse. Ma in quanto ai peccati personali sono poco sentiti, poco sofferti. Il protagonista, che come attore, me lo lasci dire, ha una faccia da pesce fritto, va con un ragazzo come potrebbe andrà con una prostituta, ma poi si sente in diritto di reclamare ufficialmente il perdono anche con qualche battutaccia ad effetto: questo è un concetto spurio in teologia». Ma la buona fede? «Forse le intenzioni. In sostanza l'autrice pecca per leggerezza, pur trovando l'accento giusto in due scene strappalacrime: l'irato dialogo del prete col Crocefisso, da cui rozzamente scaturisce una specie di miracolo; la sequenza finale dell'abbraccio in Chiesa. Ma, come dire, non ci sono mai i toni giusti, la sensibilità e la leggerezza richieste dalla situazione. Riguardo alla società, c'è il prete che va su e giù per i corridoi a predicare la giustizia, ma sono chiacchiere fate sulla pelle dei poveri, più da assistenti sociali che da religiosi, non fanno parte di un dibattito. La scena delle confessioni? Roba da vecchio catechismo. "Il prete" è in realtà un tentativo sbilanciato di affermare troppe verità con poca esperienza. Vuol mettere un film come «Dio ha bisogno degli uomini»? Mi pare resti il migliore sull'argomento, a parte l'opera omnia di Bergman". Cosa il film non dice? «Non parla mai del vero problema del prete, di quello che io sento in modo particolare: come amare tutti insieme e con la stessa intensità? Come essere disponibile verso il mondo intero, quando si reclamerebbe comprensione ogni tanto anche per se stessi? C'è in questo film un alto tasso di superficialità: come se io volessi correre i 100 metri senza la preparazione. Non mi formalizzo per qualche nudo, ma la regista va fuori tema. Non tocca mai il vero bersaglio, non parla di come fare a darsi agli altri: alla fine non mi commuove, e questo è un peccato». PADRE MOSTRO CHE SEI NEI CLERI di Roby Dranischi Se improvvisamente in una ingrigita diocesi di provincia piombasse un pretonzolo giovane, bello e atletico come padre Gregg, alcuni sacramenti che non hanno mai avuto indici di gradimento molto alti come la confessione subirebbero un'improvvisata impennata e le noiose omelie in fatiscenti chiesette di paese si trasformerebbero in appuntamenti imperdibili con tifo da stadio. Bel faccino innocente e adattissimo alla parte, checché ne dica Don Mazzi (inspiegabile la clamorosa decisione anticommerciale di farlo apparire di spalle sui manifesti pubblicitari) questo sconosciuto attore dal nome fumettistico —si chiama Linus— ci regala una equilibrata interpretazione, pur avendo un ruolo estremamente complesso. La regista inglese pecca forse nel voler trattare troppe tematiche e non da poco, rischiando così di non approfondire sufficientemente il profilo psicologico dei personaggi: dall'omosessualità del protagonista (ma anche l'eterosessualità del prelato anticonformista Matthew) vissuta in contrasto con i rigidi dettami della Chiesa, all'impegno morale di non rivelare il segreto della confessione davanti a realtà scabrose come l'incesto di un padre nei confronti della figlia epilettica. I drammi sorgono quando vengono alla luce tutte le inevitabili contraddizioni di situazioni così contrastanti sempre taciute dietro il paravento di una verità inappellabile che trasuda dalle parole divine. La Bird offre inoltre un preciso spaccato della condizione proletaria di una realtà suburbana inglese dove regna il malcontento e una generale disaffezione verso l'autorità cattolica. Lo sguardo è volto verso una società corale nella sua povertà e semplicità, dove le occasioni di fare baldoria rimangono i ritrovi al pub e le scanzonate feste in occasione dei funerali. La forza del film sta sicuramente nel piglio rabbioso di uno stile tipico del nuovo cinema britannico che mette a nudo senza eccessivi formalismi problemi cruciali di un popolo in crisi ma voglioso di cambiamenti. Un altro pregio è indubbiamente la capacità di stemperare momenti cruciali del film con battute sarcastiche molto azzeccate come la risposta di padre Gregg all'amico della palestra che lo va a trovare in ospedale denigrandolo per il fatto di essere gay: "Facevamo pure la doccia insieme!.." "Mi spiace ma non mi hai mai fatto eccitare..." o lo scambio di insulti in latino col prete di campagnia inorridito, tra l'altro, mentre ascolta la simulazione di un amplesso tra padre Gregg e l'amico sacerdote Matthew. La pellicola non poteva non suscitare scalpore nella culla del cattolicesimo soprattutto per aver affrontato la scottante questione della sessualità dei sacerdoti; visto che tale religione nega la possibilità di avere una vita sessuale etero, figurarsi una gay! Eppure l'omosessualità nella Chiesa è presente in abbondanza: quanti uomini e donne in un recente passato (ma anche adesso) sono diventati preti e suore anche per inibire una sessualità non accettata dalla società e perchè impossibilitati ad avere una famiglia? Il caro don Mazzi sembre inoltre vedere solo arroganza ed egoismo nella scelta di padre Gregg: perchè privare i servitori di Dio del diritto d'amare e quindi di una fondamentale componente dell'individuo, predicando poi che solo l'uomo che si realizza completando una sua integrità morale ha la speranza di varcare le porte del cielo? Ahimè, qui la Chiesa ha posizioni sempre ferree e piuttosto di mettersi in discussione spesso preferisce insabbiare il tutto... E' già comunque una conquista che se ne parli e il fatto che questi messaggi possano arrivare lontano tramite il grande schermo è rimarchevole e positivo. Il festival di Berlino, dove è stato presentato "Il prete", è sempre stato un ossevatorio privilegiato di tematiche gay e lesbiche: quest'anno ricordiamo i film inglesi Postcards From America di Steve Mac Lean presentato al Forum, Butterfly Kiss, una "Thelma e Louise" versione sadomaso con una bravissima e anoressica Amanda Plummer, e infine la romantica storia lesbica di When Night is Falling della canadese Patricia Rozema in cui viene ulteriormente marcato il fatto che i preti e i cattolici in generale sono il prototipo del frustrato sessuale.... Gay e nazismo TRAGEDIA DIMENTICATA DEI TRIANGOLI ROSA Internamento e morte per migliaia di persone. Cinquant'anni dopo Auschwitz, lo ricordano in pochi Manifesto gio 2/2/95 Gianni Rossi Barilli Anche in questo cinquantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, lo sterminio degli omosessuali nei campi nazisti è quasi completamente dimenticato. Non c'è alta autorità morale, laica o non, che lo segnali all'attenzione dei mezzi di comunicazione, confermando una rimozione che dura da mezzo secolo. Quanti furono gli omosessuali rinchiusi nei campi di concentramento, con un triangolo rosa sulle casacche da prigionieri come distintivo? Il numero totale, spiega Rüdiger Lautmann in un dettagliato saggio sull'argomento «non sarà mai stabilito con esattezza, perché la documentazione sul loro conto fu tenuta in modo troppo impreciso». Lautmann, sulla base di dati frammentari, avanza comunque delle stime e conclude che «il numero totale di prigionieri ufficialmente definiti omosessuali detenuti nei campi di concentramento dovrebbe essere di circa 10 mila (ma potrebbe essere un qualsiasi numero tra un minimo di 5 mila e un massimo di 15 mila)». Altre stime parlano però di cifre ben più consistenti. L'offensiva dei nazisti contro gli omosessuali inizia molto prima dell'ascesa al potere di Hitler e tocca un picco simbolico alcuni mesi prima del fatidico 30 gennaio 1933, con la devastazione a Berlino dell'Istituto per le scienze sessuali fondato da Magnus Hirschfeld. Un rituale rogo di libri mette la parola fine alla «prima ondata» del movimento gay, che nei primi trent'anni del secolo era riuscito a creare in Germania una vasta e tenace campagna per l'abolizione del paragrafo 175 del codice penale, che puniva i rapporti omosessuali tra adulti consenzienti. Lo stesso paragrafo 175 costituisce la principale base giuridica per le persecuzioni naziste dopo l'instaurazione del Terzo Reich. Rinchiusi nei campi «Nell'autunno del 1933 - riferisce Lautmann - omosessuali e sfruttatori di prostitute arrivarono nel campo di concentramento di Fuhlsbüttel come nuova categoria di prigionieri». È il primo atto della deportazione, alimentata da continue retate negli «ambienti omosessuali», intensificate dopo il regolamento di conti interno al partito nazista del giugno 1934, quando i vertici delle Sa vengono annientati e l'omosessualità di alcuni dei loro capi, a cominciare da Ernst Röhm, viene usata come ulteriore giustificazione per la sanguinosa «notte dei lunghi coltelli». Heinrich Himmler, capo delle Ss, coltivava un odio ossessivo nei confronti dell'omosessualità. Massimo Consoli, in Homocaust, riporta il testo di un discorso segreto tenuto da Himmler nel 1937 ai suoi più diretti collaboratori. «Il 7 oppure l'8 o addirittura il 10% degli uomini - dice il Reichsführer delle Ss - sono omosessuali. E se la situazione non cambia, il nostro popolo sarà annientato da questa malattia contagiosa». Segue una collezione di luoghi comuni sulle caratteristiche degli omosessuali (la vigliaccheria innanzitutto) e uno scontato delirio sulle necessità demografiche del popolo tedesco. Non tutti i «gay», però, finivano in campo di concentramento. Sempre nel 1937, lo stesso Himmler stabilisce che non si possa imprigionare «un attore o un artista sulla base del vizio innaturale» senza un suo ordine esplicito. «Una misura della quale - commenta Lautmann - molti eminenti artisti di teatro trassero vantaggio». Il trattamento dei detenuti omosessuali nei lager era spesso particolarmente duro. Sono documentati «normali» atti di sadismo da parte delle Ss, come i pestaggi a morte, nonché regole di vita «speciali», destinate ad impedire che i detenuti ricadessero nel loro «vizio». Il che ovviamente implicava controlli ferrei e continui del comportamento dei singoli. Ciononostante, lamenta il comandante di Auschwitz Rudolf Höss nelle sue memorie, «alla minima occasione erano subito uno nelle braccia dell'altro e, anche se fisicamente erano ormai malridotti, perseveravano nel loro vizio». Le «cure» naziste Le pedagogiche attenzioni di nazisti non tralasciano naturalmente tentativi di «curare» l'omosessualità con i metodi dello sperimentalismo terapeutico tipico di alcuni campi di sterminio. Che non di rado si concludono con la morte dei pazienti. Un'altra questione importante riguarda il rango degli uomini con il triangolo rosa rispetto ad altre categorie di prigionieri. Si sa che spesso occupavano il livello più basso nella complessa gerarchia sociale interna ai campi e non è del resto difficile immaginarlo se si pensa che il pregiudizio antiomosessuale era diffuso in larghissimi strati della popolazione e si riverberava necessariamente anche nel regime di segregazione. Ciò induce a pensare che la maggior parte degli omosessuali finiti nei lager non sia sopravvissuta, sebbene nei loro confronti non esistesse un progetto di annientamento «scientifico» quanto quello relativo agli ebrei. La condanna morale dell'omosessualità è sopravvissuta al nazismo, anche se i metodi di repressione si sono fatti sempre meno crudeli e sono oggi infinitamente meno pesanti che in passato. Ma la rimozione dello sterminio, almeno ai massimi livelli di ufficialità, è rimasta intatta. Non si può poi dimenticare che l'omosessualità è stata talvolta usata come argomento polemico per denigrare gli stessi persecutori nazisti. Avremo un centesimo anniversario migliore? La campagna televisiva voluta dalla Federcalcio GAY, SPOT & CALCIO "QUELLA PUBBLICITÀ OFFENDE NOI OMOSEX" la repubblica, 22/2/95 di Maria Stella Conte ROMA - I gay l'hanno presa malissimo. Quell'uomo che per fare pubblicità al calcio, dagli schermi tv gioca sul filo dei doppi sensi, per loro è ortica. Il brandello di «un volgare dialogo da bar dove, al lodevole intento antiviolenza, si risponde con un trito leit motiv crasso e razzista». E a niente vale che la Saatchi & Saatchi, che ha curato per la Federcalcio gli spot pubblicitari - e che vanta un passato di importanti campagne sociali da «Greenpeace» a «Medici senza frontiere» ad «Amnesty» - sventoli la sua buona fede. Per l'Arcigay l'affronto resta. Eccolo: primo piano di un tifoso, capelli neri e ricci, baffi; dice: «Con gli amici ci troviamo tutti insieme, tutti uomini, sono momenti di grande passione, d'amore quasi, a volte capita che ci abbracciamo. Oh! ma che hai capito, a me le donne mi piacciono, allo stadio vado con gli amici». Fine. Lettura di Franco Grillini, presidente dell'Arcigay: «È come dire: ehi tu! bada bene che non sono mica frocio io, io sono uno normale... È il vecchio stereotipo che viene riproposto, in forma di pubblicità, alle otto di sera davanti a milioni di telespettatori e che fa leva sugli schemi omofobi e razzisti che velano in generale la nostra società e i particolare il calcio dove il 99 per cento della tifoseria è maschile. Il regno del virilismo, del machismo e del maschilismo che esclude le donne e qualsiasi altra relazione che non sia quella della complicità tra uomini». Racconta, Grillini, di essere stato tempestato da decine di telefonate di protesta per quei venti secondi di pubblicità mandati in onda lunedì scorso, poco prima del Tg2 delle 19,45. Persino la mamma gli ha telefonato. Persino sua sorella si è risentita. Esagerato? «Altro che - risponde Stefano Palombi direttore creativo della Saatchi & Saatchi di Roma che ha curato la campagna pubblicitaria - Francamente non so se essere più sbalordito o dispiaciuto. Capisco che i diritti degli omosessuali siano poco rispettati, ma questa volta hanno davvero sbagliato. La nostra è una serie di 12 spot, tutti imperniati sul gioco del doppio senso per cui alla fine si capisce che si sta parlando di amore per il calcio. Forse se li avessero visti tutti, si sarebbero resi conto che non c'era nulla, ma proprio nulla di offensivo. E a prova della nostra buona fede, offro la mia disponibilità a girare gratuitamente una campagna pubblicitaria a favore dei gay». Per lui che ha un passato tutto a sinistra, per lui che ha inventato il simbolo della Pantera come emblema del movimento studentesco degli anni Ottanta, questo attacco di Grillini è un po' una beffa. «Non vorrei - dice - che la ricerca di spazi da rivendicare si trasformasse per gli omosessuali nel tentativo di sfruttare qualsiasi finestra, qualsiasi pretesto. Perché questo li indebolirebbe, anziché rafforzarli. Gli farebbe perdere credibilità. E nella loro protesta contro i nostri spot avverto la stessa aggressività, la stessa violenza da maschio arrabbiato che si trova su certi volantini che incitano alla "caccia al negro", alla caccia ai "diversi"...». Chi non appare sbigottita più di tanto, invece, è la Federcalcio. Che si dichiara comunque convinta della bontà degli spot voluti dal presidente Antonio Matarrese. «Certo - dicono alla Federazione - ci rammarichiamo sempre quando qualcuno resta deluso da una nostra iniziativa, ma non si può sempre soddisfare tutti». Resta la promessa di Palombi. E Grillini che dice: «Lo prendo in parola: lo sfido a fare una pubblicità contro i pregiudizi verso le minoranze». Pace, almeno per ora, è fatta. la stampa, 10/2/95 Un gruppo di lettori ci scrive: «Siamo i dirigenti, l'allenatore e le calciatrici dell'A.C.F. Pecetto, squadra di calcio femminile. Intendiamo contestare le conclusioni a cui si è giunti in molti commenti dei giornali sullo scioglimento della squadra femminile del Brescia. Riteniamo che l'omosessualità riguardi un po' tutti gli sport di squadra, maschile e femminile, dove la vita di spogliatoio può favorire gli approcci. Nella nostra società, che esiste da 15 anni e che conta oggi 24 tesserate Figc, tale problema è stato affrontato sempre con senso di responsabilità e con il rispetto dovuto alle persone. Si è ottenuto che il problema restasse fuori dal campo e dallo spogliatoio, non emarginando nessuno, ma rinunciando anche a buone calciatrici, se non rispettavano certe regole di comportamento. Attualmente siamo terzi in classifica nel campionato regionale di serie C; nello spogliatoio c'è impegno e allegria, sportività e rispetto reciproco. L'impegno dei dirigenti, dell'allenatore e delle ragazze, negli anni, ha creato un ambiente serio e piacevole nel quale l'inserimento di giovani leve, amanti dello sport, riteniamo sia cosa del tutto auspicabile. Sappiamo che anche altre società di calcio femminile piemontese affrontano con intelligenza e responsabilità il problema. Ci sembrava quindi doveroso rimetterlo sotto una giusta e più obiettiva luce. Ci auguriamo poi che i giornali dedichino spazio anche alle cose buone del calcio femminile e non solo a quelle che fanno scandalo, come è successo ultimamente». «Tom non è gay» parola di Cruise il Giornale 4/2/95 NEW YORK. Tom Cruise, indignato, ha costretto il noto settimanale americano Mc Call a pubblicare una rettifica ufficiale e a scusarsi con grande rilievo tipografico per una articolo nel quale faceva capire che il bello di Hollywood è omosessuale. A quanto rivela il quotidiano Usa today la portavoce di Cruise, Pat Kingsley, ha condotto il negoziato con il settimanale costringendolo alla smentita della notizia che viene definita «una voce senza fondamento». A scatenare il can-can era stato un articolo a firma Dannis Stuart secondo il quale per ammissione di un «noto critico cinematografico», la potente agenzia Creative Artist Agency - della cui scuderia fanno parte oltre a Tom buona parte dei migliori attori americani - aveva addirittura convinto Nicole Kidman a sposare Cruise «per mettere a tacere la questione delle tendenze» dell'attore. Secondo l'articolo di Stuart, la Caa aveva addirittura promesso a Nicole di farne una stella del cinema in cambio della sua collaborazione. Il tono della smentita imposto dalla Kingsley è reciso: Mc Call è costretto ad ammettere «di non essere a conoscenza di alcuna prova del fatto che il signor Cruise sia impotente od omosessuale o che la signora Kidman non sia latro che un'attrice di alta professionalità, nonché del fatto che si siano sposati per nessun altro motivo se non per reciproco amore e rispetto» L'OROSCOPO di Mirtha ARIETE Questo mese si impone un certo self control! La vostra impetuosità potrebbe salire alle stelle tanto da giocarvi qualche brutto scherzo e ritardare il coronamento dei vostri progetti. La vita mondana risulterà molto intensa e avrete la possibilità di conoscere gente interessante. Un viaggio vi farà unire l'utile al dilettevole, ma abbiate maggior riguardo per voi stessi, vi state strapazzando un po' troppo. TORO Circostanze favorevoli per gli affari e la professione. Ottime relazioni in campo lavorativo: persone influenti potranno aiutarvi e forse anche per questo vi sentirete attratti da persone più vecchie di voi o investite di una qualche autorità. Fate però attenzione a non rovinare tutto con la vostra irritabilità, specialmente con i parenti più stretti. Evitate i luoghi umidi, i vostri reumatismi ve ne saranno grati. GEMELLI Questo mese vedrete il mondo attraverso la lente rosa dell'amore e non solo per la vostra natura baraccona, ma perché sarete davvero presi solamente dall'amore. Anche i luoghi di studio e di lavoro, solitamente grigi e severi, potranno essere vivacizzati dalla vostra iperbolica immaginazione. Buone prospettive finanziarie se conducete un'attività in proprio, qualunque essa sia. La salute è buona, ma andrebbe decisamente meglio se fumaste un po' meno. CANCRO Soffia un buon vento per quanto riguarda lavoro e carriera: approfittatene per cercare contatti con chi potrebbe esservi d'aiuto (vedete di non darla/o alle persone sbagliate...). Personalizzate la vostra attività. Dovrete cercare di trovare dentro di voi la serenità che spesso vi manca nei rapporti sentimentali: sarete coinvolti in situazioni complicate e a volte dolorose (cosa dite? qualcuno di voi l'aveva già capito?). Per fortuna un colpo di fulmine risolverà a molti qualsiasi problema sentimentale! LEONE Cercate di evitare discussioni ed intolleranze con il partner, perché la convivenza avrà bisogno di armonia e comprensione reciproca: potrebbero verificarsi brutte sorprese. In campo economico siate cauti nell'accettare proposte finanziarie (e non solo) da gente conosciuta da poco, se prima non avete verificato la loro solidità. Se potete, evitate di prestare denaro perché rischiereste di spendere tutte le vostre energie nel vano tentativo di riaverlo indietro. La tensione nervosa sta salendo, fate qualche bagno caldo ed usate essenza di sandalo. VERGINE Nella sfera del lavoro il periodo si prevede tranquillo e rilassato: buone prospettive per un nuovo ed interessante compito che valorizzerà le vostre qualità, permettendovi anche di incrementare finalmente le vostre finanze. Periodo invece un po' critico per i rapporti di coppia: i problemi si accentueranno con l'insorgere di una certa instabilità nei sentimenti ed un rifiuto verso ogni sorta di legame sentimentale. Evitate i cibi piccanti. BILANCIA Questo mese ci saranno incomprensioni nel campo del lavoro e il mio consiglio è di fare attenzione a qualche collega invidiosa. Per chi è ancora a zonzo alla disperata ricerca di un lavoro, ci saranno buone probabilità di trovare un'occupazione, anche se potrà non essere quello che voi desiderate. Clima sentimentale particolarmente sereno e soddisfacente soprattutto per chi è già felicemente "accoppiato". SCORPIONE Un'ottima disposizione planetaria vi porterà occasioni di disimpegnate avventure e saranno soddisfacenti anche i rapporti con familiari e parenti; alcuni vostri consigli verranno apprezzati e seguiti. Sarete probabilmente infastiditi dal ritardo nel recupero di un credito, ma sarà sufficiente pazientare ancora un po'. Sul fronte carriera l'orizzonte si sta rischiarando. Le emicranie sono un po' troppo frequenti, regolate l'alimentazione SAGITTARIO Sarà il mese del perdono e dell'amicizia: vecchi rancori potranno essere messi da parte o dimenticati del tutto. Questo clima di reciproca comprensione e serenità si estenderà anche ai rapporti coi vostri familiari e potrà tornarvi utile anche in campo professionale. Ultimamente vi siete presi una quantità industriale di raffreddori: ricordatevi che questa è la stagione giusta per fare una bella cura ricostituente. CAPRICORNO Periodo di sicuro benessere in campo economico a cui contribuiranno anche coloro che normalmente dividono la vita con voi. Si consiglia di evitare qualsiasi screzio almeno fino alla fine del mese per non rovinare l'armonia. Questo mese verrà favorito che si occupa di pubbliche relazioni o di lavori che implicano il contatto con la gente. Periodo gratificante anche nei rapporti personali. Facilità negli spostamenti lavorativi. ACQUARIO Sarà un mese che vi vedrà sulla cresta dell'onda, avrete un gran successo con chi desiderate sedurre e avrete gratificanti possibilità di guadagno e di impegno proficuo. Fate però attenzione a non scherzare col fuoco e a non rovinare ciò a cui veramente tenete, perché qualcuno di voi sarà attratto dall'idea di vivere due storie parallele. Consiglio una bella passeggiata in montagna per scaricare la tensione nervosa. PESCI Mese di mutamenti e novità nel campo professionale (magari vi cambiano la scrivania!). Gli incontri fatti in questo mese saranno fortunati e destinati ad avere un seguito per molti nativi del segno. Non cercate di far sfoggio della vostra intelligenza per affascinare la persona che vi ha colpito: puntate sulle evidenti affinità di gusti e sull'attrazione fisica! Evitate i superalcolici. Grandi polemiche nella cittadina dopo la rissa dello scandalo «LESBICHE? NO, SOLO AMICIZIA». M. E G. DIVIDONO LICATA unità 9/2/95 di Ruggero Farkas LICATA. «Mio padre ha sbagliato, avrei voluto andarmene da casa ma sarebbe stata un'ammissione di colpe che non ho». Nel negozio di coiffeur dove lavora, M., 17 anni, pronuncia poche parole e nega quello di cui tutto il paese chiacchiera e legge sui giornali. Nega che lei e G., 24 anni, avessero una relazione. Nega di essere stata scoperta in auto con la sua amica e che per questo suo padre sia andato a casa di G. per mettere un punto a quell'amicizia che non gli piaceva. Dice: «Ha sbagliato ad aggredire G. Ma l'ha fatto per motivi nostri che non posso dire. E basta». Licata torna a spaccarsi, a interrogarsi, a guardarsi allo specchio per vedere se è vero che qualcosa nel rapporto tra genitori e figli, tra amici e amiche, tra antico e moderno, non va, se è giusto che due amiche per la pelle debbano essere disturbate da genitori che non la pensano come loro. G. ed M. giocavano nella stessa squadra di pallamano, la «Guidotto», prima in serie A2. Quest'anno G. è rimasta sola perché M. non ha avuto il permesso del padre per continuare gli allenamenti. Le loro compagne di squadre fanno quadrato attorno a quell'amicizia. «Tutte - dicono - proteggevamo M. perché aveva una situazione familiare difficile e violenta. G. le era particolarmente vicina. Certo vivere in questo paese non è facile. Poi dopo il libro di Lara Cardella appena accade un fatto come questo tutti ci puntano gli occhi addosso. Ed è peggio». Anche G. nega. Ed è infuriata dopo che il padre di M. l'ha mandata in ospedale con una prognosi di dieci giorni: «Non c'è mai stato più di un'amicizia tra noi. La colpa è tutta di quell'uomo, è un b...Ha problemi in famiglia e se la prende con sua figlia. E poi io ed M. non ci frequentavamo più come prima. Una volta stavamo sempre insieme, lei è una brava ragazza, ma è vittima di suo padre. Tutte quelle cose che sono finite sui giornali le ha dette lui. La colpa è solo sua. Ci penserà il mio avvocato». Il padre di M. fa il meccanico. Quello di G. è un pensionato, lavorava in un'azienda tessile. Nessuno di loro vuole parlare di questa storia, di cui invece parla tutto il paese. Cosa ne pensano a Licata dell'amicizia tra due ragazze, delle interferenze e delle botte delle famiglie, delle denunce e controquerele, dell'attenzione del mondo dell'informazione a queste notizie che vengono trattate velocemente e superficialmente dando al pubblico impressioni che non sempre sono vere? Il presidente della squadra di pallamano Armando Tabona: «Sono uscito per diversi anni con un ragazzo. Eravamo amici per la pelle, stavamo quasi sempre insieme, ma non per questo eravamo gay. Le ragazze della squadra si conoscono bene, sono insieme da dieci anni. Quest'anno M. è andata via per problemi familiari di cui non voglio discutere. Ma in questa storia c'è qualcuno che ha messo zizzania, che non ha avuto abbastanza fiducia e che non sa proprio che cosa sia l'amicizia». Il sindaco di Licata, il progressista Ernesto Licata: «Penso che spesso chi racconta queste storie parte da qualche sospetto per arrivare a realtà che non hanno fondamento. Ho sentito lo sfogo di una persona che mi ha detto che si tratta solo di una montatura, che le due ragazze non avevano un rapporto lesbico. Penso ci sia una sete di notizie, un desiderio di voler ascoltare fatti che si desiderano ascoltare. Licata ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma come tutta la Sicilia le hanno applicato un cliché che non si merita. Ho letto il libro della Cardella. È un modo di interpretare la realtà, va preso come l'esperienza di una persona e non come il simbolo di una società». Il parroco della chiesa Beata Maria di Monserrato Oltreponte, quella delle due ragazze, Mario Capobianco: «Questi fatti sono frutto di una mancata educazione con regole morali e cristiane. I ragazzi non devono essere lasciati a se stessi perché dalla libertà è facile passare al libertinaggio. Non si può reagire con la violenza e con la furia come ha fatto il padre di M. ma i propri figli vanno seguiti ed educati fin dall'inizio. Con loro si deve parlare per cercare di capire cosa li tormenta, cos'è che non va. Questo quartiere non è facile. Si è espanso negli anni 70 ed è abitato da gente di tutti i ceti sociali. Ma non tutti i ragazzi vivono in condizioni da Terzo mondo come qualcuno vorrebbe far credere. Nella mia parrocchia i giovani vengono a discutere, a giocare, a svolgere attività sociali. Non ho visto M. e G. o le loro famiglie venire in parrocchia». L'autrice di «Volevo i pantaloni» LA SCRITTRICE LARA CARDELLA «COSTRETTE A RINNEGARSI, QUESTA LA GRANDE VIOLENZA» unità 9/2/95 di Claudia Arletti ROMA. Alla fine è andata via dalla Sicilia, Lara Cardella si è lasciata alle spalle le polemiche furibonde e amare che suscitò il suo primo libro e oggi vive a Roma. Volevo i pantaloni uscì nel 1989, era la storia di un'adolescente siciliana costretta a fare i conti con un mondo famigliare maschilista e ostile. La gente di Licata, dove Lara Cardella era cresciuta, da quella storia si sentì diffamata: «Noi non siamo così» e ne nacque una guerra. Adesso, a Licata è successo che due ragazze (forse innamorate l'una dell'altra, forse semplicemente amiche), sono state separate a forza dalle rispettive famiglie. A Lara Cardella (che precisa: «Non sono di destra nè forzista come qualcuno ha detto, io sono di sinistra») abbiamo chiesto di commentare questa vicenda. L'omosessualità è un disonore a Licata? Altroché. Quello che è successo è più che verosimile. Nessun cambiamento negli anni? È tutto come ai tempi del suo libro? No, non è cambiato niente. Però non vorrei confondere Volevo i pantaloni con Licata. A Licata non c'è la libertà di essere se stessi e non c'è la libertà di dire e fare ciò che si preferisce. Queste sono le sole cose che ho detto sul mio paese. Il libro è un'altra cosa. La libertà negata di cui parla è quella delle donne? Certamente. Nell'ambito circoscritto delle cose che si possono fare, gli uomini sono liberi. Le piccole cose cui possono aspirare - uscire la sera, stare con gli amici, per esempio - a loro sono concesse. Ci sono uomini omosessuali, a Licata, che in qualche modo sono liberi di esserlo. Certo, fanno i conto con lo scherno degli altri. Non una grande libertà allora Infatti, sono liberi in un ambito circoscritto. A Licata vivono molti omosessuali. La situazione è questa: c'è l'omosessuale che dichiara apertamente di esserlo e che, perciò, subisce il dileggio generale. C'è poi chi vive la propria omosessualità magari con tranquillità, ma di nascosto. Ci sono anche coppie di omosessuali conviventi. Ma la cerchia famigliare non accetta assolutamente questo tipo di scelta. E così ci si adatta al «non si deve sapere»: l'importante è che i maschi agli occhi del mondo continuino la loro vita di maschi, di uomini. E le donne? Per le donne omosessuali è ancora peggio. Il caso di queste due ragazze mi pare lo dimostri chiaramente. La cosa peggiore di tutto ciò, a parte le botte, è il fatto che per difesa si giunga a rinnegare la propria omosessualità. Così, prima si subisce la mancanza di libertà sessuale, e si paga il prezzo delle botte e degli insulti. Poi, si arriva a questo: ci si rinnega. Moralmente, è la violenza più grande. Come potrebbe finire, verosimilmente, questa storia? Si farà in modo che tutto rientri in un ambito di «normalità»: loro che giurano di essere amiche, i papà e le mamme che dicono che non era vero niente, qualche denuncia e qualche querela, poi basta. E loro due? Tutto finito? Naturale. In realtà, spero che abbiano la forza di andarsene, di lasciarsi alle spalle quel contesto e di vivere in pace, se ne hanno il desiderio, la loro storia d'amore. In Sicilia, secondo lei, c'è ancora il clima di «Volevo i pantaloni»? Sì. Cioè, per esempio, le ragazze hanno problemi ad uscire la sera, ad andare a ballare... Sì. Sono rimasta legata alla Sicilia e so bene che cosa vi succede. So anche che diranno che no, oggi è tutto diverso. Lo fecero anche allora , quando uscì il libro e a maggior ragione succederà adesso, diranno che sono passati sei anni, che le cose adesso sono diverse. Me secondo me di anni ne dovranno passare altri cinquanta. Le manca Licata? Licata no. Mi manca la mia terra, la Sicilia. Anche se poi la porto dentro di me, nel mio modo di arrabbiarmi, nel mio modo di vivere, nella mia passionalità. La sicilianità è qualcosa di cui non posso e non voglio fare a meno. Quanto a Licata, avevo dodici anni quando ho deciso che me ne sarei andata via di lì. Ma in realtà quel momento è arrivato molto tempo dopo. Con il libro? No no, neanche per sogno me ne sarei andata in quel momento: rimasi apposta. È stato dopo. Ma a Licata non mi sentivo a mio agio, come del resto non mi sento a mio agio anche in certi ambienti qui a Roma. Lo strappo è stato doloroso? Sì. La mia terra è come una madre terribile, che impedisce la maturazione dei figli, che li vuole per sé e li distrugge, e però li ama profondamente. Non tornerò, ma oggi senti il desiderio forte di fare qualcosa per la Sicilia. Quando ha saputo di questa vicenda, la prima cosa che ho pensato è stata: devo mettermi in contatto con queste ragazze. Vorrei dire loro che capisco quello che stanno passando e che la solitudine può essere sconfitta. PUGNI E CALCI AI SENTIMENTI unità 9/2/95 di Sandra Petrignani Profondo nord, Travagliato (Brescia): una squadra di calcio femminile viene sciolta dal suo presidente (maschio) perché sospettata di omosessualità al suo interno; scandalo e clamore della stampa. Profondo sud, Licata: due ragazze, giocatrici di pallamano, sospettate di trattenere un rapporto omosessuale, diventano il motivo di una faida familiare, provocando fuoco di fila di botte e denunce; una delle due finisce in ospedale. Ciò che prima di tutto colpisce in queste notizie quasi parallele, lontane geograficamente, ma simili nel problema suscitato, è il fatto che a scatenare le sproporzionate reazioni non è stata la flagranza della «colpa», ma il sospetto di essa. E si deve aggiungere che, nell'uno come nell'altro caso i protagonisti negano che i sospetti siano fondati. Il presidente Michele de Caminata accusava alcune ragazze della sua squadra di comportamenti sessuali scorretti in spogliatoio? E bene le accusate, come le altre compagne, sostengono che sogna. E sognano, a dare ascolto alle abili giocatrici di Licata, che giurano di essere soltanto amiche, anche i genitori infuriati delle più giovani delle due (17 anni) che hanno scatenato la bagarre. Soltanto amiche. Qui, forse, è il nodo del problema. La sessualità femminile è ambigua e fuggente: non si è sempre un po' innamorate dell'amica del cuore? Basta questo a far scivolare l'amicizia verso la sessualità? Insomma fino a che punto due amiche sono soltanto amiche, anche se fra loro non v'è nulla di sessuale? Bel dilemma, che consiglierei di non cercare di redimere, pena il labirintico perdersi nei meandri dell'ampio e sfumato erotismo femminile. E pena e rischio di fare la figuraccia di quel presidente di Travagliato e di quelle brave persone di Licata che, con quattro urlacci e quattro scapaccioni, credevano di poter mettere ordine nella complicata realtà dei sentimenti delle donne fra loro e delle loro reciproche attenzioni. Diamo naturalmente per scontato che i gusti sessuali di una persona, laddove non si scontrano con la legge, dovrebbe essere solo affar suo; ed è ovvio che ci sentiamo solidali con la giusta rabbia di quelle calciatrici che si sono viste scippare la squadra o con quelle ragazze insultate e malmenate sulla base di semplici illazioni, neanche si fossero appostate davanti a una scuola per sedurre bambine. Eppure, però, lo sconcerto del povero De Caminata, spiazzato dalle morbidezze lascive dello spogliatoio femminile (ma lo avrà fantasticato o spiato?) rivelano un disagio che non è solo suo. Così come le furie di un paese pronto a lapidare (una volta si faceva con le prostitute) l'affetto reciproco di due signorine, mostra alla grande quale rivolta, quale terrore e incomprensioni susciti l'omosessualità femminile. Molto più spiazzante e inaccettabile per molte persone di quella maschile. Vi è effettivamente, nell'amore della donna per l'altra donna, una ribellione radicale, un sottrarsi completo al potere del maschio e al gioco di seduzione che impone. Quel gioco per cui l'immagine trionfante della femmina è sempre più grossolanamente mignottesca e privata di qualsiasi altro valore che non sia quello, senza meriti, della bellezza naturale o artificiale del corpo. Anzi, meno doti morali, culturali, spirituali la donna ha, meglio è. Così per poter avere successo molte belle ragazze si fanno stupide e incapaci fino al grottesco (in tv ne abbiamo innumerevoli esempi) umiliandosi in un modo che sta divenendo insopportabile. Una donna che sceglie di amare un'altra donna è, innanzitutto, una persona che si sottrae all'umiliazione del ruolo imposto. Questo è, tutt'oggi, fonte di ingovernabile scandalo. E non per risvolti erotici: i rapporti così detti lesbici sono spesso molto più casti di quanto la gente immagini essendo la fissazione del possesso sessuale un'altra mania esclusivamente maschile; ma proprio perché minano alla base l'organizzazione fallocentrica del sesso e della società. Potrebbero sempre tornare le Amazzoni e ribaltare i rapporti di forza, restituire alla donna la dignità perduta... Effusioni in cella: due detenute condannate ad altri tre mesi L'AMORE ALLUNGA LA PENA l'unità 24/2/95 VENEZIA. Il personale di sorveglianza le ha sorprese, di notte, mentre si scambiavano effusioni in cella. Il pretore le ha condannate per atti osceni in luogo pubblico: la pena che Paola T. e Vania S. già stavano scontando nella «Casa reclusione donne» della Giudecca, a Venezia, si è allungata di altri tre mesi e cinque giorni. Le due detenute sono state anche separate e trasferite, lontanissime: una a Benevento, l'altra a Perugia. Paola ha 31 anni, è di Tortona. Vania, 45, è di Perugia. Sono entrambe condannate per storie legate all'eroina: Hanno fedine penali lunghissime e un carattere che la direzione carceraria definisce «difficile». Cioè sono, o sono diventate, lesbiche. A Venezia dividono una cella. Più volte vengono sorprese in atteggiamenti intimi e redarguite: il sesso, in prigione, non è ammesso. La notte del 6 novembre scorso - dopo che i monitor del circuito chiuso hanno messo in allarme le vigilanti - scatta l'ennesima ispezione nella cella. Paola e Vania sono assieme in una branda. E questa volta si ribellano: invece di ricomporsi, di fronte alle custodi si baciano e si accarezzano ancora di più, una sfida plateale. Denuncia, separazione coatta, processo a porte chiuse con avvocati d'ufficio, condanna al minimo della pena pronunciata dal pretore Antonino Abrami, quello che ha condannato anche l'assenteista Sgarbi. Una storia triste e povera, formalmente, ,a che potrebbe lacerare il sipario che da sempre nasconde il tema della sessualità in carcere. «Accidenti, considerare luogo pubblico una cella vuol dire togliere la privacy a chi ha già perso la libertà», commenta Giulia Crippa di Arcigay-Arcilesbica. «Il carcere un luogo pubblico? Forse perché ci passa di tutto», scherza agrodolce lo psicologo Franco Grillini, presidente dell'associazione. E definisce la condanna «ipocrita ipocrita perché allora bisognerebbe condannare l'80% dei detenuti: nelle carceri c'è un altissimo livello di omosessualità. E crudele perché elementi di affettività in un luogo così triste andrebbero valutati semmai positivamente» Condanne simili, in precedenza, non se ne ricordano. Grillini ha impressa in mente la vicenda di due donne condannate tre anni fa a Messina per atti osceni in luogo pubblico - «Si stavano solo baciando» - e la recentissima faida familiare scatenata dall'amore tra due ragazze. Forse l'omosessualità femminile «disturba» di più. Anche in carcere dove non ha, in genere, i caratteri violenti e gerarchici di quella fra detenuti maschi. In ogni caso, ricorda Grillini, «anni fa ne parlai col presidente dell'amministrazione carceraria, Nicolò Amato, e proposi la distribuzione di preservativi fra i detenuti. Impossibile, rispose, sarebbe come riconoscere una attività sessuale assolutamente proibita». la posta MACHO-WOMEN E TIMIDEZZA Carissimo InformaGay, chi scrive è una ragazza lesbica di 27 anni che si chiede come mai sempre più spesso mi ritrovo a collegare l'idea di tante mie simili a quella di superficialità e ignoranza. Io sono lesbica e orgogliosa di esserlo, non mi sono mai nascosta, ma spesso in anni precedenti ho frequentato locali gay per il piacere di incontrare, discutere, confrontarsi con donne e uomini che guardano la vita dal mio stesso punto di vista. Devo ammettere la mia delusione quando mi sono ritrovata a cercare un confronto con delle specie di scaricatrici di porto il cui unico intento sembrava quello di abbruttirsi nell'aspetto, nelle espressioni e nel linguaggio pur di rendersi sempre più simili al tipico macho di borgata. Ma che senso ha rifiutare la figura dell'uomo rude "tutto muscoli e poco cervello" come compagno, per assumerlo poi come modello di vita? Se deve essere questa la nostra meta io mi ritiro dalla vita gay: ho sempre ritenuto che le mie armi vincenti avrebbero dovuto essere l'intelligenza, sensibilità e, perché no, un po' di senso estetico ed autocritico. Ora mi chiedo se la mia compagna ideale possa esistere in ambienti come questi o se mi convenga ricercarla tra le tante evitate "etero"?! Grazie. Sandra C. Quante volte mi sono posta anch'io queste domande! Non posso certo darti torto se non ti senti attratta dalla volgarità, certo è questione di gusti, ma io sono del tuo stesso parere e penso che non sia piacevole ritrovarla nè tra uomini nè tra donne. Non condanno una fetta del popolo lesbico perché sente proprie delle caratteristiche maschili, vorrei che fosse chiaro, mas dispiace anche a me che degli uomini vengano esaltati maggiormente quegli aspetti che tanto esaltanti non sono. Mah! come disse qualcuno "...continuiamo a farci del male...!". E poi ovviamente questo è un parere del tutto personale si accettano volentieri lettere sul prossimo numero. Sandra, certi posti però sono frequentati un po' da tutte le categorie e poi perché intestardirsi sul fatto che la tua "lei" tu la debba trovare necessariamente lì? P.S. Sappi che a volte anche le etero si convertono. Ciao, sono un ragazzo di vent'anni di Grugliasco con mille problemi. Ho sentito la vostra trasmissione radiofonica lo scorso Martedì e mi è venuta voglia di avventurarmi nell'universo di InformaGay per parlare finalmente con qualcuno di tanti dubbi e complessi che mi tormentano. C'è però un problema: sono molto timido e di telefonarvi in radio neanche se ne parla e a venirvi a trovare ci ho già provato una volta ma, arrivato sotto il vostro portoncino un Sabato pomeriggio, mi sono c...to sotto e ho fatto dietrofront! Per aiutarmi un po' potreste descrivermi l'ambiente di InformaGay nei giorni "d'accoglienza" come la chiamate voi. Grazie. Gigi, '75. Oh, dunque! Come addetta ai lavori, quindi un po' di parte, potrei dirti che l'ambiente di InformaGay è paragonabile alle spiagge di "Laguna blu" dove, al posto di quegli atti osceni del famoso film si consumano amori proibiti; dove giovinetti dalla pelle abbronzata si rincorrono ridendo ed aspettando... proprio te! Ma...per essere più realistica ti dirò che per tutto ciò i lavori sono ancora in corso e per adesso la situazione mi sembra si presenti come segue: l'ambiente è piuttosto informale e chi vi entra per la prima volta non deve sostenere nessuna prova, ma solo munirsi di un po' di buona volontà nel cercare di venire incontro a noi poveri tapini più timidi di voi, che cerchiamo di "accogliervi" al meglio, di farvi subito sentire a vostro agio in mezzo a noi. Tutti comunque sono sempre disponibili a conoscere persone nuove. L'unica cosa di cui ti devi preoccupare è dell'animazione oltre la porta dell'ufficetto sulla sinistra : ci sono dei sensori che intercettano tutti gli "uomini e donne di buona volontà" per qualsiasi genere di lavoro utile alla sopravvivenza di InformaGay! Quindi se le forze ti abbandonano, la voglia di divertirti è poca e non ti interessa gente nuova continua pure così, in caso contrario...ti stiamo già aspettando! Carissimo InformaGay, ciao! Sono Alessandro (anche se mi piace il nome Ganimede) e ti scrivo per dirti che ti voglio tanto, tanto, tanto bene perché mi sento protetto: grazie!! Nei rapporti umani sono molto imbranato e vorrei sapere come si vince la timidezza prima della vecchiaia. Adesso ti saluto. Alessandro-Ganimede Caro Alessandro, ecco la lettera di un viso noto! Mi poni un problema non da poco e sicuramente molto diffuso. Sì, perché penso che la timidezza sia parte di una grande percentuale di noi tutti. Semplicemente, ognuno di noi tenta di rimediare a ciò e di camuffare il proprio disagio in modo diverso. Solo che a volte a forza di mascherare quel tipico malessere, si adottano atteggiamenti talmente artificiali che di vero e personale non trapela proprio più nulla ! Mi sembra che almeno questo comportamento non sia il tuo. Continua ad essere te stesso, auguri e grazie dei bei complimenti.